Lo scienziato inglese Kevin Warwick ha provato sul proprio corpo l’effetto dei chip elettronici. E ha scoperto che può lanciare il suo pensiero in Rete. Un passo che porta alla creazione di una super specie.Credo che neurotecnologia possa aiutare le persone paraplegiche. Confido di avere un impianto cerebrale entro 10 anni .

Chi ha la fortuna di lavorargli accanto, dice di lui che è persona molto simpatica, affabile e cortese. Uno sempre pieno di idee brillanti, con una visione del futuro nitida e precisa, e una carica di entusiasmo coinvolgente. A 51 anni, Kevin Warwick, professore di Cibernetica all’Università di Reading, in Gran Bretagna, lo stesso che durante un’intervista a “Wired” affermò candidamente «sono nato uomo ma è stato solo un incidente del destino», per molti è già un idolo informale del nostro tempo. Lui è molto più di un essere umano: è il primo vero cyborg della storia dell’umanità. Nel 1998 durante Cyborg 1.0, uno dei suoi programmi ai limiti del fantascientifico, si fa impiantare nel braccio, sottopelle, dei chip elettronici Scioccando l’intera comunità scientifica internazionale. Scopo dell’esperimento: realizzare almeno temporaneamente il connubio uomo-macchina e superare i limiti fisici imposti dalla natura. Nove giorni dopo, però, i medici impongono lo stop e l’impianto viene rimosso.
Warwick non demorde. E nel 2002 al Radcliffe Infirmary di Oxford dà l’avvio a Cyborg 2.0: poco più di due ore d’intervento e per circa due settimane, grazie a un centinaio di microlettrodi innestati nelle terminazioni nervose del braccio, Warwick sperimenta sensazioni artificiali, fa viaggiare il suo sistema nervoso in Internet, comunica telegraficamente con la moglie e manovra un robot a migliaia di chilometri di distanza. Degli esperimenti fatti, di quelli che vuole fare, del loro significato Warwick ha parlato con “L’Espresso”.

Professor Warwick, dopo il clamore suscitato dai suoi esperimenti, ci si aspetta da lei un nuovo colpo di scena. Che cosa sta meditando?
«Davvero mi dispiacerebbe rovinarvi la sorpresa. Ma farò uno strappo e rivelerò qualche anticipazione. Prima di tutto ho in serbo una serie di progetti che coinvolgono dei robot in grado di muoversi autonomamente all’esterno e spostarsi da un luogo all’altro grazie all’utilizzo di un Gps, per quanto riguarda gli impianti, invece, con il mio team stiamo valutando come la neurotecnologia possa aiutare le persone paraplegiche. Io stesso confido e spero di avere un impianto cerebrale al massimo entro dieci anni».

In molti si chiedono perché lei ami tanto gli ibridi uomo-macchina. Non le piace la natura umana? Che cosa ci trova di sbagliato?
«Francamente trovo che gli esseri umani siano assai limitati in ciò che possono o non possono fare. Soprattutto se li confrontiamo con le capacità di un computer. Per esempio, noi non siamo altrettanto bravi in matematica. Se consideriamo la nostra memoria, poi, non possiamo non ammettere quanto sia scarsa se paragonata a quella di una macchina. Per non parlare dei nostri modi a comunicare: sono semplicemente terribili. Personalmente non vedo l’ora che arrivi il tempo in cui gli ibridi saranno un fatto del tutto normale, persino banale, e noi esseri umani potremo comunicare gli uni con gli altri utilizzando il pensiero. Gli ibridi rappresentano un futuro estremamente eccitante, una nuova frontiera per la scienza».

Ma perché un cyborg dovrebbe essere migliore di noi?
«Io considero i cyborg in termini di upgrade mentali, con un cervello in parte umano e in parte artificiale. Così come nel caso dei progressi del comunicare, cui accennavo prima, allo stesso modo i cyborg avranno anche dei sensi extra. E saranno capaci di pensare in più di tre dimensioni. Se ci riflette un attimo è il grande limite delle capacità intellettive degli esseri umani».

Quando parla con tanta sicurezza dei cyborg si basa sui dati raccolti durante l’esperienza vissuta con il progetto Cyborg 2.0?
«Effettivamente in Cyborg 2.0 abbiamo avuto la possibilità di raccogliere un quantitativo notevole di dati. Molti di quelli relativi al sistema nervoso li stiamo ancora analizzando a causa della loro complessità. I successi dell’esperimento però sono stati molteplici e assolutamente sorprendenti. Le faccio qualche esempio: a proposito del comportamento extrasensoriale, durante Cyborg 2.0, ero capace di muovermi bendato usando gli ultrasuoni, esattamente come fa normalmente un pipistrello di notte. Ho inoltre guidato una sedia a rotelle direttamente con i segnali nervosi emessi dal mio cervello (e le anticipo che la prossima volta potrebbe trattarsi di una vera automobile!). Mentre fisicamente mi trovavo a New York, il mio sistema nervoso viveva invece in Internet. I miei segnali nervosi venivano inviati in rete e viaggiavano fino in Gran Bretagna dove riuscivano a muovere una mano robotizzata. Dopodiché tornavano indietro a New York e potevo sentire sulle dita della mia manco con quanta forza la mano artificiale si era mossa nell’altro continente. Il mio sistema nervoso, esteso attraverso Internet, aveva percorso di fatto 5.000 chilometri di distanza. Anche mia moglie Irena gli elettrodi inseriti nel suo sistema nervoso. Insieme comunicavamo telegraficamente dal sistema nervoso dell’uno a quello dell’altra e viceversa. Rispetto al controllo delle macchine direttamente con il cervello, resta da sperimentare ancora un po’, ma sono convinto che questo tipo di impianti ci porterà ad utilizzarlo nel prossimo futuro».

Cosa si prova ad avere degli elettrodotti impiantati nel proprio corpo?
«Non ho mai provato panico se è questo che vuole sapere. Quando i segnali elettronici furono inseriti nel mio sistema nervoso, il mio cervello è stato capace di riconoscerli».

A livello emotivo si è sentito un superuomo?
«In quel momento ho pensato che avevamo iniziato a dirigerci verso la realizzazione dei cyborg. Certo sarà una cosa graduale. Ma significa che gli umani, quelli senza almeno un impianto, diverranno una sottospecie. E io non voglio assolutamente fare parte di una sottospecie!».

Nel suo libro “ln the Mind of the Machines” lei dà un avvertimento: in futuro le macchine saranno più intelligenti degli uomini. Qual è la sua posizione rispetto alle opinioni antitetiche di Bill Joy e di Ray Kurzweil sull’argomento?
«Credo che le nostre opinioni siano abbastanza simili per quanto riguarda la condivisione di una preoccupazione comune, circa un uso errato della tecnologia. La mia personale convinzione è che, come i cyborg, noi possiamo trasformare un qualcosa di negativo in positivo e trarne beneficio. In questo forse ho un atteggiamento più positivo di Kurzweil e Joy, e mi sento più vicino a persone come Stephen Hawking e Hans Moravec che la pensano allo stesso mio modo».

Data la sua fiducia nella tecnologia, può essere considerato un transumanista d’eccezione?
«Suppongo di sì. Attualmente più che limitarmi a teorizzare, realizzo delle sperimentazioni. In questo senso i miei risultati sono notevoli».

E con i suoi esperimenti sulle tecnologie future spera di allungare la vita all’infinito?
«No. Forse tutto ciò ci aiuterà a vivere più a lungo, ma anche la tecnologia nel tempo diventa obsoleta».

Un’ultima curiosità professor Warwick: come la guardano le persone?
«Le dirò, c’è un’ampia varietà di opinioni che ruotano intorno alla mia persona. Alcuni sembrano nutrire ammirazione per i miei esperimenti, altri sono estremamente interessati ai risultati, altri ancora non riescono a crederci. E alcuni – lo percepisco nettamente – sono un po’ gelosi. Generalmente però i miei scritti ricevono buone, se non ottime, recensioni. Così alla fine la maggior parte degli accademici guarda il mio lavoro sotto una buona luce. Ovviamente ricevo anche delle critiche. Sebbene spesso non si tratti di critiche professionali quanto di ignoranti che mi insultano o si divertono alle mie spalle. Ma non le prendo mai troppo sul serio».

UN CHIP NEL FUTURO
Piccola guida per capire il lavoro e gli esperimenti del professor Kevin Warwick e della sua équipe

Kevin Warwick – professore di Cibernetica alla Reading University, ama pensare a se stesso come al primo vero cyborg della storia. La sua idea guida è riuscire a superare le limitazioni percettive e comunicative degli uomini grazie ad upgrade tecnologici
Il MadLab – È il laboratorio del Dipartimento di Cibernetica nel quale lavorano i più stretti collaboratori di Warwick e dove si svolgono gli esperimenti più importanti legati agli impianti sottocutanei e alla bioingegneria di cui il professore è spesso protagonista ( www.madlab.rdg.ac.uk )
Cyborg 1.0. Il 24 agosto del 1998 – Warwick sorprende la comunità scientifica mondiale, facendosi impiantare chirurgicamente dei chip di silicio nel braccio Dopo una serie di esperimenti durati 9 giorni, l’impianto viene rimosso per evitare complicazioni mediche.
Cyborg 2.0. Il 14 marzo del 2002 – Warwick ci riprova: si fa impiantare un centinaio di microelettrodi a contatto con le terminazioni nervose del braccio. Grazie all’impianto riesce a sperimentare sensazioni artificiali e comunicare telegraficamente con la moglie.
Il Transumanesimo – È un movimento tecnofilosofico che crede nella trasformazione della razza umana nei cyborg. L’ibrido uomo-macchina, infatti, viene visto come la realizzazione di un’umanità superiore, più potente e con più capacità di quella attuale.

Colloquio con Kevin Warwick di Francesca Tarissi
L’ESPRESSO, anno L, n. 29, 22 Luglio 2004

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