AGI – Trieste, 16 nov. – “I buchi neri, previsti dalla relativita’ generale di Albert Einstein, sono tra gli oggetti piu’ bizzarri dell’Universo.

Se in realta’ fossero dei quasi buchi neri?”. Se lo chiede Stefano Liberati, astrofisico della Sissa (la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) che, con Carlos Barcel, Sebastiano Sonego e Matt Visser, ha pubblicato su Physical Review Letter l’articolo “Hawking-like radiation does not require a trapped region”.

Il buco nero e’ un corpo celeste estremamente denso e caratterizzato da un’attrazione gravitazionale talmente elevata da distorcere lo spazio-tempo e intrappolare anche la luce al suo interno. Il suo confine e’ chiamato orizzonte degli eventi: una superficie formata da raggi di luce che non riescono a fuggire verso l’esterno. A meta’ degli anni Settanta il fisico Stephen Hawking scopri’ che i buchi neri evaporano emettendo radiazione termica, detta poi radiazione di Hawking, della quale finora non c’e’ alcuna prova osservativa. Liberati, Barcel, Sonego e Visser, nel contributo scientifico pubblicato su Prl, propongono un nuovo modello teorico che potrebbe permettere di testare in laboratorio l’analogo della radiazione di Hawking: il quasi buco nero. Dal punto di vista teorico, la radiazione di Hawking e’ stata un elemento chiave nel dibattito su come conciliare la relativita’ generale con la meccanica quantistica. “Il fatto che il buco nero evapori emettendo radiazione termica, che e’ la forma piu’ degradata di energia, implica che quasi tutta l’informazione su cio’ che vi e’ intrappolato all’interno e’ persa – spiega Liberati – e questo e’ inconciliabile con le leggi della meccanica quantistica. Ecco che il problema della perdita di informazione nasce
simultaneamente all’ipotesi dell’esistenza di questa radiazione”.

Al fine di studiare questo problema, oltre che per capire la natura dei buchi neri e verificarne la teoria, i ricercatori da tempo utilizzano come strumenti teorici i modelli analoghi, quali per esempio i superfluidi.

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