Sul suo architrave è incisa una formula segreta che dicono serva per fabbricare l’oro. In questa zona, dove oggi c’è un mercato rionale, tre secoli fa sorgeva la villa del marchese Palombara, ostinato cultore di alchimia

di UMBERTO DI GRAZIA e ANDREA DE PASCALIS

Roma, novembre, giardinetti di piazza Vittorio. Ad una dozzina di metri dal monumento ai caduti, seminascosta dalle baracchette del mercato rionale, tra cassette vuote e rifiuti, sopravvive una straordinaria testimonianza del gusto dell’uomo per l’arcano. E’ una piccola porta murata. affiancata da due mostruose raffigurazioni del dio egizio Bes, guardiano dei templi ermetici.
La chiamano “Porta Magica”, ma di magico non ha nulla. Sui suoi stipiti e sull’architrave di pietra sono incisi strani segni e frasi sibilline, che nell’opinione popolare dovrebbero esprimere il segreto per fabbricare l’oro.
Qualcuno, più informato, parla di contenuti filosofici, senza riuscire a spiegare di più. Le guide turistiche la citano puntualmente, vedendola come l’opera di un mattacchione di altri tempi desideroso di burlarsi della credulità altrui. Non è proprio così, naturalmente.
Leggenda a parte, la Porta Magica ha una storia e significati tutti da scoprire. Nella zona oggi compresa tra piazza Vittorio e via Merulana sorgeva tre secoli fa Villa Palombara. Verso il 1680 ne era proprietario il marchese Massimiliano Palombara, personaggio in vista dell’aristocrazia capitolina, frequentatore dei salotti di Cristina di Svezia e cultore ostinato di al-chimia.
Secondo la leggenda il marchese sarebbe stato protagonista di un fatto enigmatico. Un Pellegrino si sarebbe presentato alla sua porta e dicendosi certo che “l’Arte di far l’Oro” fosse cosa difficile ma non impossibile, si offri di darne una prova. Il Pellegrino si sarebbe fatto rinchiudere quindi nel laboratorio del padrone di casa, restandoci tutta la notte a lavorare sui fornelli.
La mattina successiva il Palombara, recatosi dal misterioso ospite, avrebbe scoperto che questi era fuggito nottetempo da una finestra, lasciando per terra un crogiolo rovesciato da cui fuoriusciva una striscia di oro rappreso. Sul tavolo del laboratorio il Pellegrino aveva lasciato alcuni fogli con su scritti simboli e frasi con i quali, evidentemente, intendeva comunicare in cifra a Massimiliano Palombara la chiave del procedimento di fabbricazione dell’oro. In ricordo dell’avvenimento simboli e frasi furono fatti incidere dal marchese alchimista, che non era riuscito ad interpretarli, sulle mura della Villa e tutt’intorno alla porticina dell’ingresso secondario. La speculazione edilizia succeduta alla breccia di Porta Pia ci ha tolto la possibilità di conoscere le iscrizioni di Villa Palombara, della quale si è salvata a stento la Porta Magica.
Per nostra consolazione, parte delle scritte ci sono state conservate dalla testimonianza dell’abate Cancellieri, che all’inizio dell’8OO le trascrisse in un suo libro, sottolineando come ancora ai suoi giorni gli enigmi di Villa Palombara fossero meta di un incessante processione di poveri sciocchi, tutti illusi di riuscire a decifrarvi il segreto per fabbricare l’oro.

Particolare dell’architrave della porta dove sono ben visibili alcuni simboli alchemici

Il Cancellieri era certo un esperto di monumenti antichi, ma sapeva poco di alchimia, altrimenti non l’avrebbe identificata come l’”Arte di far l’Oro”. Come si sta incominciando a comprendere da qualche tempo l’alchimia è stata molte cose insieme: un modo di esprimere il sacro, una via mistica, una filosofia della natura e solo parzialmente una scienza sperimentale tesa non a fabbricare l’oro ma ad impadronirsi dei principi che animano la materia.
La pretesa delle trasmutazioni dei metalli vili in oro è nata un po’ come una cortina fumogena ideata dai veri alchimisti per mettere fuori pista i profani.

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La porta magica con ai lati due raffigurazioni del dio Bes

Ogni testo, ogni simbolo d’alchimia è come un rebus, in cui una piccola immagine, o un particolare insignificante può svilupparsi In un intero discorso. Le chiavi di interpretazione sono sempre almeno due: quella pratica, di laboratorio, e quella spirituale. Così è anche per la Porta Magica. Tanto per renderci conto di come stanno le cose, guardiamo una sola frase, quella incisa in alto sullo stipite di destra: Diameter spherae, Thau circuli, Crux orbis, non orbis prosunt. Ossia: il diametro della sfera, la Thau del cerchio, la croce del globo, non giovano ai ciechi.

Un alchimista francese contemporaneo che si è occupato della Porta Magica sostiene che in questa frase è racchiuso il segreto del “soggetto iniziale”, cioè della materia prima di mettere nel crogiuolo sul fornello.
Proviamo a fare i delatori: il diametro della sfera è, simbolo del salnitro: la Thau del cerchio è O, simbolo del vetriolo, la croce del globo è, simbolo dell’antimonio. Prima di correre tutti a comperare salnitro, vetriolo ed antimonio facciamo pero’ attenzione all’ultima riga. L’iscrizione ammonisce che sapere tutto ciò non è di nessuna utilità se non si è un “vedente”, cioè un iniziato. Questo perché gli alchimisti usavano chiamare con il nome di un elemento o di un composto cose del tutto diverse da quell’elemento o da quel composto.
L’antimonio degli alchimisti, in pratica, non è l’antimonio che noi conosciamo. Su cosa intendesse in realtà il marchese di Palombara con il suo indovinello possiamo solo tentare un ipotesi: il segreto del processo iniziale tanto caro agli alchimisti starebbe nel trattare un ossisolfuro d’antimonio con sale tartrato. Lasciamo le fantasie di laboratorio e veniamo all’altra faccia dello specchio.
L’alchimia è anche un fatto dello spirito. Su questo piano la strana iscrizione alluderebbe – ma anche qui il condizionale è d’obbligo – alle tre condizioni dello spirito da mettere in atto per avviare il procedimento di liberazione interiore, vera meta dell’alchimia. Il significato della Porta Magica non è tutto in questo gioco di enigmi.
C’è qualcosa nel monumento ermetico di piazza Vittorio che lo rende ancora più degno di essere sottratto allo stato di abbandono in cui si trova. Quando il marchese di Palonibara fece incidere la Porta Magica nel 1680, l’alchimia aveva vissuto da poco una svolta importante .subendo l’influsso dei Rosacroce, i quali ne avevano accentuato l’aspetto spirituale a detrimento di quello metallurgico, Nonostante tutte le sciocchezze dette e scritte sui Rosacroce, costoro non erano dei pazzi malati di magia. Studi recenti ne hanno messo In rilievo l’impegno riformista in campo religioso e politico.
I Rosacroce, soprattutto, erano ferventi sostenitori della fede luterana ed auspicavano la fine del papato, considerato regno dell’Anticristo.

La Porta Magica è la testimonianza sicura della penetrazione in Roma della filosofia rosacroce. Ne fa fede il frontone, che è l’esatta riproduzione dell’illustrazione di copertina dell’Aureum seculum redivivum, testo riformista rosacroce. Il marchese di Palombara diviene così un simpatizzante dei Rosacroce che esterna nella Porta la sua adesione ai principi della confraternita. Un monumento ispirato dalla Riforma nella Roma papalina del ‘600 era una beffa e una provocazione. Per fortuna del Palombara nessuno se ne accorse. Ma l’ineffabile marchese, non contento di affidare alla pietra, sotto gli occhi di tutti, le proprie simpatie ideologiche, aggiungeva beffa a beffa mettendo in giro la strana storia del Pellegrino misterioso. Storia completamente inventata ma sempre improntata a quel gusto dell’allegoria così caro agli alchimisti.
Ciò che Massimiliano Palombara voleva dire con il suo racconto strampalato è in fondo assai semplice. “Stibeus” in greco è “il Pellegrino”, “Stibium” chiamavano gli antichi l’ossisolfuro d’antimonio naturale: a far visita al laboratorio di Villa Palombara era stato soltanto l’Antimonio, o almeno il principio che gli alchimisti nascondevano dietro questo nome. Tra questo Pellegrino ed i pellegrini ansiosi d’oro che descrive il Cancellieri, la storia della Porta Magica diviene tutta una storia di pellegrinaggi. Pellegrinaggi che non sono ancora finiti, anzi si sono intensificati, cambiando solo carattere, Niente più figure misteriose, nessun alchimista in erba, solo vecchietti e garzoni di bottega che sotto gli occhi impassibili di Bes si esibiscono in un via vai frenetico per liberarsi la vescica contro gli stipiti ormai corrosi della Porta.
Umberto Di Grazia e Andrea De Pascalis

Articolo pubblicato su “Domenica del Corriere” del 21 novembre 1978

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