Presentato
a Firenze da
Mario Luzi,
uno dei più importanti poeti viventi,
il libro"Le tre Anime".
I quesiti che abbiamo elencato al principio, questi grandi interrogativi,
che si possono chiamare primari, leggendo proprio quello che scrive Nievo,
ci portano a chiederci: in che cosa sono diversi da altri? Da quelli, ad esempio,
che l'Accademia di Francia poneva nel 1750 circa? Nel 700 la metafisica era
stata accantonata, ma i limiti fisici e metafisici erano sempre in luce. E
questo era un tema proposto proprio dall'Accademia di Francia al quale rispose,
con un saggio giovanile, Jean-Jaques Rousseau. Il primo scritto di Rousseau,
prima ancora delle opere famose, trattava proprio di questo. Ed è un
quesito che l'uomo si pone da quando ha cominciato a parlare, ad avere un
linguaggio. Questo è il punto di partenza di Nievo, che fa coincidere
l'esperienza della vita umana con l'origine del linguaggio, con il principio
del verbo.
Si differenziano oggi, questi quesiti, da quelli che venivano posti con gli
stessi temi dall'Accademia di Francia come materia di studio per i giovani?
Io non dico che siano le stesse premesse del discorso, eppure le domande sono
le stesse, la tautologia umana si ripete, ha date, scadenze secolari o millenarie,
però si ripete. E questo è interessante. Perché in mezzo
c'è stato il grande discorso dell'evoluzione. Quello che è cambiato
infatti è il contesto. Allora porsi domande del genere era materia
di conflitto, di combattimento. Oggi questa frontiera è superata. Non
so se la parola "superata" va bene, ma in ogni caso sono domande
implicite in ogni tipo di ricerca.
De Chardin, un grande e famoso gesuita, che è anche scienziato, grande
scienziato, pure rimanendo nell'ortodossia fondava il suo stesso sistema di
ricerca su questa premessa. Naturalmente su De Chardin ci sarebbe da aprire
un discorsetto (qui la registrazione è molto disturbata).
Oggi la nostra grammatica mentale non fa più a pugni, ma non ha messo
da parte queste domande, fondamentali per farsi comprendere.
Nievo si basa su questi presupposti. Però Nievo è un umanista.
Non nel senso retorico del termine, ma nel senso scientifico. Tutto il suo
discorso si concentra sull'esperienza dell'uomo. E la definizione che dà
dell'uomo è che noi siamo "l'essere". Definizione molto metafisica.
Per il resto, e questo è molto interessante in Nievo, non esclude nulla.
Dà un colorito più metapsichico che metafisico, però
non esclude nulla. E' giustamente un cauto. Usa molta cautela. E si basa su
una quantità di osservazioni dei fatti che dimostrano il cammino dell'uomo
e le modificazioni che intervengono nel processo. Tutte queste sono cose sostanziali,
che sono argomento reale del discorso.
L'uomo è viaggiatore, come dice Nievo. Nievo considera centrale il
viaggio dell'uomo: l'uomo nasce e si giustifica non per stare fermo ma per
viaggiare. In questo processo, in questo viaggio ci sono alcune cose positive
alcune negative. Nievo non dà un'interpretazione univoca. Dentro la
sua lettura tutto viene messo in discussione.
A questo punto passiamo a cose meno accessibili ma più spettacolari
che sono in Bruschi. Bruschi affronta il tema della cosmologia che ci viene
raccontata in un modo incalzante. E la risposta, che ai quesiti iniziali Bruschi
dà, è: dati insufficienti. Risposta che è una risposta
un po' agghiacciante però anche bella, anche promettente. Perché
in queste insufficienze c'è molto altro.
Io vorrei che il professor Bruschi parlasse lui di questo, riassumesse. Prima
però, proprio per il gusto di leggere, vorrei leggere una mezza pagina.
Ecco, lo sto aprendo in questo istante.
"Chi siamo dunque? Effimere strutture vitali di carbonio, qualche volta
coscienti. Uomini, non più al centro dell'universo, non più
al vertice della piramide della vita. Uomini, la nostra storia è breve,
sicuramente sanguinosa e in gran parte oscura. Dati insufficienti. Uomini,
prodotto casuale e non necessario dell'evoluzione". Non necessario. E'
da apprezzare questo. E' uno dei pensieri che cercavo di esprimere nel presentare
il testo di Bruschi. Il non necessario configge con il resto, eppure è
bellissimo.
"Fortunati fruitori di un aumento della complessità,
aumento di organizzazione, aumento di informazione, restringimento dell'entropia.
Eppure anche se, come ho già detto, gli scienziati non hanno resistito
alla tentazione di vedere solo cause efficienti e caso dietro tutto questo,
e anche dovendo abbandonare un'ingenua e antropomorfica idea di progresso,
è tuttavia per lo meno eccitante immaginare l'evoluzione come lotta
"sensata" tra kaos e cosmos, tra entropia e sintropia".
Solo vorrei ancora levarmi questa soddisfazione di leggere questa parte in
cui viene presentata una soluzione dinamica. "Tre futuri sono possibili.
L'universo dopo aver raggiunto una massima espansione comincerà a restringersi".
Lo sappiamo che l'universo non è statico, che si espande. Però
ci sarà un momento inverso. Comincerà lentamente e inesorabilmente
a invertire il ciclo. "Il tempo stesso si invertirà, i cieli torneranno
infine luminosi e precipiteremo in una nuova singolarità. Universo
ellittico". Questa è una delle tre ipotesi che vengono fatte.
La seconda è: "L'universo continuerà ad espandersi, seppure
sempre più lentamente. Il tempo non finirà ma le braci della
materia-energia arderanno sempre più fioche. Un "freddo"
entropico ucciderà infine ogni possibilità di cambiamento/trasformazione/vita.
Universo parabolico". La terza: "L'universo continuerà a
espandersi, ma più velocemente che nel caso precedente. Una più
rapida e pietosa "morte termica" porrà fine al tutto. Universo
iperbolico". Queste sono le tre ipotesi. Veramente straordinaria questa
diagnosi.
Su Di Grazia dico meno perché il suo campo è meno appellabile.
Anche se devo dire che c'è molta affinità tra il mio modo di
sentire e il suo. Abbiamo affidato tutta la responsabilità della conoscenza
alla ragione, al sistema razionale. Però la razionalità è
sempre in bilico. Io lo sento. E sento che la conoscenza non è solo
ragione. Si conosce per tante altre vie, per altre strade. Certamente questa
della razionalità come fondamento di conoscenza è una prerogativa
occidentale. Ed è anche la causa della nevrosi dell'uomo moderno perché
comporta che una parte dell'uomo è repressa, soffocata. E invece nella
prospettiva di Di Grazia viene fuori.

