IL LINGUAGGIO DEGLI UCCELLI (IL MITO DEL LINGUAGGIO PERDUTO)

di Andrea De Pascalis

Ne Il mistero delle cattedrali (1925) Fulcanelli, parlando della “cabala fonetica” da lui impiegata per esprimere concetti alchemici attraverso permutazioni di lettere e giochi di parole, sostiene l’esistenza di un linguaggio segreto comune a tutti gli iniziati. Questo linguaggio avrebbe avuto, nel mutare dei tempi e dei luoghi, nomi differenti: sarebbe l’argot, la lingua diplomatica, la gaia scienza, la lingua degli Dei, la lingua degli uccelli.(1)

Le tesi di Fulcanelli vanno prese per ciò che sono: tentativi di farci comprendere un significato simbolico, senza curarsi troppo della coerenza filologica e semantica. L’argot, termine che secondo l’alchimista francese deriverebbe dalla contrazione di art gotique e di art goth, in realtà non può essere considerato una lingua, semplicemente perché non esiste un argot ma tanti diversi argot, avendo diritto a definirsi così qualsiasi registro di lingua o gergo particolare usato da un gruppo sociale e che miri ad escludere tutti gli altri dalla comunicazione, e quindi a non farsi comprendere da estranei.

Si tratta perciò di un modo razionale, intenzionale di criptare un messaggio, che può anche essere usato da membro di un gruppo o di una confraternita per identificare un “confratello” e comunicare con lui davanti a terzi in tutta riservatezza. Né l’argot si cristallizza in forme stabili, poiché ogni argot, per poter mantenere quella incomprensibilità agli estranei che è la sua funzione principale, deve rinnovarsi di continuo. Ben diversi, come vedremo, sono i significati che è possibile attribuire al concetto di lingua degli uccelli.

Nel novembre del 1931, cinque anni dopo la pubblicazione de Il mistero delle cattedrali, sulla rivista Le Voile d’Isis René Guénon proponeva un articolo su La langue des oiseaux, poi entrato a far parte della raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Parigi 1975. (2) «Si parla spesso, in varie tradizioni – così Guénon presentava l’argomento – di un linguaggio misterioso chiamato “lingua degli uccelli”: designazione evidentemente simbolica, perché l’importanza stessa attribuita alla conoscenza di questo linguaggio, come prerogativa di un’alta iniziazione, non permette di prenderla alla lettera. Si legge nel Corano: “E Salomone fu l’erede di David; e disse: O uomini! Siamo stati istruiti al linguaggio degli uccelli e colmati di ogni cosa”. Successivamente Guénon fa notare che il concetto di lingua degli uccelli è presente anche nelle saghe nordiche di cui è protagonista Sigfrido, e in definitiva sostiene che la lingua degli uccelli sia una forma di lingua angelica, uno strumento che mette l’iniziato in grado di «entrare in comunicazione con gli stati superiori». Egli infine fa un collegamento tra il termine latino auspex – che si trova anche come avispex, derivante da avis spècere, “guardare il volo degli uccelli” – e la lingua degli uccelli, collegamento che si fonderebbe sul concetto degli uccelli come messaggeri celesti, al pari degli angeli, perché come loro creature alate che si muovono nello spazio tra cielo e terra. Ma neanche questo spiega a sufficienza quale origine abbia il mito della lingua degli uccelli, che effettivamente si rintraccia in un numero di tradizioni anche più ampio di quello indicato da Fulcanelli e Guénon e, questione ancor più importante, con variazioni di significato di non poco conto.

Negli anni in cui i due esoteristi francesi scrivevano le loro osservazioni sul criptico linguaggio degli iniziati, la conquista della lingua degli uccelli andava pubblicamente in scena già da mezzo secolo nei principali teatri dell’opera del vecchio continente. Avvenne infatti nel 1876 a Bayreuth la prima rappresentazione del Sigfrido di Richard Wagner, parte della sagra scenica L’anello del Nibelungo.
Il libretto wagneriano narra di Sigfrido che, spinto dal patrigno, va alla ricerca del drago Fafner, che un tempo era stato un essere umano gigante, il quale custodisce l’oro del Reno. Ciò che l’eroe ignora è che il patrigno, bramoso di quell’oro, gli ha preparato un agguato: non appena avrà ucciso il drago, sarà a sua volta ucciso. Mentre è in cammino nella foresta, Sigfrido ascolta il canto degli uccelli e inutilmente tenta di dialogare con essi. Trovato e ucciso Fafner, che dimora in una grotta, una goccia del sangue del drago bagna la mano di Sigfrido, che istintivamente la porta alla bocca. Assaggiato così il sangue del drago, immediatamente egli è in grado di comprendere il linguaggio degli uccelli, ed acquista inoltre la capacità di percepire i pensieri che si nascondono sotto le false parole altrui. Sarà proprio un uccellino del bosco a guidare Sigfrido nel resto della sua impresa, dandogli dei consigli e aiutandolo a sfuggire all’agguato.
In questa trasposizione poetica il linguaggio degli uccelli è dunque un “carisma” che, insieme alla chiaroveggenza, l’eroe acquista del tutto inconsapevolmente, vincendo il mostro che custodisce il tesoro e poi assaggiandone il sangue per mera fatalità. È noto che in chiave di psicologia uccidere il drago/serpente, il mostro che dorme nel profondo della grotta custodendo un tesoro (è il ruolo del guardiano della soglia), è interpretabile come vittoria sulle forze oscure della psiche.
Ricercare nel canovaccio operistico un preciso messaggio esoterico di Wagner è quanto meno azzardato, poiché il musicista si limitò ad attingere la vicenda di Sigfrido alla mitologia scandinava senza nulla o quasi cambiare. In particolare, la fonte di Wagner è la Volsunga saga, che fu scritta nel XIII secolo come rielaborazione in prosa di materiali più antichi.
In questa versione medievale l’eroe si chiama Sigurd, figlio postumo di Sigmund e della sua seconda moglie Hjordis. Suo padre adottivo è Regin, fratello di Fafnir. In gioventù i due fratelli Regin e Fafnir hanno ucciso il loro padre, il re Hreidmar, per sottrargli l’oro del Reno. Al momento della spartizione Fafnir ha però tenuto il tesoro per sé, trasformandosi in un drago. Regin convince il figlio adottivo ad affrontare ed uccidere Fafnir per poter riavere l’oro, facendosi anche promettere il cuore arrostito del dragofratello.
In realtà Regin medita di uccidere Sigurd dopo che si sarà sbarazzato di Fafnir. Ma mentre Sigurd sta arrostendo il cuore di Fafnir, per verificare se è cotto lo tocca e si brucia, portandosi poi alla bocca la mano bruciata, su cui c’è traccia della carne e del sangue di Fafnir. A quel punto ottiene il potere di comprendere il linguaggio degli uccelli, e sono proprio gli uccelli ad avvertirlo del tranello di Regin.
Questa storia conosce una straordinaria rappresentazione grafica in un’incisione fatta su roccia in una località vicino a Ramsund, in Svezia.
Risalente al X secolo, con una iscrizione in caratteri runici, quasi una didascalia, mostra una successione di eventi: Sigurd che uccide Fafnir (5); Sigurd che prepara il cuore di Fafnir per darlo a Regin e lo tocca per verificarne la cottura (1); gli uccelli che, appollaiati su un albero, avvertono l’eroe del pericolo che incombe su di lui (2); Sigmund che taglia la testa di Regin (3); il cavallo di Regin carico dell’oro sottratto a Fafnir (4).

L’incisione rupestre dimostra che nell’impianto originale della saga il particolare dell’acquisita comprensione del linguaggio degli uccelli ha un ruolo importante. Il suo significato simbolico appare però diverso da quello di uno stato superiore di coscienza conquistato al termine di un cammino iniziatico, come vorrebbero Fulcanelli e Guénon. Se è vero che sul piano simbolico uccidere il drago corrisponde pur sempre al superamento di una prova e alla vittoria sulle forze caotiche del profondo, è anche vero che per Sigmund/Sigfrido l’atto di assaggiare il sangue del dragone è del tutto involontario, e che l’eroe nemmeno è al corrente che assaporare quel sangue gli conferirà un carisma, ossia un “dono”. Se vogliamo, anche la
decisione di affrontare e uccidere il drago è figlia di un tranello altrui, piuttosto che conseguenza di una scelta autonoma di mettersi alla prova.
L’atmosfera dell’episodio è piuttosto quella di un fatto “magico”, casuale e soprattutto temporaneo, tant’è che nel prosieguo della storia di Sigfrido la capacità di capire il linguaggio degli uccelli non ha ulteriori sviluppi e anzi sembra dissolversi insieme all’altro potere, quello di leggere nel pensiero altrui. Il messaggio veicolato dagli uccelli, infine, non porta l’eroe alla
comprensione di verità ineffabili, né lo trasforma in un autentico veggente, piuttosto gli consente di essere messo al corrente di un complotto e così salvarsi la vita. Resta il significato di fondo: intendere la lingua degli uccelli è acquisire il verbo segreto della Natura.

Il XIII secolo è anche l’epoca in cui prende corpo e si diffonde nell’Europa cristiana un’altra narrazione, che presenta la capacità di parlare il linguaggio degli uccelli come segno di santità: è l’episodio della predica di Francesco d’Assisi agli uccelli, diventata così rilevante nella biografia del Santo da aver ispirato uno degli affreschi di Giotto nella basilica di Assisi.
Il racconto dell’evento – ma come vedremo si tratta in realtà di due diverse prediche agli uccelli – è presente già nella prima biografia di San Francesco, la Vita prima compilata da Tommaso da Celano nel 1228/29, dunque a brevissima distanza dalla morte del “poverello di Assisi”, avvenuta il 3 ottobre 1226. Racconta Tommaso:

«Mentre, come si è detto, il numero dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle Spoletana. Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, colombe, cornacchie e “monachine”. Il servo di Dio, Francesco, che era uomo pieno di ardente amore e nutriva grande pietà e tenero amore anche per le creature inferiori e irrazionali, corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni.
Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo il suo costume. Ma notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, tutto felice, li esortò a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l’altro disse loro: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare
e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione”. A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il becco e guardando a lui. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo. Poi anch’egli assieme ai suoi compagni riprese il cammino, pieno di gioia e ringraziava il Signore, che è venerato da tutte le creature con sì devota confessione.

«Siccome poi era uomo semplice, non per natura ma per grazia divina, cominciò ad accusarsi di negligenza, per non aver predicato prima di allora agli uccelli, dato che questi ascoltavano così devotamente la parola di Dio;
e da quel giorno cominciò ad invitare tutti i volatili, tutti gli animali, tutti i rettili ed anche le creature inanimate a lodare e ad amare il Creatore, poiché ogni giorno, invocando il nome del Signore, si accorgeva per esperienza personale quanto gli fossero obbedienti.

«Un giorno, recatosi ad Alviano a predicare e salito su un rialzo per essere visto da tutti, chiese silenzio. Ma mentre tutti tacevano in riverente attesa, molte rondini garrivano con grande strepito attorno a Francesco. Non riuscendo a farsi sentire dal popolo per quel rumore rivolto agli uccelli, disse: “Sorelle mie rondini, ora tocca a me a parlare, perché voi lo avete già fatto abbastanza; ascoltate la parola di Dio, zitte e quiete, finché il discorso sia finito”. Ed ecco subito obbedirono: tacquero e non si mossero fino a predica terminata. Gli astanti, stupiti, davanti a questo segno dicevano:
“Veramente quest’uomo è un santo e un amico dell’Altissimo!”. E facevano a gara per toccargli le vesti con devozione, lodando e benedicendo Iddio. Era davvero cosa meravigliosa, poiché perfino le creature prive di ragione sapevano intendere l’affetto fraterno e il grande amore che Francesco nutriva per esse! ».

Sull’origine e il significato del racconto, poi ripreso con qualche variazione da biografie posteriori, ci sono differenti tesi. È indiscutibile il riferimento al brano del Vangelo di Matteo (VI: 26): «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai: eppure il Padre vostro celeste li nutre… ». Gli uccelli incarnano quindi quell’abbandonarsi alla Provvidenza che è negli ideali francescani. E il Santo che riesce a dialogare con le creature più semplici, “prive di ragione”, porta fino in fondo quella “familiarità” con il creato espressa magnificamente nel Cantico delle creature. Potremmo quindi dire che esprimere la “amicizia con l’Altissimo” parlando la lingua degli uccelli ubbidisce, nella leggenda francescana, allo stesso archetipo – comprendere e parlare il linguaggio della Natura – che affiora nella saga di Sigfrido.

Ma è solo così? Non possiamo qui entrare nell’intricata questione della originalità delle fonti, delle differenze e delle motivazioni delle diverse biografie francescane. Basti dire che nel 1260-63 Bonaventura da Bagnoregio scrisse la Leggenda maggiore, come versione di sintesi del materiale esistente sulla vita del Santo, ubbidendo a una precisa richiesta delle gerarchie ecclesiastiche che poi, una volta terminata la Leggenda, provvidero alla distruzione dei materiali preesistenti: copie della Vita prima e della Vita seconda di Tommaso da Celano ci sono pervenute solo perché le copie furono ritrovate a distanza di secoli.

Secondo tesi recenti, la versione più credibile della predica agli uccelli sarebbe quella contenuta nella cronaca di Ruggero di Wendover (morto nel 1236), monaco dell’abbazia benedettina di St. Albans, in Inghilterra, che però non scrisse una biografia di Francesco e non fu testimone degli eventi.
La sua versione è parte di una storia universale che dopo la sua morte fu completata, ampliata e illustrata da Matteo di Parigi.

Ruggero colloca la predica agli uccelli a Roma, subito dopo che Francesco aveva ottenuto da Innocenzo III l’autorizzazione a predicare. Riferisce il monaco inglese che i romani si mostrarono ben poco interessati ai sermoni del Santo, che allora si recò fuori le mura e si mise a predicare agli uccelli, ma non ai volatili miti elencati da Tommaso da Celano, quanto agli uccelli da preda intenti a divorare carcasse nei campi, rapaci i quali – loro sì – stettero ad ascoltare il sermone. La cosa, narra Ruggero, si ripeté tre giorni dopo ed i romani, meravigliati della predica prodigiosa, si pentirono e finalmente prestarono attenzione alle parole di frate Francesco.

[Sopra: San Francesco predica agli uccelli, dal manoscritto di Matteo di Parigi. Fonte: Internet]

Questa versione troverebbe la sua fonte di ispirazione in Apocalisse XIX:17-18, dove si parla dei rapaci insediatisi tra le rovine della corrotta Babilonia a divorarvi i cadaveri dei potenti di un tempo: per Ruggero di Wendover la Roma scettica e “infedele” è la nuova Babilonia; i romani, laici e clero, che non vedono la santità di Francesco e non gli prestano attenzione, sono come morti sul piano simbolico.
Questa linea interpretativa è rinforzata dal fatto che un episodio di significato analogo fu attribuito dai primi cronisti francescani anche a sant’Antonio di Padova, l’altra figura di spicco del francescanesimo delle origini. Nei Fioretti si narra infatti di Antonio che si reca a Rimini nel desiderio di convertire i molti eretici che vivevano lì. Ma poiché costoro non lo ascoltavano, Antonio si recò sulla riva del mare e lì si mise a predicare ai pesci, i quali, per ascoltare la parola di Dio, misero la testa fuori dall’acqua guardando verso il predicatore.
Un’altra interpretazione della predica di Francesco agli uccelli è quella fornita da Chiara Frugoni (3), per la quale gli uccelli di cui parla Tommaso di Celano rappresenterebbero i poveri della società medievale, essendo in uso in quel tempo raffigurare simbolicamente le classi sociali con diverse tipologie di volatili: i signori erano rappresentati come uccelli da preda, i predicatori come colombe, i fedeli come folaghe, e così via.
Sembra potersi dire che nel caso della predica agli uccelli di Francesco di Assisi, così come della predica ai pesci di Antonio di Padova, ci si trovi davanti, più che al riaffiorare di un antico e raffinato simbolismo esoterico, ad un esplicito intento allegorico dei cronisti medievali. Anche se, alla fine, la capacità di San Francesco di farsi ascoltare dagli uccelli, di intendersi
con loro, è raccontata da essi come una “meraviglia” implicitamente messa in rapporto con la sua santità: parlare lingua degli uccelli sembra essere per lui un dono del Signore, un carisma al pari delle stimmate.

È però nella mitologia greca che intendere la lingua degli uccelli assume connotazioni più ampie sotto il profilo simbolico, e per lo più collegate al potere della divinazione. Apollodoro racconta così la vocazione profetica dell’indovino Melampo: «Melampo viveva in campagna e davanti alla sua casa vi era una quercia in cui avevano fatto il nido dei serpenti; i suoi servi uccisero i serpenti e lui raccolse della legna e li bruciò, ma allevò i loro piccoli. Cresciuti, essi gli si avvicinarono mentre dormiva e, da una parte e dall’altra delle spalle, si misero a lambirgli le orecchie con le lingue.
Melampo si svegliò e rimase atterrito, ma si accorse di comprendere i versi degli uccelli che volavano sopra di lui; istruito da loro, prediceva il futuro degli uomini».(4)

In un altro passaggio del mito Melampo viene raffigurato come capace di intendere perfino il linguaggio degli insetti. Imprigionato da oltre un anno in un edificio, un giorno egli ascolta la conversazione di alcuni tarli annidati nella trave che regge il tetto: un tarlo chiede ai compagni quanta parte della trave sia stata mangiata, gli altri rispondono che è stata mangiata quasi tutta, che solo pochi pezzi rimangono integri. Melampo allora chiede ai carcerieri di essere spostato in un’altra prigione, poiché quella in cui si trova sta per crollare. Anche se preso per pazzo, viene accontentato. Di lì a
poco l’edificio crolla e la fama di Melampo ne viene molto accresciuta. (5)
Profezia, serpenti e la lingua degli uccelli sono elementi presenti anche nel mito dell’indovino Tiresia, come narrato da Apollodoro: «Vi era a Tebe l’indovino Tiresia, figlio di Evere e della ninfa Cariclo, della stirpe di Udeo, uno degli Sparti. Era cieco: della sua cecità e della sua arte profetica si danno versioni diverse. Alcuni dicono che fu accecato dagli dei perché
rivelava agli uomini cose che essi volevano tenere segrete. Ferecide afferma che fu accecato da Atena; Cariclo era molto cara ad Atena…Tiresia vide la dea completamente nuda ed essa gli mise le mani sugli occhi e lo rese cieco. Cariclo la supplicò di restituire la vista a Tiresia, ma la dea non aveva il potere di farlo; allora gli purificò le orecchie in modo che potesse intendere il linguaggio degli uccelli e gli fece dono di un bastone di legno di corniolo, con l’aiuto del quale poteva camminare come coloro che vedevano». (6)

In un’altra versione Atena purifica le orecchie di Tiresia per mezzo del serpente Erittonio, che la dea porta nella sua egida, al quale ella ordina:
«Lava le orecchie di Tiresia con la tua lingua affinché egli possa intendere il linguaggio profetico degli uccelli”». (7) Apollodoro riporta anche la versione di Esiodo, il quale invece narra che nei pressi del monte Cilene Tiresia vide dei serpenti che si accoppiavano. Li ferì e, da uomo, fu mutato in donna; poi di nuovo spiò gli stessi serpenti e ridivenne uomo. «Per questo Era e Zeus, che discutevano se nei rapporti amorosi provassero maggior piacere le donne oppure gli uomini, interrogarono lui. Egli disse che, se nell’amore la somma del godimento è uguale a diciannove parti, nove spettavano all’uomo, dieci alla donna. Per questo Era lo accecò e Zeus gli fece dono dell’arte della mantica». (8)

La capacità di intendere il linguaggio degli uccelli è evidentemente connesso al potere del serpente, come conferma Porfirio: «Senz’altro anche noi e pure tutti gli uomini comprenderemmo tutti gli animali se un serpente ci avesse purificato le orecchie ». (9)
Secondo James G. Frazer la ragione per cui si riteneva che il serpente potesse conferire il dono di comprendere il linguaggio degli uccelli sarebbe da ricercarsi nelle credenze folkloristiche sull’origine del rettile. Citando Democrito, Plinio riporta che i serpenti sono generati dal sangue mischiato di diverse specie di uccelli. Essi dunque sono, per così dire, parenti prossimi degli uccelli. L’origine di questa idea proveniva forse dall’osservazione delle abitudini alimentari del serpente, che striscia nei nidi degli uccelli per mangiare le loro uova. E poiché si pensava che mangiare la carne di un essere vivente ne facesse assumere le qualità mentali, si ritenne che il serpente dovesse conoscere il linguaggio degli uccelli. Proseguendo nella…catena alimentare, chiunque mangia il serpente, o in qualsivoglia modo ne assorbe i fluidi, diventa a sua volta capace di comprendere il linguaggio degli uccelli. (10)
Una lettura più attenta del mito di Tiresia e di Melampo ce li rivela come i prototipi dell’indovino della Grecia arcaica, uno sciamano forse itinerante che acquista il potere della profezia in parte per concessione divina, in parte perché si eleva alla conoscenza delle cose nascoste – le cose che gli dei volevano restassero nascoste. Vedere la nudità di Atena equivale a svelare l’intimo della divinità, trasgressione che comporta una punizione terribile, la medesima cecità che punisce il delitto di incesto di Edipo. E Tiresia che, osservando l’accoppiamento dei serpenti, diventa prima donna e poi torna uomo, fa pensare alla descrizione simbolica di un rito di ingresso sciamanico, rito in cui l’iniziando assume di volta in volta il ruolo femminile o maschile.

La pista della valenza sciamanica del potere di comprendere il linguaggio degli uccelli, e talvolta, di conseguenza, del potere di profetare, è stata esplorata da Mircea Eliade (11). Nel periodo dell’iniziazione il futuro sciamano apprende, come rivelazione da parte di un maestro o come conquista autonoma, una lingua segreta che userà per comunicare con gli spiriti e gli animali-spiriti. Spesso questa lingua è un’imitazione di grida e versi di animali, per lo più di uccelli, dunque è un linguaggio degli animali o un linguaggio degli uccelli. «Dappertutto nel mondo – scrive Eliade – imparare il linguaggio degli animali e, per primo, quello degli uccelli, equivale ad esser capaci di profetizzare! » (12). La spiegazione del legame tra
il serpente e la lingua degli uccelli fornitaci da Eliade è però diversa da quella di Frazer. Per Eliade è vero che la lingua degli uccelli la si apprende spesso mangiando carne di serpente, ma ciò in quanto il serpente è animale considerato magico, ed è ritenuto capace di conoscere l’avvenire, e quindi di rivelarlo, perché ricettacolo delle anime dei morti, quando non è un’epifania degli dèi. Imitarne la lingua o impararla equivale a comunicare con l’aldilà o con le potenze celesti.

Nei resoconti di visioni sciamaniche accade spesso che nello stato di trance il “sognatore” dialoghi con gli uccelli e con altri animali che gli rivelano i segreti dell’altro mondo. Tra gli indiani del Nord America, ad esempio, la ricerca del sogno totemico approdava quasi sempre ad una rivelazione parlata da parte di un uccello, di un orso, di un bufalo o di un altro animale, che diventava a quel punto il patrono totemico del sognatore. Alce Nero descrive così una di queste esperienze, quella in cui ebbe la “chiamata” al futuro ruolo di sciamano: «Avevo cinque anni quando mio nonno mi fece un arco e alcune frecce. L’erba era tenera e io già sapevo andare a cavallo.
Una tempesta di tuoni si avvicinava dalla parte dove tramonta il sole, e proprio quando entravo a cavallo in un bosco, lungo la vallata, vidi un tiranno13 posato sopra un ramo. Questo non fu un sogno, avvenne davvero.
E stavo per scoccare una freccia al tiranno, con l’arco che mio nonno mi aveva fatto, quando l’uccello parlò e disse: “Tutte quelle nuvole di sopra sono da una parte”. Forse voleva dire che tutte le nuvole mi stavano guardando. E poi disse: “Ascolta! Una voce ti chiama!”. Allora alzai lo sguardo alle nuvole e vidi scendere due uomini, la testa in giù come frecce che cadono; e mentre si avvicinavano, cantavano un canto sacro, e il tuono era come il rullare di un tamburo. Io ve lo canterò. Il canto e il rullo erano così: “Guarda, una voce sacra ti chiama;/per tutto il cielo una voce sacra ti chiama”…». (14)

Lo stesso Alce Nero, spiegando come si organizza la cerimonia per avere una visione, rivela che il “lamentatore”, il protagonista del rito che desidera avere una visione, deve a un certo punto arrestare i pensieri che giungono a distrarlo, così da concentrarsi meglio per udire la voce di qualsiasi messaggero il Grande Spirito voglia inviargli. Questi messaggeri, dice, possono giungere sotto forma di un qualsiasi animale, anche piccolo e insignificante come una formica. L’animale può arrivare e restare inizialmente in silenzio, fermo. Poi, presumibilmente quando il “lamentatore” cade in stato di trance, è possibile che comunichi il messaggio di cui è latore. «Tutti questi esseri – spiega Alce Nero – sono importanti perché, a loro modo, sono sapienti e possono insegnare molte cose a noi bipedi, se ci facciamo umili davanti a loro. Di tutte le creature le più importanti sono quelle con le ali perché sono le più vicine ai cieli e non sono avvinte alla terra come i quadrupedi e i piccoli esseri che strisciano». (15)

In questo contesto, dunque, il serpente non è più l’agente di trasmissione della conoscenza nascosta; preferibilmente è proprio una creatura alata a dialogare direttamente con l’aspirante sciamano. E d’altro canto comprendere la lingua degli uccelli è soprattutto frutto di un rito, è una “meraviglia” che dura finché dura il rito: non sempre è una facoltà che, una volta acquisita, rimane allo sciamano come potere duraturo.

Eliade ci dà un altro prezioso indizio per estendere ulteriormente l’approfondimento del significato della lingua degli uccelli. «In parecchie tradizioni – scrive – l’amicizia con gli animali e la comprensione della loro lingua rappresentano delle sindromi paradisiache. Al principio, vale a dire nei tempi mitici, l’uomo viveva in pace con gli animali e comprendeva la loro lingua. Solo in seguito a una catastrofe primordiale, paragonabile alla “caduta” della tradizione biblica, l’uomo è diventato quel che attualmente è: mortale, sessuato, obbligato a lavorare per nutrirsi e in conflitto con gli animali». (16) Lo sciamano, attraverso l’estasi, ripristina la condizione edenica: l’amicizia con gli animali, la conoscenza della loro lingua, la trasformazione in animale testimoniano la reintegrazione.
Tale modello di interpretazione sembra poter spiegare a sufficienza perché il parlare la lingua degli uccelli accomuni sotto il profilo simbolico le biografie leggendarie di personaggi mitici e storici così diversi e lontani come Sigmund/Sigfrido, Francesco d’Assisi e Tiresia. Ma è ad un altro contesto culturale, diverso dal mondo greco, latino o medievale, che bisogna però ricorrere per verificare quanto sia valida questa tesi che vede nel linguaggio degli uccelli un linguaggio edenico smarritosi con la “caduta”.

Tra gli apocrifi dell’Antico Testamento ve n’è uno, risalente almeno al II secolo a.C., che probabilmente fornisce la chiave per comprendere meglio cosa significhi il mito della lingua perduta. Si tratta del Libro dei Giubilei (17), nei cui passi di apertura si dà una particolarissima versione degli avvenimenti che vanno dalla creazione del mondo fino ai tempi di Mosè.
La cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden è narrata così: «Ed Adamo in quel giorno in cui uscì dal giardino di Eden, bruciò, per il bel profumo, incenso, galbano, olio di mirra e spighe aromatiche all’alba, col sorgere del sole, nel giorno in cui coprì le proprie pudenda. E in quel giorno la bocca di tutte le fiere, degli animali e degli uccelli, di quelli che camminano e quelli che si muovono, smise di parlare poiché tutti (in precedenza) avevano parlato l’un l’altro, un sol labbro, una sola lingua». (18)
Il Libro dei Giubilei attesta – ed è forse la fonte più antica in cui avviene – una tradizione secondo la quale, prima della caduta, esisteva una sola lingua, comune all’essere umano e agli animali. Con la cacciata dall’Eden, e la perdita dell’innocenza edenica, questo linguaggio svanisce, l’uomo e gli animali non comunicano più, non si intendono più: o perché gli animali perdono la favella o perché Adamo quel linguaggio non lo comprende più.
Dopo il Libro dei Giubilei quest’idea viene recuperata da altre fonti, arricchendosi di particolari e di interpretazioni. Così in Quaestiones in Genesim (I, 32) Filone di Alessandria si interroga sul passo di Genesi in cui il serpente, definito dal testo biblico «la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore» (19), parla direttamente ad Eva convincendola con belle parole a mangiare il frutto proibito e darne ad Adamo. «Perché il serpente parlava come gli uomini? » si chiede Filone, che risponde con tre argomentazioni. Il serpente parlava il linguaggio degli esseri umani perché:
1) all’inizio della creazione gli animali partecipavano del dono della parola, anche se l’uomo li sorpassava nella capacità di esprimersi avendo una voce molto più chiara; 2) nel piano miracoloso della creazione, il Signore aveva cominciato dalle creature inferiori; 3) le prime forme di vita, essendo indenni dal male, avevano sensi perfetti, capaci di cogliere tutti i linguaggi, capacità deterioratasi con il peccato originale. (20)

Lo stesso autore nel De opificio mundi (LV, 156) afferma: «Si dice che in tempi antichi il serpente velenoso, nato dalla terra, emettesse una voce umana e che un giorno, avvicinandosi alla donna…le rinfacciasse l’ottusità e l’eccessiva timidezza».
Quest’idea è attestata anche in Giuseppe Flavio: «A quell’epoca tutte le creature comunicavano con lo stesso linguaggio: il serpente, vivendo in compagnia di Adamo e di sua moglie, crebbe geloso delle benedizioni che supponeva destinate ad essi». (21) E poi: «Egli [Dio] adirato per la malvagità dimostrata con Adamo, tolse al serpente la voce e sulla sua lingua iniettò il veleno, lo dichiarò nemico degli uomini, lo sottopose ad essere ferito alla testa, essendo qui che l’uomo trova il proprio danno ed essendo qui che è più agevole ammazzarlo per colui che se ne vuole vendicare, lo privò dei piedi e dispose che strisciasse avvolgendo se stesso per terra». (22) D’altro canto, nella versione canonica di Genesi il Signore, maledicendo il serpente per aver provocato la rovina di Adamo ed Eva, lo apostrofa così: «Poiché hai fatto questo, sii tu maledetto….sul tuo ventre camminerai…». Sembra potersi dedurre che il serpente prima della maledizione divina fosse munito di piedi e dunque non strisciasse: o almeno così il brano è stato interpretato da alcuni antichi commentatori.
Capire e parlare il linguaggio degli uccelli, e degli animali in genere, è dunque, in queste fonti più antiche di matrice ebraica, un dono legato alla condizione edenica e cancellato dal peccato originale. Nulla di strano che in tradizioni magiche ed esoteriche, postulando la reintegrazione dell’essere allo stato edenico di innocenza e di perfezione spirituale al culmine del
percorso iniziatico, abbiano concepito che ciò comportasse il recupero del linguaggio perduto.
Resta da approfondire quale diffusione effettiva tale idea abbia avuto nel Medio Evo, considerando che il Libro dei Giubilei ci è noto solo da quattro manoscritti databili tra XV e XIX secolo; o se, piuttosto, l’ipotetica fonte di trasmissione siano stati i testi di Filone di Alessandria e di Giuseppe Flavio.
Ipotesi quest’ultima anch’essa possibile, visto che le tesi dei due autori ebrei nell’VIII secolo ebbero un’eco precisa nella Chronographia di Syncellus.
Bisogna comunque tenere presente che in ambito ebraico il mito del linguaggio edenico perduto fu oggetto delle speculazioni qabbalistiche. Si riteneva che la Torah assumesse forme diverse nel mondo celeste e in quello terrestre, e ci si interrogava sulla forma che avrebbe assunto in futuro o che aveva assunto nel giardino dell’Eden. Una tesi voleva che la Torah avesse assunto il suo significato attuale in conseguenza del peccato di Adamo, che le aveva fatto assumere – per così dire – una forma “corporea”, diversa da quella “spirituale” originale. La Torah del tempo storico conteneva, è vero, le stesse lettere dalla Torah del tempo edenico, ma in una sequenza diversa, che le dava un significato diverso (23).
Un’interpretazione particolare postulava che, al momento della creazione dell’uomo, le lettere dell’alfabeto ebraico erano state impresse sulla fronte di Adamo, ma con la cacciata dall’Eden il loro ordine e il loro riposto significato era stato alterato, quindi era cambiato il linguaggio: quello edenico non corrispondeva a quello in uso dopo la caduta.

Come ci ha ricordato René Guénon, anche il Corano fa cenno al linguaggio degli uccelli come forma arcana di sapienza. Il passo in questione si trova nella Sura XXVII, o Sura delle formiche, in cui Salomone, succeduto a Davide, nel momento di chiamare a raccolta davanti a sé «dèmoni, uomini e uccelli», esclama: « O uomini, ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e ci è stata data abbondanza di ogni cosa: invero questa è grazia evidente!».
È noto che il Corano attinge talvolta a fonti ebraiche, non sempre canoniche. Secondo taluni commentatori l’allusione di Salomone al linguaggio degli uccelli deriverebbe da una particolare interpretazione del testo biblico di I Re V:23, che, nel magnificare la saggezza universale del figlio di Davide, dice:

«[Salomone] parlò di piante, dal cedro del Libano all’issòpo che sbuca dal muro; parlò di quadrupedi, di uccelli, di rettili e di
pesci». Sembra però una spiegazione debole, poiché manca il nesso tra una sia pure straordinaria conoscenza del mondo animale – e non solo degli uccelli – e la misteriosa lingua di cui fa cenno la Sura delle formiche. La spiegazione va forse cercata altrove, e certamente nell’humus della cultura ebraica antecedente il Corano.

Louis Ginzberg (1873-1953), uno studioso ebreo di origine lituana emigrato negli Stati Uniti, dove insegnò al Jewish Theological Seminary, è autore di una voluminosa opera, The legends of the Jews, nella quale raccolse e sintetizzò centinaia di leggende e di storie tratte dalla letteratura religiosa ebraica. (24) Alcune storie hanno come riferimento la saggezza di Salomone, così grande che «perfino gli animali gli sottomettevano le loro controversie».
In una di queste un ospite di Salomone, al momento di accomiatarsi da lui, gli chiede come dono di addio di insegnargli la lingua degli uccelli e degli animali. Il re è disposto ad acconsentire alla richiesta, ma avverte il suo ospite che possedere la conoscenza della lingua degli uccelli è molto pericoloso: «Se tu riveli ad altri ciò che hai sentito da un animale, di sicuro morirai». Il visitatore insiste e viene accontentato. Inutile dire che di lì a poco egli viene a trovarsi in una situazione che lo costringe a rivelare alla moglie una conversazione tra due suoi animali domestici, l’asino e il bue, e solo per un soffio scampa alla morte (25).
La conoscenza del linguaggio degli uccelli è oggetto di non poche fiabe e racconti popolari di mezzo mondo. (26)

Elementi narrativi spesso ricorrenti in questo genere letterario sono la pericolosità della conoscenza del linguaggio degli uccelli e il suo avere carattere profetico.
In un racconto popolare della Serbia, Il dono del Serpente, ritroviamo anzi tutti e tre gli elementi simbolici presenti nei miti di Melampo e Tiresia: il serpente, la lingua degli animali e la profezia. Qui è un pastore che salva la vita a un serpente, proprio come fatto da Melampo, e per ringraziamento ne riceve un consiglio: chiedere per ricompensa al re dei serpenti la conoscenza della lingua degli uccelli. Il re serpente avverte inutilmente il pastore che rivelare il segreto di quella lingua significa morire. La trasmissione della conoscenza della lingua degli uccelli dal re serpente al pastore avviene in un modo singolare: il re serpente soffia nella bocca aperta del pastore, poi si fa soffiare da questi nella propria bocca, e la cosa viene ripetuta tre volte. Il resto del racconto segue sorprendentemente la stessa traccia della storia di Salomone narrata da Ginzberg, con il pastore costretto a rivelare alla moglie la ragione del proprio riso, e la morte scampata per un soffio. Una similitudine che si spiega soltanto con l’ipotesi che il mito del linguaggio segreto degli animali, e del rischio di morte in cui incorre chi viola quel segreto, si sia trasmesso al folklore di mezza Europa attraverso la cultura degli ebrei della diaspora.
Esiste però una testimonianza molto antica, di epoca pre-islamica, che attribuisce agli Arabi una vera e propria tradizione nel comprendere e parlare la lingua degli uccelli, quasi una scienza in linea piuttosto con la tradizione sciamanica greca, che non con la tradizione religiosa ebraica.
Filostrato ne La vita di Apollonio di Tiana, opera scritta presumibilmente all’inizio del III sec. d. C., elogia infatti «la sapienza grazie alla quale [Apollonio] giunse a comprendere il linguaggio degli animali, secondo il modo degli Arabi. Apprese tale arte appunto mentre viaggiava tra queste genti, le quali ottimamente la conoscono e la praticano. È infatti diffusa tra gli Arabi la capacità di capire gli uccelli, che danno vaticini al pari degli oracoli; e comprendono le voci degli esseri privi di parola cibandosi secondo alcuni del cuore dei serpenti, secondo altri del fegato». (27)
Fatto è che nella mistica islamica medievale la conoscenza della lingua degli uccelli ricorre come forma di sapienza esoterica. Come spiega A. Bausani (28), nell’Islam esistono un linguaggio corrente e una lingua sacra, costituita dall’arabo classico in cui è scritto il Corano, un po’ come è stato il latino per il mondo occidentale. Ed è all’arabo classico che gli ambienti ortodossi dell’Islam alludono talvolta come lingua del Paradiso. Per i circoli mistici ed esoterici dell’Islam esiste però la tradizione di una terza lingua, segreta, esoterica, che reca in sé un potere quasi magico. Ad essa ci si riferisce appunto come lingua degli uccelli, la lingua citata dal Corano nella Sura della formica. Scrive il poeta mistico Rûmî: «O uccello, parla la lingua degli uccelli; io posso capire la sua cifra segreta». (29)
Ma non è a questa lingua segreta che fa riferimento il poema Mantiq at-Tayr, titolo che in italiano diventa Il verbo degli uccelli, opera del poeta persiano Farid ad-din ‘Attar, morto tra il 1230 e il 1234. Attar narra di un popolo di volatili che, riunito in assemblea, decide di scegliere come proprio re il mitico uccello Simurgh (il “Trenta uccelli”). In centomila si mettono in viaggio per raggiungere la corte di Simurgh. Il percorso è lungo e denso di insidie, e si snoda attraverso sette valli. Alla fine solo trenta uccelli raggiungono la meta. L’allegoria è evidente e rispecchia il viaggio dell’anima alla ricerca della divinità (Simurgh) attraverso le sette tappe (le valli) della via mistica. In tanti partono nella loro ricerca interiore, ma solo pochi eletti riescono nell’impresa.
Il poema di ‘Attar ha precedenti illustri nella letteratura religiosa persiana, tra cui il breve trattato Risālat at-Tayr (Epistola degli uccelli) di Avicenna (980-1037), l’altro Risālat at-Tayr scritto dal filosofo Al-Ghazzali (1059-1111) e il racconto ‘Aql-i surkh (L’Intelletto rosso) del filosofo Suhravardī (XII secolo). Il tema è sempre quello di un gruppo di uccelli/anima che si mettono in viaggio alla ricerca del loro sovrano/Dio. È un tema di indiscutibile sapore gnostico, che infatti ricorda il cosiddetto Canto della perla, un inno contenuto all’interno dell’apocrifo Atti di Tommaso, nel quale l’anima esiliata nella materia, ricevuta la “chiamata” dal Padre, avverte la sconfinata nostalgia per la “casa” del Padre/Re e intraprende il faticoso viaggio di ritorno (30).

Per quanto interessanti, però, queste opere della mistica persiana hanno poco a che vedere con il mito del linguaggio degli uccelli. Del quale, fatta giustizia delle approssimazioni di Fulcanelli, resta da dire che nella sua accezione più genuina, antica e diffusa appare indissolubilmente legato al simbolismo del serpente, il cui sangue, carne o saliva, assorbiti volontariamente – come in alcuni riti sciamanici – o involontariamente – come nel caso del drago Fafnir o del serpente di Tiresia – conferiscono la comprensione del linguaggio segreto della Natura e, quasi sempre, il dono della profezia. In fondo la stessa versione del Libro dei Giubilei, che trasforma il mito della lingua degli uccelli in mito della lingua edenica perduta, lega la cesura di quella conoscenza all’opera di seduzione di un serpente.
La diffusione di questa idea mitica, pur con qualche variante, in aree geografiche, culturali e storiche così distanti è straordinaria almeno quanto la sua persistenza dai giorni degli sciamani e degli indovini fino ad oggi. Al suo fondo c’è forse la memoria ancestrale di un’esperienza dello spirito concreta e reale, in cui l’aprirsi alla dimensione del sacro in uno stato di trance magico-mistica era vissuta come reintegrazione ad una condizione di innocenza assoluta e percezione della capacità di comprendere ogni creatura vivente, nel più classico dei processi di identificazione con l’altro da sé.

(1) Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Roma 1972, p. 46 ss.

(2) Trad. it., R. Guénon, Simboli della Scienza sacra, 1975 (VII, 2005)

(3) C. Frugoni, Francesco e l’invenzione delle stimmate, Torino 1993; Vita di un uomo: Francesco di Assisi, Torino 1995

(4) Apollodoro, I miti greci, a cura di P. Scarpi, Milano 1996, p. 55

(5) Ivi, p. 57

(6) Ivi, p. 57

(7) R. Graves, I miti greci, Milano 1983, p. 340

(8) Ivi, p. 227

(9) Porfirio, De abstinentia, III, 4.

(10) J. G. Frazer, The language of birds, in “Archaelogical Review”, Londra 1888, I.

(11) M. Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Roma 1974, pp. 118-121.

(12) Ivi, p. 120.

(13) Un piccolo uccello appartenente ad un sottordine dei passeriformi

(14) J. G. Neihardt, Alce Nero parla, Milano 1978, p. 54 s.

(15) Alce Nero, La sacra pipa, Milano 1970, p. 81.

(16) M. Eliade, op. cit., p. 121.

(17) Qui si fa riferimento alla versione italiana de Il libro dei Giubilei contenuta in Apocrifi dell’Antico Testamento, Vol. 1, a cura di P. Sacchi, Torino 1981

(18) Ivi, p. 232.

(19) L’interpretazione che identifica il serpente come Satana è tardiva ed evidentemente tradisce lo spirito della narrazione

(20) Filone d’Alessandria, Quaestiones in Genesim, I: 32, Parigi 1979

(21) Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, I: 41, Torino 1998

(22) Ivi, L: 50.

(23) G. Scholem, La cabala, Roma 1974, p. 176 s.

(24) I primi quattro volumi sono stati tradotti in italiano e pubblicati da Adelphi

(25) L. Ginzberg, The Legends of the Jews, Vol. IV, “Salomon. His wisdom”

(26) Il sito internet The language of animals. Folktales of Aarne Thompson, selected and edited by D. L. Ashliman, riporta una bibliografia di alcune centinaia di fiabe di ogni paese aventi questo soggetto.

(27) Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, I 20, Milano 1978

(28) A. Bausani, Persia religiosa, Milano 1959, p. 347 s.

(29) Ivi

(30) L. Morali (a cura di), Apocrifi del Nuovo Testamento, Torino 1971, Vol. II, p. 1311 ss..

foto: Il canto della cinciarella reso visibile dal freddo di Mikhail Kalinin


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