dallo SchwartzReport del 12 giugno 2011

Traduzione a cura della redazione di coscienza.org – Erica Dellago

Peter Russell, lettore dello Schwartzreport e buon amico, affronta qui la questione fondamentale della coscienza, sulla quale gran parte della scienza è così curiosamente silenziosa.

Questa mancanza nel considerare onestamente una visione post materialista è parte della tendenza di voluta ignoranza e, come con il creazionismo, un movimento di negazionisti lavora attivamente per indebolire e fare ostruzione ai fatti.

PETER RUSSELL – The Huffington Post

La scienza occidentale ha avuto notevole successo nello spiegare il funzionamento del mondo materiale, ma quando si arriva a parlare di mondo interiore della mente, ha ben poco da dire. E quando si arriva a parlare di coscienza in sé, la scienza diventa stranamente silenziosa.
Non c’è nulla nella fisica, chimica, biologia, o in qualsiasi altra scienza che possa spiegare il nostro avere un mondo interiore. Per assurdo, gli scienziati sarebbero molto più felici se la mente non esistesse. Eppure, senza le menti la scienza non esisterebbe.

Questo paradosso sempre presente può spingere la scienza occidentale verso quello che Thomas Kuhn ha definito “slittamento del paradigma” – un cambiamento fondamentale nella visione del mondo.

Questo processo inizia quando il paradigma prevalente incontra un’anomalia – una osservazione che l’attuale visione del mondo non può spiegare. Per quanto riguarda il paradigma scientifico di oggi, la coscienza è sicuramente una grande anomalia. E’ il fatto più ovvio della vita: il fatto che siamo coscienti e sperimentiamo un mondo interno di immagini, sensazioni, pensieri e sentimenti.

Eppure non c’è niente di più difficile da spiegare. E’ più facile spiegare come si è evoluto l’universo dal Big Bang agli esseri umani di quanto non lo sia spiegare perché nessuno di noi dovrebbe avere una sola esperienza interiore. Come farà mai tutta l’attività elettro-chimica nella materia fisica del cervello a dare luogo all’esperienza consapevole? Perché non finisce tutto semplicemente nel buio?

La risposta iniziale a un’anomalia è spesso semplicemente ignorarla. Questo è di fatto il modo in cui il mondo scientifico ha risposto all’anomalia della coscienza. E per ragioni apparentemente fondate.
In primo luogo, la coscienza non può essere osservata nel modo in cui possono esserlo gli oggetti materiali. Non può essere pesata, misurata, o comunque immobilizzata. Secondo, la scienza ha cercato di arrivare a verità universali oggettive, indipendenti da qualsiasi particolare punto di vista di un osservatore o stato d’animo.

A tal fine, ha deliberatamente evitato considerazioni soggettive. E terzo, non sembrava esserci bisogno di considerarla; il funzionamento dell’universo poteva essere spiegato senza dover esplorare il fastidioso soggetto della coscienza.

Tuttavia, gli sviluppi nei diversi campi stanno dimostrando che la coscienza non può essere messa da parte così facilmente.

La fisica quantistica indica che, a livello atomico, l’atto di osservazione influenza la realtà che si osserva. In medicina, lo stato mentale di una persona può avere effetti significativi sulla capacità del corpo di guarire sé stesso. E come i neurofisiologi approfondiscono la comprensione della funzione cerebrale, spuntano naturalmente nella loro testa le domande sulla natura della coscienza.

Quando l’anomalia non può più essere ignorata, la reazione comune è tentare di spiegarla all’interno del paradigma corrente.

Alcuni ritengono che una più profonda comprensione della chimica del cervello fornirà le risposte; forse la coscienza risiede nell’azione dei neuropeptidi.

Altri guardano alla fisica quantistica; i minuscoli microtubuli trovati all’interno delle cellule nervose potrebbero creare effetti quantistici che potrebbero in qualche modo contribuire alla coscienza. Alcuni esplorano la teoria del calcolo e credono che la coscienza derivi dalla complessità dei processi di elaborazione della mente. Altri trovano le fonti della speranza nella teoria del caos.

Eppure, qualunque siano le idee avanzate, resta una spinosa questione: come potrà mai derivare qualcosa di così immateriale come la coscienza da qualcosa di inconscio come la materia?

Se l’anomalia persiste, nonostante tutti i tentativi di spiegarla, allora forse c’è bisogno di mettere in discussione i presupposti fondamentali della visione del mondo prevalente. Questo è ciò che fece Copernico di fronte all’imbarazzante movimento dei pianeti. Sfidò la visione del mondo geocentrica, dimostrando che se il sole, non la terra, fosse stato al centro, allora i movimenti dei pianeti iniziavano ad avere un senso. Ma la gente non lascia facilmente andare le ipotesi care. Anche quando, 70 anni dopo, le scoperte di Galileo e Kepler confermarono l’idea di Copernico, l’establishment era restio ad accettare il nuovo modello. Solo quando Newton formulò la sua legge del moto, fornendo una spiegazione matematica dei percorsi dei pianeti, il nuovo paradigma iniziò a guadagnarsi una più ampia accettazione.

Il continuo fallimento dei nostri tentativi di spiegare la coscienza suggerisce che anche noi dovremmo mettere in discussione le nostre assunzioni di base. La visione del mondo scientifico attuale sostiene che il mondo materiale – il mondo di spazio, tempo e materia – è la realtà primaria. Quindi, si suppone che il mondo interno della mente debba in qualche modo derivare dal mondo della materia.

Ma se questa ipotesi non ci sta portando da nessuna parte, forse dovremmo prendere in considerazione alternative.

Un’alternativa che sta guadagnando sempre maggiore attenzione è che la capacità di fare esperienza, non è di per sé un prodotto del cervello. Questo non vuol dire che il cervello non sia responsabile per ciò che sperimentiamo – vi è ampia evidenza di una forte correlazione tra ciò che avviene nel cervello e ciò che avviene nella mente – solo che il cervello non è responsabile per l’esperienza di per sé. Piuttosto, la facoltà di coscienza è una qualità intrinseca della vita stessa.

Secondo questo modello, la coscienza è come la luce di un proiettore cinematografico. La pellicola ha bisogno della luce per permettere all’immagine di apparire, ma non crea la luce. In modo simile, il cervello crea le immagini, i pensieri, i sentimenti e altre esperienze delle quali siamo consapevoli, ma la coscienza di per sé è già presente.

Tutto quello che abbiamo scoperto circa le correlazioni tra cervello e esperienza è ancora vero. Questo accade in caso di slittamento del paradigma; il nuovo comprende il vecchio. Ma risolve anche l’anomalia che il vecchio non riusciva a spiegare. In questo caso, non abbiamo più bisogno di grattarci il capo chiedendoci in che modo il cervello generi la capacità di fare esperienza.

Questa idea è così contraria al paradigma corrente, che i materialisti intransigenti la ridicolizzano e la respingono.

Ma non dobbiamo dimenticare i vescovi del tempo di Galileo, che si rifiutarono di guardare attraverso il suo telescopio perché sapevano che la sua scoperta era impossibile.

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