SchwartzReport del 31.01.2008

Traduzione a cura di Daniela Rita Mazzella

RANDALL COLLINS – Politica estera

Scrivo quest’articolo perché si tratta di un punto critico poco discusso nel discorso relativo alla sicurezza nazionale.

Randall Collins è professore di sociologia della Dorothy Swaine Thomas e membro del dipartimento di criminologia all’Università della Pennsylvania. Egli è l’autore di “Violence: A Micro-sociological Theory” (Violenza: una teoria microsociologica) (Princeton: Princeton University Press, 2008).

In genere si tende a immaginare gli attentatori suicidi come criminali duri e sanguinari. Ma la maggior parte delle persone non sono così pronte a commettere violenza come si potrebbe pensare.

C’è una ragione semplice che spiega perché dagli anni ’80 il mondo ha assistito a migliaia di attentati suicidi: ci troviamo di fronte alla forma più efficiente di violenza a distanza ravvicinata. La diffusione di questa tecnica senza sosta ha reso la violenza politica molto più potente arruolando un organico di perpetratori di violenza di ceto medio.
Il fatto che solitamente gli attentatori suicidi siano membri dai modi gentili del ceto medio sembra controintuitivo. Dopo tutto, il ceto medio tende ad essere costituito da membri di famiglie colte e ben educate, e non individui assetati di sangue che immaginiamo quando pensiamo ai terroristi. Essi somigliano un po’ ai teppisti del calcio inglese.

Qual’è la risposta a tutto questo? Per capire bene punto, dobbiamo prima di tutto mettere da parte il mito che sia facile per qualcuno commettere violenza. I sociologi della Seconda Guerra Mondiale scoprirono che solo un numero di soldati tra il 15 e il 25% sparava. I successivi metodi di addestramento hanno aumentato il numero di spari, ma lo sparo continua ad essere sempre molto impreciso. Sparare durante l’esercitazione è abbastanza diverso da sparare una persona. La mia ricerca relativa a forme meno forti di violenza, con pugni e calci, mostra che la maggior parte dei confronti terminano in una situazione di stallo e i partecipanti trovano una scusa per ritirarsi.
Un altro mito abbastanza diffuso è che le persone violente sono violente, in parte, perché cresciute in un ambiente privo di controllo sociale in famiglia e a scuola e oltre tutto esposte a gruppi che incoraggiano i comportamenti violenti come modo per farsi rispettare. Questo presuppone che quando si arriva a un punto di attacco, sia facile essere violenti. Ma gli studi basati sul confronto dei gruppi mostrano che i criminali non sono portati alla violenza più di soldati o poliziotti; essi possono essere, infatti, anche peggiori. Statisticamente, il membro di una banda è difficilmente violento; i malviventi spendono la maggior parte del loro tempo a pronunciare parole dure. Quando tirano il grilletto, di solito lo fanno in modo selvaggio e se colpiscono qualcuno, si tratta spesso di uno spettatore innocente, che non rappresenta l’obiettivo della loro rabbia.

È chiaro: gli esseri umani non sono bravi nella violenza faccia a faccia. Sappiamo esprimere emozioni e lamentarci, ma facilmente arriviamo alla violenza. L’immagine dell’essere umano che aspetta solo un motivo per esercitare la propria violenza, rappresenta il contrario di quello che sappiamo sulla microsociologia dell’interazione faccia a faccia. Gli individui vengono coinvolti in una specie di stato d’animo comune; si piacciano o meno, essi tendono a conformarsi alle convenzioni della situazione. È più difficile non essere d’accordo con qualcuno in una conversazione che piuttosto essere d’accordo. Questa propensione probabilmente spiega il motivo per cui è difficile arrivare a conflitti violenti quando l’altra persona ci sta davanti. Perché la violenza abbia successo, è necessario che trovi un sentiero in tali barriere. Tre sono i più comuni. Il primo e più facile, consiste nell’agire con violenza da una certa distanza, come lanciare bombe da aerei o sparare colpi d’artiglieria. Questo evita il faccia a faccia con il nemico.

Se è necessario affrontare il nemico, entrano in gioco il secondo e terzo metodo. Il secondo consiste nel coalizzarsi contro una vittima isolata ed sostanzialmente remissiva. I ribelli fanno danni principalmente quando un gruppo di quattro o più persone si abbatte su un singolo avversario. Le bande, come i bulli, sono particolarmente forti quando si trovano in una posizione di dominio. Nei combattimenti militari, avvengono i massacri quando il nemico diventa improvvisamente passivo, debole e incapace di resistere. In questo tipo di violenza, il dominio emotivo diventa più importante di quello fisico. Questo secondo sentiero è terribile, anche se probabilmente è la forma più comune di violenza; su piccola scala, è il principale tipo di violenza domestica.

Il terzo sentiero, al contrario, rappresenta la forma più idealizzata di violenza: una vera e propria lotta organizzata. I combattenti qui sono sullo stesso piano. Essi combattono secondo delle regole e in un gruppo ben preciso: duellanti all’inizio dell’era moderna, bulli di scuola superiore nei luoghi di svago o atleti che finiscono per degenerare durante una partita. Tali lotte hanno sempre un pubblico che controlla le regole (per quanto violente esse possano essere). La folla solitamente sostiene i combattimenti e i lottatori per il tempo necessario. Dal punto di vista del combattente, il sostegno della folla aiuta a sopportare il confronto perché l’attenzione è rivolta più sulla folla che sull’antagonismo dell’avversario.

Ma nel caso degli attentatori suicidi è diverso. Di solito essi affrontano le vittime da soli. Essi non minacciano i nemici né li provocano emotivamente. Il segreto della loro tattica consiste nel non esercitare la violenza in quanto tale, fino all’ultimissimo secondo nel quale fanno scoppiare la bomba. Il vantaggio tattico degli attentatori suicidi consiste nell’affrontare la situazione come se non stesse avvenendo niente di insolito. Non c’è alcuna tensione derivante dal confronto perché l’attentatore agisce come se non ci fosse alcun confronto.

La violenza nascosta, che tende ad evitare il confronto come quella degli attentatori suicidi rappresenta un quarto tipo di sentiero. Tale violenza può riuscire solo perché l’aggressore è bravo a fingere di non rappresentare affatto una minaccia. Le persone abituate alle tipiche forme di violenza non sono brave a fingere in tal modo; ma gli appartenenti alla classe media rappresentano le persone ideali a tale scopo. Non essendo per loro natura portate al confronto, essi non devono controllare il comportamento minaccioso o aggressivo che potrebbe rappresentare un avvertimento per le vittime. La cultura borghese è particolarmente accomodante, adatta a mantenere una parvenza di convenzionalità. Indipendentemente dai sentimenti privati, impariamo a non esprimerli sul luogo di lavoro, o in generale in pubblico. Ciò rappresenta un ottimo addestramento per portare una bomba sotto gli abiti.

In altre parole, l’attentato suicida, è sostanzialmente una questione di tecnica. I movimenti politici più violenti possono servirsene per i propri fini ideologici, ma lo utilizzano sostanzialmente per una ragione molto semplice: è una tecnica che funziona.

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