dallo SchwartzReport del 7 marzo 2011

L’idea che i primi umani fossero stupidi o primitivi è semplicemente sbagliata. La maggior parte di ciò che abbiamo imparato a scuola sui primi esseri umani si è dimostrato insensato.

Stephan A. Schwartz

KEVIN STACEY – Università di Chicago

Che l’evoluzione umana segua una traiettoria progressiva è una delle ipotesi più profondamente radicate riguardo la nostra specie. Questa ipotesi è spesso espressa nei media popolari quando mostrano cavernicoli che si esprimono attraverso grugniti e monosillabi (fatto salvo i cavernicoli GEICO quale considerevole eccezione) [NdT: si riferisce a una nota campagna pubblicitaria americana per una marca di assicurazioni, GEICO, che ha come protagonisti dei cavernicoli].
Ma questa ipotesi è corretta? I primi esseri umani erano davvero molto diversi da noi?

In un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Current Anthropology, l’archeologo John Shea (Stony Brook University) dimostra che non lo erano.

Il problema, sostiene Shea, è che gli archeologi si sono focalizzati su una misurazione non appropriata del comportamento dei primi umani. Gli archeologi sono andati alla ricerca di prove della “modernità comportamentale”, una qualità apparentemente unica dell’Homo sapiens, quando invece avrebbero dovuto indagare la “variabilità comportamentale”, una dimensione quantitativa del comportamento di tutti gli esseri viventi.

La ricerca sulle origini umane ebbe inizio in Europa, e il registro archeologico del Paleolitico Superiore Europeo è stato a lungo lo standard rispetto al quale è stato confrontato il comportamento dei primi esseri umani e dei non Europei.
Durante il Paleolitico Superiore (45mila – 12mila anni fa), fecero apparizione per la prima volta in Europa fossili di Homo sapiens insieme alla complessa tecnologia degli strumenti di pietra, utensili in osso intagliati, armi a proiettile complesse, tecniche avanzate per l’utilizzo del fuoco, arte rupestre, collane e altri ornamenti personali. Comportamenti simili sono universali e perfettamente uguali negli esseri umani moderni, e quindi, gli archeologi citano le evidenze di questi comportamenti come prova della modernità comportamentale umana.

Tuttavia, i fossili più antichi di Homo sapiens si sono trovati tra i 100mila e i 200mila anni fa in Africa e nell’Asia meridionale e in contesti privi di prove chiare e coerenti di tale modernità comportamentale. Per decenni, gli antropologi hanno confrontato questi primi umani “arcaici” africani e asiatici con i loro omologhi “comportamentalmente moderni” del Paleolitico Superiore, spiegando le differenze tra loro a livello di una unica “Rivoluzione Umana” che modificò radicalmente biologia e comportamento umani. Gli archeologi non concordano su cause, tempi, ritmi, e caratteristiche di questa rivoluzione, ma c’è consenso sul fatto che il comportamento dei primi Homo sapiens risulta essere in modo significativo come quello dei più recenti umani “moderni”.

Shea ha testato l’ipotesi che ci fossero differenze di variabilità comportamentale tra i primi e gli ultimi Homo sapiens utilizzando l’evidenza degli utensili di pietra databili tra 250mila e 6mila anni fa nell’Africa orientale. Questo territorio offre il più lungo registro archeologico continuativo sul comportamento dell’Homo sapiens.
Un confronto sistematico della variabilità nelle strategie di costruzione degli utensili di pietra nel corso dell’ultimo quarto di milione di anni non mostra alcuna rivoluzione comportamentale nella storia evolutiva della nostra specie.
Invece, l’evidenza dimostra grande variabilità nelle strategie di costruzione degli utensili usate dall’Homo sapiens dai primi tempi in avanti.
Cambiamenti particolari nella tecnologia degli utensili di pietra possono essere spiegati in termini di costi e benefici delle diverse strategie di produzione dei diversi utensili, come un maggior bisogno di avanguardia o di più strumenti trasportabili in modo efficiente e versatili dal punto di vista funzionale. Non c’è bisogno di evocare una “rivoluzione umana” per giustificare questi cambiamenti, sono spiegabili in termini di principi ben compresi di ecologia comportamentale.

Questo studio ha importanti implicazioni per la ricerca archeologica sulle origini dell’uomo.
Shea sostiene che confrontare olisticamente il comportamento dei nostri antenati più antichi a quello dei Paleolitici Superiori Europei e usare classificazioni relative alla “modernità comportamentale” è una perdita di tempo.
Non esistono cose del tipo ‘esseri umani moderni’, sostiene Shea, ma solo popolazioni di Homo sapiens con una vasta gamma di variabilità comportamentale. Resta ancora da scoprire se questa gamma è significativamente diversa da quella delle specie dei primi o di altri ominidi. Tuttavia, il miglior modo di progredire nella nostra comprensione del comportamento umano è attraverso la ricerca delle fonti di variabilità comportamentale, in particolare delle strategie di adattamento.

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