Ingresso Santuario San Michele Arcangelo, fonte Wikimedia Commons

Vorrei raccontare quel che successe e come lo avvertii nel sogno, in un presente diverso ma non per questo meno reale: il presente di ogni sogno. I sogni non hanno passato e futuro, avvengono sempre al presente.
Incomincerò con un esempio molto caratteristico, anche se non e stato, cronologicamente, uno dei primi.
Siamo nel 1971. Tra i vari sogni ce n’è uno che si presenta con una certa insistenza. E’ sempre uguale, si ripete quasi ogni mese. Per circa tre anni.

Sto salendo per un sentiero. Fa molto caldo. Una calzamaglia di ferro mi ricopre le braccia e le gambe. Alla mia destra sento la presenza di qualcuno. Mi giro lentamente e un guerriero, dal mantello chiaro e con un vessillo di color rosso acceso, sale accanto a me. Continuiamo insieme. Il caldo è insopportabile. Mi giunge forte la sensazione degli odori. Il sudore s’impasta con la polvere, le labbra sono spaccate, la gola non riesce ad articolare alcun suono. Alla mia sinistra sta una parete di roccia compatta e ostile. Un denso fumo che scende dall’alto attira la mia attenzione. Vi sono molte persone sparse intorno.
Danno l’impressione di stare lì da tempo. Ho la percezione di essere giunto in questo posto venendo da molto lontano. Un suono veloce e acuto, simile allo stridio di certi uccelli marini, giunge improvviso. Guardo di nuovo dietro le mie spalle e vedo altre persone che prima non c’erano e mi accorgo che sul davanti si apre una larga distesa di mare, azzurro e fermo. Dove sono? Dove sto andando? Mi sforzo mentalmente di dare una risposta alle domande, ma non ricordo assolutamente niente.
Seguo l’unica possibilità: continuare a procedere verso l’alto.
Ora riconosco il soffio del vento.
Alcuni vessilli mi urtano la schiena e producono uno strano suono. Più mi sposto verso l’alto e più aumentano le persone che bivaccano ai lati del viottolo. Mi accorgo che nel camminare appoggio il piede in un modo molto diverso da come sono abituato a fare da sveglio. Alcune voci gridano qualcosa. Molti si avvicinano con facce incuriosite. Improvvisamente ricordo di aver combattuto a lungo contro una popolazione molto diversa
dalla nostra. E’ un pensiero fulmineo ma che mi afferra potentemente.
Era gente molto più civile e raffinata di noi. Nel pensare vengo sopraffatto dal rosseggiare del fuoco, da grida, dall’odore di carne bruciata. Cosa significa? Sono uccisioni barbare, vittime innocenti. Ora ricordo: tutto è stato provocato in nome della fede. Mi coglie un senso di smarrimento, quasi di rabbia. Di colpo alle mie orecchie giungono discorsi di carattere tecnico, militare. Si parla di armamenti troppo pesanti, del problema del caldo, del modo di portare le scudo, di quando usare la spada a doppia impugnatura, del pericolo di infezioni causate dalla rottura degli anelli di metallo delle nostre coperture difensive. Ora intravedo anche gli uomini che parlano. Sono accanto, armati di lunghe spade e hanno in vita delle alte cinture di cuoio con curiosi ricami.
Continuo a salire. Girando sulla sinistra mi trovo davanti al portale di una chiesa completamente scavata nella roccia. Entro. Gli uomini misteriosi mi seguono. l nostri movimenti sono accompagnati da un sordo rumore che rimbomba. Sento l’odore dolciastro e sgradevole dalle ferite infette. Un frate ci porge dell’acqua fresca che doveva sgorgare lì vicino. Dalla cintura allento dei lacci di cuoio e subito ho la sensazione di essere più leggero. Un fumo denso mi viene incontro. Ora sono al centro del tempio. Guardo intorno: il luogo è interamente scavato nella roccia. Sembra un grande ventre in cui tutti, nel trovarcisi, provano immediato sollievo. Qua e là giace qualche ferito, alcuni sono accovacciati sul pavimento altri sono legati a lunghe tavole. Tutti sono lì animati da una speranza. l miei sentimenti sono invece completamente diversi. Sono lì per gridare, per denunciare certe inutili stragi. Negli orecchi rimbalzano grida di dolore, urla di persone molto diverse da me, ma che sentivo profondamente, quasi fossero fratelli.

Un piccolo sacerdote entra nella zona principale attraverso uno stretto corridoio ricavato a scavo dalla parete alla mia sinistra. Fa molto rumore e tutti gli si fanno interno ma con un certo timore. Mi passa accanto, si ferma. La sua mano si avvicina lentamente, mi tocca la testa. E’ fredda. Umida, ne provo ribrezzo.

«Seguimi, fratello! Perché hai chiesto di parlarmi?»

Rimango in silenzio e gli vado dietro. Passiamo vicino ad una parete umida e, attraverso un corridoio, entriamo in un largo stanzone. La luce è debole, un raggio penetra da un’alta fessura cercando invano di vincere il buio. Guardo verso l’alto e sento che vorrei prendere il volo attraverso quell’unico sentiero luminoso. Stridula giunge la voce del piccolo prete.

«Conosco la tua fede nella Santissima trinità e nel mistero di Maria, la Grande Madre. Tu hai difeso nella terra di Lucifero il messaggio della nostra Santa Chiesa. Perché soffri? Ciascuno serve il Signore secondo le proprie possibilità. Io con la preghiera, tu con la spada. Esulta perché hai portato il ferro benedetto per sconfiggere gli angeli dannati che minacciano la Chiesa del Cristo».

In me cresce il disagio, ma non ho il coraggio di esplodere in qualche modo. Quel piccolo e fastidioso essere mi immobilizza. Non faccio niente, assolutamente nulla. L’ultima immagine che mi attornia e formata da fumo, da persone che vi si muovono dentro lentamente: avverto la sensazione che un profondo messaggio è stato tradito e calpestato.

Questo sogno si è ripetuto più volte. L’ho descritto col maggior numero di particolari che, anche questi, si sono replicati sempre monotonamente uguali.

Per circa tre anni ho cercato una chiesa che avesse le stesse caratteristiche di quella vista in sogno. Sentivo che il tutto poteva corrispondere ad una realtà oggettiva. Non so perché nacque questa convinzione. E’ un fatto che mi venne da dentro, senza una spiegazione logica. L’unico elemento da me accertato, progressivamente, in questa esperienza consiste nel fatto che quando il sogno si ripeteva c’era un reale riferimento con la realtà.
Ma la soluzione, se ce ne, poteva essere una, doveva venire da sola. Inutili sarebbero state le ricerche.
Infatti, nell’agosto del 1973 ebbi in regale un libro: ‘I Normanni nel Sud’ di John Julius Norwich. In esso trovai una foto molto simile all’immagine della Chiesa sognata. Era il santuario dell’Arcangelo San Michele al Gargano.
Divorai il libro. Anche gli altri elementi corrispondevano. Il santuario era stato, in tempi lontani, un luogo di passaggio obbligato per chi volesse ripulirsi dai propri peccati. Era state frequentato anche dai crociati reduci dalla Terra Santa. Tutto ciò mi parve un inizio promettente.
La mattina del 16 agosto partii da Roma per le Puglie con alcuni amici per testimoni. La sera giungemmo a Trani. Lungo il viaggio non avevamo quasi mai parlato, tra noi aleggiava una strana atmosfera. Ciascuno a suo modo si domandava a cosa andava incontro. Rimanemmo sorpresi alla vista della magnifica Cattedrale del XIII secolo. Sorgeva vicino al mare e il candore delle sue mura la rendeva simile ad una gigantesca perla. Eravamo stanchi, avevamo bisogno di trovare un pesto per dormire ma prevalse l’istinto di entrare dentro a quell’inaspettata costruzione.
Salimmo lentamente una larga scalinata di accesso, il sole incominciava a tramontare, un guardiano ci fece notare che la chiusura era prossima, mancavano solo quindici minuti. Quell’intervento ruppe l’incantesimo e ci fece tornare ad una triste realtà. Cercai di convincerlo a essere indulgente date che venivamo da molto lontano. La sua risposta fu la seguente: «Devo far rispettare l’erario. Se volete potete tornare domani mattina».
Non mi sembrava logico. Era la prima cosa bella che avevamo incontrato lungo un percorse fatto di ruderi e di castelli.
In quel momento una coppia uscì dalla Cattedrale e ci passò vicino. Rimasi di stucco. La ragazza era un’amica che non vedevo da anni pur abitando nella stessa città. Si fermò presentandomi il compagno: Auguste Gambarin, uno studioso di fenomenologie psicologiche. Dopo un minuto anche loro erano a conoscenza del vero motivo del viaggio al santuario di Monte Sant’Angelo.
Finito il racconto Augusto mi chiese, quasi a bruciapelo, se avevo qualche altre elemento da aggiungere per meglio caratterizzare l’eventuale identificazione del santuario, così come l’avremmo potuto trovare. Sorpreso per questa nuova richiesta gli risposi di getto, quasi senza pensare: «Davanti all’attuale ingresso della chiesa c’è un unico banco di vendita gestito da una anziana signora».
Ora mi era chiaro anche il tipo di mercanzia, si trattava di frutta. Mentre parlavo ebbi un’immagine mentale molto particolare. Era come guardare controluce il negativo di una fotografia. La figura della vecchia incominciò a muoversi con gesti lenti e larghi. Fissai l’attenzione in direzione delle sue mani, stava accartocciando un pezzo di carta. Percepii alla sinistra di quest’immagine una miriade di colori di cui non riuscivo a distinguere le forme. Infine parlai di un prete che stava aspettandomi da tempo con intenzioni, a dir poco, aggressive. Perché avevo tirate fuori la storia del prete? Nel sogno, il sacerdote non mi aveva affatto aggredito, anzi, ero stato proprio io a volerlo eventualmente fare. Augusto annotò tutto. Poi ci demmo appuntamento per l’indomani.
Il mattino successivo, alle 10, eravamo vicinissimi al santuario. A questo punto incominciò a farsi strada un senso di paura. Aumentava a mano a mano che ci avvicinavamo a Monte
Sant’Angelo. Pensai che molto probabilmente avrei fatto una brutta figura. Perché avevo aggiunto altri particolari oltre a quelli che avevo sognato? Perché l’avevo fatto?

Arrivammo quasi di corsa alla chiesa. Sul davanti c’era una vecchia donna con un banco di frutta. Alla sua sinistra una moltitudine di variopinti ombrelloni. Entrammo nella chiesa, una scalinata ci condusse verso il basso da dove si accedeva al vero e proprio santuario. Mi sentivo agitato, nervoso.
«Cos’hai?» domando Augusto.
«Ho che non riconosco i luoghi. Nel sogno non esistevano scalinate dall’alto verso il basso. La via principale di accesso era sull’altro lato, esterna e in salita. Girando sulla sinistra l’ingresso era di fronte».
Giungemmo all’interno. Mi sentii attirato verso la parete sinistra e dissi: «Qui c’era un ingresso che portava in una stanza».
Esaminammo la parete con minuziosa attenzione. Notammo le tracce di un varco murato da tempo. Dopo questo riscontro descrissi un’altra volta tutte le strutture che ricordavo dal sogno.
Avevo in mente, esattamente, l’aspetto del santuario com’era stato fino al 1100 d.C., periodo in cui iniziarono le prime sostanziali modifiche. Ma il fatto che doveva colpirci maggiormente fu un altro. Eravamo in uno stretto corridoio, sbarrato da un pesante cancello. Al di la era possibile vedere i paramenti sacri di epoche diverse. Guardavamo in silenzio quando un prete, facendosi largo tra la folla, mi prese violentemente per una
spalla.
«Ma cosa sbatti?» urlò. «La vuoi smettere di voler forzare il cancello?»
Lo guardai allibito.
«Padre, lei sbaglia. Nessuno ha toccato il cancello».

Circa una quindicina di persone fissavano il prete, sbalordite. Cercai di salvarlo dalla brutta figura. Scendendo le scale mi ero accorto che c’erano dei lavori per rinforzare le strutture
della chiesa sovrastante e dissi: «Il rumore che ha sentito forse viene dagli operai che muovono delle catene…»
«Ma che operai, ma che catene! Con le catene ti ci legherei, perché sei un demonio».
Non riuscivo a capire perché quel prete fosse venuto dall’atrio dove vendeva souvenir per affrontarmi in quel modo. Cercai di cambiare discorso e addolcii il tono della voce.
«Padre, sono giunto da Roma per visitare questo santuario. Vorrei sapere se le strutture architettoniche che ora le descrivo, hanno una base storica». E ripetei quello che avevo visto nei sogni. Si era calmato ma alla parola «descrivo» tornò a fissarmi minaccioso. Fui costretto a mentire: «Rammento di aver visto negli archivi vaticani, un’antica pianta del tempio, un disegno molto rozzo e impreciso…»
E continuai a descrivere gli elementi ricavati dalla mia attività onirica. ll prete annui: era tutto esatto.
Il fatto ebbe una certa risonanza grazie anche alla rubrica televisiva «Ore 20» condotta dal giornalista Bruno Modugno.
Insieme ad altri testimoni Augusto Gambarin raccontò la sua esperienza del Gargano davanti a milioni di telespettatori.
Avevo accettato di partecipare a quella trasmissione credendo di poter trovare uno studioso che mi si affiancasse nella ricerca.
Ma si è rivelata un’inutile speranza.
Il problema forse, tra i vari motivi, è che spesso non si ricerca per conoscere ma solo per affermare dei preconcetti.
Tutto questo è anche la politica del «non sapere», del non infastidire coloro che gestiscono il potere dell’informazione.
A parte questo sfogo personale, penso che sia giusto divulgare dei fatti quando questi hanno una consistenza. Credo che siamo spesso immersi in false verità e sento di dover difendere con forza quelle che si dimostrano reali, indipendentemente da come nascono. E quello che cerco di fare. Mi sembra talvolta di portare una divisa che non posso vedere ma che, in certi casi, pub essere riconosciuta dagli altri.
Cosi cerco di essere preciso e rendo di pubblico dominio le mie esperienze.


Appendice

Alcune testimonianze:

Lo psicologo incontrato nel viaggio in Puglia.

Caro Umberto,
tu vuoi che io ti confermi «l’incredibile avventura» che abbiamo insieme vissuta. Non ho alcuna difficoltà a farlo. Anzi lo faccio volentieri. Ciò che hai scritto su Monte S. Angelo é tutto vero. Ricordo benissimo il nostro primo incontro nella cattedrale di Trani ed il racconto che mi facesti, quella sera stessa, dei tuoi sogni. Prendemmo insieme la decisione di recarci il giorno successivo, a verificare ciò che tu mi avevi già «descritto» in ogni particolare.
Ero scettico, lo ricorderai, ma mi dovetti ricredere. Ricordo la vecchietta fuori della chiesa, il prete «agitato» che ti ha quasi aggredito e la struttura architettonica della chiesa che non corrispondeva alla tua descrizione soltanto perché era stata modificata nel XII secolo.

I fenomeni che ti accadono sono senza dubbio molto interessanti e fai bene a renderli pubblici.

Ti auguro e mi auguro che gli addetti ai lavori ti leggano e ci spieghino.

Cordialmente tuo

                                                                                                                                                                     Augusto Gambarin


Testo tratto dal libro “L’ALTRA DIMENSIONE”, di Umberto Di Grazia, Armenia Editore

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