Esoterismo Oggi

di Andrea De Pascalis

Accade spesso che sotto la denominazione di esoterismo oggi anche i grandi mezzi di comunicazione mettano forme di pensiero e pratiche che di esoterico non hanno nulla, come l’astrologia, lo spiritismo, il satanismo.
Ed è una lacuna pericolosa, visto che continua ad esistere una importante domanda di conoscenza delle dottrine esoteriche di ieri e di oggi, forse per il modo insoddisfacente con cui religioni e filosofie rispondono alle domande di senso suscitate dal mondo attuale.

Fare un pò di chiarezza è possibile, anzi è doveroso:

  1. Perché si evita di spendere tempo e denari rincorrendo insegnamenti che, al di là del loro valore, di esoterico forse hanno somiglianza e non sostanza, come la tanto chiacchierata Dyanetics.
  2. Perché si evita di finire in gruppi pericolosi, da cui poi diventa difficile uscire.
  3. Perché esiste tanta cattiva letteratura sull’argomento, densa di errori, falsificazioni e luoghi comuni, mentre è facile accedere a lavori aggiornati e di grande valore.

Negli ultimi decenni infatti, l’esoterismo è uscito dalla gabbia culturale che lo considerava materia per gli sciocchi, e la sua storia e i suoi contenuti sono diventati materia di studio e insegnamento alla Sorbona di Parigi, all’università di Amsterdam, alla New York University e in altri Atenei.
La riflessione però va allargata a un elemento fondamentale: che senso ha oggi approfondire i temi dell’esoterismo, a meno che non si sia storici di professione?
Tanti pensano di trovarvi meravigliosi segreti che regalano poteri straordinari, in grado di plasmarti come una specie di superuomo, di praticare la lettura del pensiero, la bilocazione e la preveggenza, acquistare una salute di ferro, dominare i propri simili, fabbricare il Golem e dialogare con gli angeli.
Chi segue queste piste perde il proprio tempo. È vero che talvolta queste doti vengono promesse a chi persevera e alla fine individua la pista giusta per districarsi tra enigmi, falsi suggerimenti, pratiche difficilissime ed estenuanti, ma nulla va preso alla lettera.
A chi realizza la Grande Opera e conquista l’elixir al rosso, l’alchimia classica promette un ritorno alla fanciullezza, un processo velocizzato di ciò che avviene al protagonista del film “Lo strano caso di Benjamin Button”, tant’è che cadranno i denti da adulto e rinasceranno quelli da latte. L’interpretazione è simbolica: ritornare all’innocenza e alla semplicità del fanciullo, alla sua incomparabile apertura all’irrazionale, senza sovrastrutture logiche che frenino. Discorso che sembra ricalcato sul passo evangelico “Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt, XVIII, 3).

È la doppia lettura di un buon testo esoterico: avere il piano della lettura immediata, essoterica, che tutti possono cogliere, ed avere un piano di lettura esoterico, che solo chi è abituato a cercare qualcosa di più sottile, di meno evidente ma più profondo, riesce a cogliere. È un processo che non si può insegnare a scuola, che nasce da sé dentro la persona a forza di districarsi tra testi oscuri, simboli, archetipi.
E se le Siddhi, i poteri promessi dal padre dello yoga, Patanjiali (500 a. C., tra le Siddhi camminare sulle acque; ricorda niente?), sono soprattutto simbolici, che senso ha allora l’approccio esoterico a certe forme di pensiero?
Come già detto le strade sono diverse, e si percorrono con “scarpe” (metodi) diverse. Nell’ormai lontano 1954, lo scrittore inglese Aldous Huxley scrisse un libricino che fece epoca: “Le porte della percezione” (Mondadori, ristampa 2014). Il testo in premessa recava una significativa frase di William Blake: “Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe com’è, infinita”. Nel libro Huxley raccontava delle sue sperimentazioni alla ricerca di stati di allucinazione con l’uso della mescalina. In queste condizioni – affermava – aveva acquistato una diversa forma di percezione, un modo di vedere le cose del tutto nuovo. Concludeva: “L’uomo che ritorna dalla breccia del Muro (della percezione) non sarà mai proprio lo stesso dell’uomo che era andato: sarà più saggio ma meno presuntuoso, più felice ma meno soddisfatto di sé, più utile nel riconoscere la sua ignoranza, eppure meglio attrezzato per capire il rapporto tra parole e cose, tra ragionamento sistematico e Mistero insondabile che egli cerca, sempre invano, di comprendere”.

Una quindicina di anni dopo arrivarono i libri di Castaneda che raccontavano della ricerca di stati alterati di coscienza con l’uso del peyote, da cui deriva la mescalina. Né Huxley né Castaneda capirono il rischio di indicare l’uso di droga per aprire le porte della percezione ad una realtà allargata e senza sovrastrutture. La loro era una scorciatoia già nota e proibita in epoche antiche. Zarathustra (XII sec. a.C.), ad esempio, condannava l’assunzione di haoma (una bevanda mistica misteriosa) come premessa e “scorciatoia” dei rituali.
Per fortuna niente di ciò è necessario nella ricerca esoterica per ottenere risultati stupefacenti. Si veda il caso del qabbalista del ‘300 citato da Moshe Idel ne “Le porte della Giustizia” (Adelphi, 2001), qabbalista che nel corso della sua meditazione a lume di candela sulle lettere dell’alfabeto ebraico si accorse di essere diventato lui stesso fonte luminosa.
Ciò è alla fine quanto promettono le forme esoteriche autentiche: né ricchezze né poteri, quanto la nascita di un uomo nuovo, rigenerato, liberato dalla schiavitù dei sensi e “benedetto” dal suo sforzo di ritorno da quell’Assoluto da cui proviene la sua essenza ultima. Una meta che, per essere raggiunta, non richiede né droghe né la frequentazione di sette misteriose. Il “maestro” era necessario quando la comunicazione non verbale era poco cosa. Oggi non è indispensabile, surrogato com’è da libri e video (scegliendo bene).

Del resto gli alchimisti consigliavano: “Lege, lege, rilege, labora et invenies” (Leggi, leggi ancora, rileggi, lavora e troverai”). E se lo dicevano loro..


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