Christian-Albrechts, Università di Kiel (Germania)

Traduzione a cura di: Valentina Bonserio

Ricostruire il clima del passato è uno strumento utile per capire meglio e prevedere in modo più accurato i mutamenti climatici futuri, conseguenza del riscaldamento globale odierno.

Nonostante si sappia ancora molto poco sulle regioni tropicali e sud-tropicali della terra, queste giocano comunque un ruolo fondamentale sia nell’evoluzione dell’uomo preistorico sia nei cambiamenti del clima globale. Le ricostruzioni climatiche del Nuovo Nord Africa rivelano che, durante gli ultimi 120.000 anni, l’attuale deserto del Sahara è andato per tre volte incontro al fenomeno noto come “Sahara verde”, che l’ha visto ricoperto da un’ampia distesa di prato, laghi e stagni. Le scoperte del dott. Tjalligii, del prof. dott. Martin Claussen e dei loro colleghi saranno pubblicate nel numero di ottobre del “Nature Geoscience”.

Gli scienziati del MARUM, centro per la ricerca ambientale marina di Bremen (Germania) e l’Istituto Alfred Wegener di Bremerhaven (Germania), hanno studiato un sedimento marino estratto al largo della costa nordorientale dell’Africa per scoprire come sono cambiati il manto vegetativo e il ciclo idrologico del Sahara e della regione del Sahel. Gli scienziati sono stati in grado di ricostruire la flora degli ultimi 120.000 anni studiando, all’interno del sedimento, le variazioni nel rapporto tra le particelle trasportate dal vento e quelle trasportate dall’acqua. “Abbiamo trovato ben tre periodi con presenza per lo più di particelle trasportate dall’acqua e quasi nessuna particella di polvere portata dal vento, fatto rilevante poiché oggi il deserto del Sahara è la più grande regione desertificata”, afferma Rik Tjallingii. Egli è al corrente dei lavori di ricerca compiuti all’Università di Kiel nell’ambito del gruppo d’eccellenza “L’oceano futuro”.

Gli scienziati interpretano questo periodo sulla base di un aumento delle precipitazioni che scaturiscono in un manto vegetativo più grande e da cui ne consegue una minore quantità di polvere portata dal vento e una maggiore attività dell’acqua nella regione del Sahara.

Gli episodi del fenomeno Sahara verde corrispondono alla variazione nella direzione dell’asse rotazionale che regola l’energia solare nell’oceano Atlantico Tropicale.

I periodi di massima energia solare hanno aumentato la produzione di umidità, spinto i monsoni africani più a nord e aumentato le precipitazioni nel Sahara.
Per avvalorare le loro interpretazioni, gli scienziati hanno comparato la loro ricostruzione geologica con una simulazione di un modello computerizzato della vegetazione del Sahara, realizzato dal gruppo di ricerca del prof. dott. Martin Claussen.

Il dott. Claussen è direttore dell’Istituto di meteorologia Max Planck di Amburgo e presiede il gruppo d’eccellenza “Predizioni e analisi del sistema climatico integrato” all’Università di Amburgo. La simulazione del modello computerizzato mostra i tre periodi con un Sahara quasi completamente verdeggiante negli stessi stadi studiati nei reperti geologici. Questo supporta l’interpretazione dei geologi e, a sua volta, dimostra la validità dei risultati del modello computerizzato. Inoltre, il modello del computer mostra che solo un piccolo aumento nella precipitazione è sufficiente a sviluppare un manto vegetativo nel Sahara.

Le simulazioni del modello computerizzato indicano, per il futuro, un’espansione dello strato vegetale nel deserto del Sahara qualora il mutamento climatico generato dall’uomo portasse a un forte riscaldamento globale. È, tuttavia, difficile concludere che il Sahara diventerà davvero più verde di quanto sia oggi, poiché le simulazioni non considerano l’influenza dell’attività umana in questa zona.

Da SchwartzReport 1 ottobre 2008-10-01

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