Pensieri in una Notte del '76

 

In una notte insonne di qualche anno fa, decisi di scrivere dei pensieri, fluirono abbondanti, senza freno. Mi trovai in uno stato alterato di coscienza per circa tre ore, alla fine avevo "tirato fuori" 80 poesie ed un racconto breve. C’era di tutto. Il tempo si era annullato. Ricordi antichi ed etruschi occhieggiavano tra emozioni di quel presente e la voglia del dire aveva trovato una sintesi nel mondo confuso delle parole, mantenendo la forza della musicalità evocativa. Vedevo quello che scrivevo, ero lì, parte delle storie, personaggio e spettatore, con il senso ampliato dell’amore, della comprensione verso il tutto. Quel lavoro rimase per anni chiuso, poi la decisione di renderlo, in parte, pubblico. Non so bene perché, ma sento che è giusto così.

Umberto Di Grazia - 1 GENNAIO 1995

Prefazione
Nell’attesa generale, consapevole oppure no, di una rivoluzione che gli organismi deputati ci rifiutano, Umberto Di Grazia si accinge a farla. Più esattamente, l’ha già cominciata. E’ una rivoluzione che viene da lontano e che, forse per questo, non sembra ancora giunta a scalfire la corteccia del rituale, culturale e politico, presente. Quella di Umberto Di Grazia è una rivoluzione morale e filosofica. Da anni la porta avanti, mendicando per via, ogni mezzo buono a diffonderla; la parola, la carta stampata, ogni sistema di informazione sia lineare che globale, la televisione, la musica. Ha abbandonato il lavoro, è privo di mezzi, corre da un capo all’altro dell’Italia, parla a folle strabocchevoli, guarisce malattie croniche, predice terremoti con esattezza impressionante, ha scritto queste poesie. In altra epoca, avrebbe trovato facilmente un mecenate che l’avrebbe ammesso alla sua corte e, altrettanto facilmente, un papa che l’avrebbe mandato al rogo. Perché tutto quello che Umberto Di Grazia fa è magico e misterioso, alchemico e negromantico. Tutto ciò che egli vede, dice o scrive viene da altri tempi e si dirige, crediamo, verso tempi diversi dal nostro, come un ponte continuo che ci scavalchi. Il presente attuale è soltanto la dimensione in cui i fatti si manifestano. Ai fini delle profezie, il presente in cui viviamo non appare per niente riciclabile. In altri tempi, ci sono altri uomini come lui. Ermete Trismegisto, il profeta Ezechiele, l’evangelista Giovanni, Cayce il veggente. Tutti staffetta di una lunga corsa parallela ai secoli, ciascuno messaggero di ordini e di informazioni da tramandare: sul destino del mondo, sul confine sempre meno disputabile tra il male e il bene. Con gli occhi mai distolti dal remoto del prima e del poi, Umberto Di Grazia guarda, vede e ascolta; città sepolte dentro la terra che gli archeologi ritrovano, guerre dimenticate dalla Storia che gli storici riscoprono, parole che millenni fa furono dette da saggi autentici e forse per questo ignorati, e che sembrano almeno per ora, le più adatte e le più giuste per saldare il distacco tra questo tempo di angosce e un avvenire più chiaro. Parlare di paranormale è nello stesso tempo obbligatorio e scontato. Umberto Di Grazia sarebbe un paranormale, se qualcuno sapesse veramente che cosa è il paranormale. Noi cominciamo fortemente a sospettare che il paranormale possa essere la definizione di una norma dalla quale ci siamo allontanati, (uniche alternative il rogo e la fossa dei serpenti) sotto le spinte parallele di un sistema teologico e di un sistema scientifico che ora soltanto, giunti in fondo al vicolo cieco della loro arroganza, cominciano ad ammettere altre e diverse alternative. Umberto Di Grazia non ha aspettato l’imprimatur dei teologi o il nulla osta dell’inquisizione scientifica. Si è mosso prima, appena cioè la staffetta precedente gli ha consegnato il plico. E’ da quel momento che si è messo in viaggio. Etrusco e normanno per ascendenza, è prevalentemente condizionato, spaccato quasi, dai mondi rispettivamente lontanissimi, di tali antenati. Di essi ci riporta, alcune volte prove tangibili e scomparse, altre volte echi dispersi e memorie dimenticate, assieme ad ammaestramenti ancora oggi "proibiti". Una sua lirica comincia così: "Rumore d’odio- - torna dal tuo padrone - paura di vivere - torna dal tuo padrone - disarmonia dell’essere - torna dal tuo padrone". Un’altra dice: "Hanno costruito un tempio - alla confusione - hanno costruito una casa - alla paura - stanno costruendo un farmaco - alla speculazione - e tu piangi, sacro essere, - della morte pazza - mentre tremanti mani - si avvicinano a te - ti chiedono il perché - urlando di rabbia. All’inizio abbiamo parlato di rivoluzione, non quella delle barricate cui ora i rivoluzionari stessi guardano con imbarazzo, ma quella delle idee e delle coscienze che eppure, in altri tempi, alcuni poeti annunciarono e iniziarono. Poeti come lo schiavo Ezechiele che tentò di farla a Babilonia, nel cuore dell’impero nemico. O come Giovanni che, esiliato a Patmos, bollò con parole di fuoco e maledisse la puttana adagiata sopra i sette colli, allora padrona del mondo. Di essi, Umberto Di Grazia, nostro contemporaneo, ha ripreso il messaggio e continua il dovere. Ha rinunciato alle maledizioni che usavano i veggenti del passato e non piange sopra questa o quella Gerusalemme, sapendo in anticipo che, tanto, finiranno distrutte. Cerca solo di seminare piccole idee e parole in terreni che le porteranno ma domani, non oggi, a diventare alberi.

AUGUSTO MARCELLI ROMA, 17-10-76

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Sotto:
alcune foto di Rosa Moncada ispirate alle poesie del libro