di Marisa Menna (views 1.310 views )

Witches Flying to Sabbath, by Bernard Zuber

“Le superstizioni sono forme religiose che sopravvivono alle idee perdute.
Tutte hanno avuto come ragione di essere una verità che non conosciamo più o che si è trasformata. Il loro nome dal latino Superstes vuol dire ciò che sopravvive:
sono resti materiali di scienze e antiche opinioni!”
Eliphas Levi

“La respirazione è il ponte d’arcobaleno fra la nostra superficie sensoriale e la profondità interiore.”
Gipsy Eagle

Le origini delle Janare

L’Irpinia è la terra delle Janare. Per capire meglio chi sono e cosa facevano queste donne dai poteri magici non occorre andare molto indietro nel tempo, infatti in questa terra sono ancora vive, nella memoria collettiva di molti, storie, leggende e fatti di cui ancora oggi si parla.
Ma chi sono queste donne che secondo la tradizione popolare nascevano proprio nella notte della vigilia di Natale?
Per capirlo bisogna partire dall’origine della parola Janare.
“Janua” deriva dal nome Giano, divino consorte di Diana e spesso identificato con Giove e confermato dallo stesso studio della parola Janua.
Giano era il Dio romano degli inizi e dei passaggi, da lui prendeva il nome il primo mese dell’anno Ianuarius – Gennaio e ogni invocazione e ogni sacrificio incominciavano con il suo nome.
Era il dio che risolveva le crisi degli inizi. Il primo momento di ogni atto è sentito come critico presso ogni cultura, questo è dimostrato dalla fenomenologia dei riti di passaggio.
Giano è raffigurato con due volti in direzione opposta, poiché il dio può guardare il passato e il futuro e, essendo il dio della porta, può guardare sia all’interno e sia all’esterno.
In realtà Giano ha un terzo volto quello che guarda il presente ed è invisibile a chi lo osserva proprio perché il presente è un istante inafferrabile.
Da queste poche considerazioni comprendiamo che Giano rappresenta non soltanto il Signore del Triplice Tempo ma anche il signore dell’eternità.

James Frazer a proposito dell’origine della parola Janua legata alle Janare, scrive:
“La parola regolare per porta è la stessa in tutte le lingue ariane dall’India all’Irlanda. E’ dur in sanscrito, thura in greco, tür in tedesco, door in inglese, dorus in irlandese antico e foris in latino.
Eppure oltre a questa parola ordinaria per porta, i latini avevano anche il nome di janua che non ha alcun termine corrispondente in alcuna lingua indo-europea. La parola ha tutta l’aria di essere una forma aggettivale derivata dal nome Janus. Suppongo che possa essere stata abitudine di mettere un’immagine o simbolo di Giano alla porta principale della casa per mettere l’entrata sotto la protezione di un grande dio. Una porta così custodita si poteva chiamare janua foris, cioè una porta di Giano, e il termine poté, col tempo, abbreviarsi in janua. Da questo a chiamare janua ogni porta in generale il passo è facile e naturale.”

La storia delle Janare ha origine con il culto di Diana e di Iside e successivamente anche con i Longobardi e le loro usanze pagane. Alla base vi è quindi la venerazione per il principio femminile e ogni aspetto della sua espansione. Il nome Janare deriva da Dianare ovvero le seguaci di Diana.
Le Janare erano, e sono tutt’ora, donne di antica sapienza che attraverso anche preghiere particolari e l’utilizzo di erbe medicamentose donavano un miglioramento in termini di salute fisica o psicologica a chi lo richiedeva. Non solo. Per alcune vi erano anche stati alterati di coscienza che le permettevano di intuire dove poter andare ad agire.

A tal proposito è opportuno leggere questo breve passo di Gipsy Eagle:

“Sono decenni che la Scienza ci dice che noi utilizziamo solo una parte minima delle nostre risorse mentali. Mai una voce, però, si è levata da quel settore, una voce che dica come fare, come riuscire ad attingere alla pienezza regale del nostro intelletto; mai un iter sembra essere stato tracciato verso una metodologia dell’Eureka, mentre ci sono corpose vie per entrare nei fiotti dell’intuizioni. Gli uomini dell’evo arcaico scoprirono, in una corretta prassi psichedelica, la via all’utilizzo della profonda trance che ne conseguiva per elevare lo sguardo dell’intelletto, riuscendo così non solo a rispondere a tutte le loro necessità pratiche, ma anche a riappropriarsi del senso stesso delle loro esistenze, in intima e profonda connessione con il Tutto”.

Charles West Cope – The Night Alarm: The Advance! 1871

Medicina e magia popolare

“Non c’è bisogno di essere laureati in psicologia per comprendere che è proprio il credere nell’atto a predisporre il soggetto a farsi condizionare sino al punto di far abbassare il suo livello di vigilanza e quindi patirne le conseguenze.”
Francesco De Sanctis “Viaggio Elettorale”, 1875

“Perché la magia esista bisogna che la società sia presente.”
Marcel Mauss, 1903

La medicina popolare risale a una società antica in cui le classi popolari per tutelare la loro salute avevano messo in atto dei sistemi difensivi specifici eseguiti dalla figura carismatica dell’operatore.
Per interpretarla e capirla occorre eliminare i nostri pregiudizi e ciò che crediamo siano le nostre conoscenze e approcciare il tutto con un’impostazione completamente diversa. Accettare ciò che leggiamo e vediamo, e seguirlo negli accadimenti.
Come altre tradizioni la medicina popolare si basa su un’operosità magico – rituale e comprende la magia, la divinazione e la guarigione.
Le scienze psicosociali e le neuroscienze cognitive affermano che le capacità extrasensoriali sono per lo più una particolarità del cervello femminile, ciò non vuol dire però che non esistano guaritori di genere maschile. Secondo alcuni studiosi all’origine delle capacità delle cosiddette streghe ci sarebbe un’alterazione dei livelli di coscienza, Giovan Battista Della Porta fu uno dei primi a ipotizzare questa considerazione.

Georges Lapassade scrive a proposito di stati alterati di coscienza e della transe in particolare:
“La transe è innanzitutto un comportamento motorio diverso dal solito. Per l’osservatore occidentale, essa è un sintomo psicopatico. Ma altrove, razionalmente, nella cultura religiosa e popolare, essa è o l’estasi del corpo, oppure l’intervento di un dio, di uno spirito, di un “demone” che cavalca il corpo dei posseduti. E’ un fenomeno normale la cui base è neurofisiologica, corporale. Su questa base, ogni cultura impone un contenuto ed un significato. Di più, la cultura, e più precisamente l’immaginario sociale, può provocare la transe, può mettere il corpo in transe.”

L’operatore individua l’origine della malattia spesso in elementi esterni alla persona che si è ammalata o in cause che tende a personificare, con un’intuizione straordinaria, attribuisce l’instaurarsi del male alla caduta delle proprie difese.
Di tipo rituale sono anche le numerosissime terapie preventive cui la medicina popolare ricorre come amuleti, abitini, erbe, portafortuna, rimedi contro fatture e malocchio e altro ancora.
Tutte queste azioni e ritualità, molto suggestive, mettono in moto dei meccanismi psicosomatici nella persona di oggi sempre più viene riconosciuta l’importanza del processo guarigione.
Dobbiamo inoltre prendere in considerazione anche eventuali effetti paranormali del guaritore che a volte senza nemmeno saperlo è un sensitivo e l’utilizzo di erbe di oggi si riscopre la validità, in maniera un po’ troppo commerciale.
In alcune popolazioni la figura dello sciamano unisce due giustamente la funzione religiosa, come mediatore tra i mondi e quella di terapeuta, egli ha la funzione di avere il contatto con mondi altri e richiedere aiuto e supporto per far guarire.
Nella tradizione popolare la capacità di far guarire viene trasmessa a un’altra persona ritenuta idonea. Il passaggio avviene durante la notte di Natale per via orale, comunicando i segni e le parole. Naturalmente il guaritore dovrà mantenere il giuramento di impegnarsi, essere generoso nell’aiutare chi necessita e mantenere il segreto sulle parole da dirsi durante il rito.
Nessun vero guaritore chiede denaro in cambio, non ci sono parcelle quindi, ma solo eventualmente doni liberi. Il guaritore prescelto è ricco di forza d’animo e ottimismo, deve essere in grado di infondere fiducia e rasserenare. State lontani da chi vuole vendere un qualcosa o promette miracoli.
Nella teoria generale della magia l’agente magico e il gruppo entro il quale opera condividono la medesima tensione ideologica, la stessa ‘fede’.
La magia popolare ha come fulcro centrale la protezione dalla presenza dai rischi della crisi esistenziale di fronte alle manifestazioni del negativo, finché sussiste infatti il bisogno di protezione il conflitto tra i membri della società non ha luogo. La magia rappresenta quindi la stabilità e al suo interno sono presenti miti, forze magico rituali, gesti potenti, parole cerimoniali, fascinazioni, possessioni, fatture e esorcismi e l’operatore/guaritore diventa una figura istituzionalizzata all’interno della società.

Mircea Eliade nel 1966 dichiarava:
“Tocchiamo ora un problema della massima importanza…cioè la questione della realtà delle capacità extrasensoriali e dei poteri paranormali attribuiti agli sciamani e agli uomini medicina. Sebbene la ricerca a proposito sia ancora agli inizi, un numero piuttosto grande di documenti etnografici ha ormai stabilito l’autenticità di tali fenomeni oltre ogni dubbio”.

Bisogna ammettere che esiste una scarsezza delle rassegne etnografiche riguardante le osservazioni di apparenti fenomeni paranormali ed è sottolineata da Wolman che cita nel suo testo “L’Universo della Parapsicologia”: alcuni articoli di Humprey del 1944 e Pobers del 1956, le rassegne etnografiche più precisate sono quelle di Lang del 1900 e di Vesme del 1931. Tre capitoli di Oesterreich del 1966 descrivono la possessione e la trance fra i gruppi primitivi e l’autore discute la loro possibile rilevanza parapsicologica. De Martino e Bozzano hanno pubblicato delle rassegne estese di resoconti etnografici suggerenti l’operare di un possibile fattore psi. Alcuni interessanti descrizioni di eventi psichici in Australia di Elkins del 1944, in Africa di Trilles del 1914, in Giamaica di Williams del 1934, e ad Haiti di Huxley del 1969.

Gli studi di oggi sulle Janare

“La stregoneria non ha discendenza. Essa è antica come la vita”
Emily Dickinson

Lo studioso, giornalista e scrittore Antonio Emanuele Piedimonte le definisce come: “Buone donne eredi delle fate delle tradizioni nordiche poi tragicamente demonizzate”. Ma perché?
La tradizione popolare successivamente all’arrivo del cristianesimo le ha trasformate in streghe cattive capaci di entrare nelle case attraverso le porte anche con un lieve spiffero di vento, saltare sul torace delle persone durante il sonno per soffocarle provocando nel dormiente la forte sensazione di oppressione sul torace. Provocavano aborti e palpitazioni, spiccavano il volo a cavallo della scopa e si accoppiavano con i demoni sotto un albero di noce. Insomma sono state trasformate in tutto ciò che richiama antiche paure occulte del profondo umano.
La gran parte delle credenze delle tradizioni popolari ha legami con il mondo antico.
Il nome di queste streghe cattive in realtà era Megere, nome legato alla mitologia greca.
Megera era una delle tre vendicative Erinni, divinità infernali nate dal sangue di Urano colate sulla terra dopo l’evirazione da parte di Crono, e note nel mondo latino come Furie. La triade di queste sorelle aveva il compito di vendicarsi dei delitti contro parenti e genitori e dei reati di sangue.
Sono spesso rappresentate con capelli di serpenti, fruste tra le mani e ali per scatenare appunto le loro furie. Sono le protettrici dell’ordine morale e incarnano la propensione dell’uomo a vendicare delitti rimasti impuniti. Aletto – è colei che non lascia mai, Tisifone – è la vendicatrice della morte, Megera – è l’infida. Megera in particolare era preposta all’invidia, alla gelosia e induceva a commettere delitti e infedeltà matrimoniale.
Nella cultura popolare si narra che le Megere si recavano nelle stalle a intrecciare le crine dei cavalli e avevano il potere di tramutarsi in animali. Il popolo sapeva, e sa tutt’ora, che per fermarle era necessario afferrarle per i capelli per poterle cacciare via.
Per difendersi si posizionava, e molti lo fanno ancora, una scopa di saggina o un mucchietto di sale all’ingresso dell’abitazione. La Megera che voleva accedervi si fermava a contare i rametti o i granelli e spesso perdeva il conto costretta ricominciare d’accapo fino al sorgere del sole, dopodiché fuggiva. La luce infatti era una nemica mortale.
Ma come agivano le Janare per donare la guarigione a chi la richiedeva? Spesso la loro magia confina con il culto cattolico, con i sacramenti e la liturgia incrociandosi con la tradizione popolare. Gli scrittori protestanti fanno riferimenti alla vita religiosa del mezzogiorno di un paganesimo in atto e di una chiesa cattolica che sarebbe pagana. Ernesto De Martino cita l’opera di Th. Trede sul paganesimo della chiesa romana, che sarebbe quella più significativa che riflette appunto questo criterio: la tesi è che la Chiesa non ha vinto il paganesimo greco-romano ma, al contrario, il paganesimo ha vinto la Chiesa: “nell’otre è rimasto il vino vecchio, solo l’etichetta è cambiata”.
In tutti casi riguardanti la guarigione in cui agivano le Janare il rito ripete, narrando e mimando, miti esemplari.
Alcuni esempi sono l’eliminazione della ciste sublinguale attraverso una chiave d’argento accompagnato da uno scongiuro ben preciso. L’argento è un metallo nobile, simbolo di benessere e capace di proteggere dai demoni e da ciò rappresentava la malattia. Altro caso è l’eliminazione dei vermi intestinali in cui il gesto della croce che veniva fatto con la mano dall’operatore sulla pancia del sofferente era accompagnato da uno scongiuro e ripetuto il tutto più volte per neutralizzare il male. La croce è il più universale tra i simboli elementari e l’unione degli apparenti opposti.

Legami e nodi

“La divinità si compiace del numero dispari”
Virgilio Egloga VIII

Streghe e Janare nei loro rituali utilizzano spesso i nodi e i maggiori studiosi di Tradizione sanno bene l’importanza che essi svolgono nel rituale.
René Guénon in Simboli della Scienza Sacra scrive a proposito del simbolismo dei nodi:
“Ogni nodo rappresenta il punto in cui agiscono le forze determinanti, la condensazione e la coesione di un ‘aggregato’ che corrisponde a questo o a quell’altro stato di manifestazione, di modo che si potrebbe dire che è il nodo a mantenere l’essere nello stato considerato e che il suo scioglimento provoca la morte immediata a tale stato; d’altronde ciò risulta espresso molto chiaramente dal termine ‘nodo vitale’. Nel simbolismo della tessitura i punti di incrocio dei fili dell’ordito e di quelli della trama, da cui è formato l’intero tessuto, hanno anch’essi un significato simile, dato che questi fili sono in certo qual modo le ‘linee di forza’ che definiscono la struttura del Cosmo.”
Il nodo rappresenta ciò che fissa l’essere in un determinato stato. La peculiarità del nodo è l’unione di due elementi e la sua funzione è quella di tenerli insieme. Nodi e intrecci venivano ad esempio utilizzati per realizzare incantesimi d’amore unendo simbolicamente un uomo e una donna.
Un altro esempio era il nodo che veniva fatto ai pantaloni degli uomini sposati e significava renderli impotenti.
Nell’antico Egitto il nodo compare come “nodo di Iside”e simbolo di eternità.
Per la realizzazione di nodi, legami, incantesimi, per i lavori di tessitura e altre attività manuali artigianali l’utilizzo del canto all’interno del rituale è di fondamentale importanza, infatti senza il canto non si possono realizzare intrecci funzionali.
Il canto rituale fatto di parole e suoni antichi rende armonico il movimento imprimendo nell’azione e nel materiale lavorato emozioni, energia e molto altro di non visibile.

Origine del culto

Statuina rappresentante la Dea Iside, Museo Archeologico di Iraklio, Creta.

I culti egizi raggiunsero finanche le terre irpine. Anche qui veniva adorata Iside, la Grande Madre, padrona delle arti magiche e del mondo ultraterreno. L’imperatore Domiziano fece erigere un tempio in suo onore a Benevento e all’interno del Museo del Sannio è presente una sala dedicata esclusivamente a questa Dea. La sua simbologia si sovrappone a quella Diana e successivamente alle divinità longobarde.
Questi ultimi durante il loro dominio nonostante l’arrivo del Cristianesimo mantennero vive le tradizioni pagane a lungo, adorando gli alberi, le divinità femminili legate alla terra, alla fertilità, alla pace e anche un animale particolare: la vipera a due teste. Il legame con l’Egitto è evidente anche qui, infatti Iside tra i suoi tanti poteri controllava anche i serpenti. Una statuina che rappresenta questa Dea, è stata ritrovata nel 1903 dall’archeologo inglese Sir Arthur Evans nella camera sotterranea del tesoro del santuario centrale del palazzo di Cnosso (Isola di Creta) e risalente all’incirca al 1.500 a.C. – 1.600 a.C.
La figura rappresenta una donna con seno scoperto per indicare l’abbondanza e la fertilità connessa ai due animali che l’adornano. Un chiaro riferimento alla creazione e alla generazione. Le braccia sono aperte, rivolte verso l’esterno e tra le mani ha due serpenti e sul copricapo ha un gatto, simbolo di amore e di fertilità. Entrambi gli animali collegano ai culti egizi.

Obelisco in piazza Papiniano, Benevento

A Benevento, in pieno centro, si trovano i due obelischi provenienti dal grandioso tempio dedicato a Iside fatto erigere dall’Imperatore Domiziano fra l’88 e l’89 d.C. Il luogo dove sorgeva il tempio non è stato ancora precisamente identificato. Secondo l’egittologo tedesco Hans Wolfgang Müller nel capoluogo sannita vi era il più grande centro di rinvenimenti egizi, fuori dall’Egitto. Egli elaborò anche una ricostruzione di come si evolsero nel tempo il culto e il tempio di Iside. Tali ipotesi sono state poi rivedute ed arricchite da altri studiosi.
Tornando ai Longobardi, nel tempo, iniziarono ad adorare anche divinità maschili d’ispirazione guerriera come Odino. Nella mitologia nordica infatti una delle due stirpi divine, i Vanir, sono legati alla terra, alla fecondità e all’accrescimento delle ricchezze.
L’adorazione quindi da parte Janare per gli alberi e tutto ciò che appartenesse alla terra ha una storia molto antica.

L’Albero di noce

“La scelta tra pensiero magico e pensiero razionale non si è ancora conclusa.”
Ernesto De Martino

Nella cultura popolare l’albero di noce veniva rappresentato come un luogo di incontro tra streghe e demoni in cui veniva svolto il banchetto accompagnato da riti orgiastici.
Chi aveva assistito a questi riti poteva essere vittima di malocchio e per sfuggirvi doveva utilizzare come antidoto le erbe di S. Giovanni.
Ma dove era situato questo famoso noce? Tutte le testimonianze scritte fanno riferimento alle rive del fiume Sabato.
Alcune ricerche e studi effettuati hanno supposto fosse a pochissimi chilometri da Altavilla Irpina, nello “stretto delle barbe” (strada provinciale 88, ex ss88) che si snoda tra il territorio irpino e quello del beneventano. La scelta della zona non è casuale, infatti le rive del fiume Sabato erano ricche di erbe medicamentose che provocavano stati di trance e allucinazioni.
Il dibattito sul luogo esatto in cui era situato il noce continua tutt’oggi, secondo altre teorie era situato a Benevento o zone limitrofe, vista l’esistenza della nota formula: ”Unguento, unguento mandame alla noce di Benevento”; il medico Pietro Piperno (siamo nel ‘600) sostiene che l’albero sia situato nelle a due miglia dalla città nella proprietà di Francesco De Gennaro.
Ma perché l’albero di noce è così importante? Rappresenta il legame tra la magia e il mondo antico. In molte favole e leggende svolge il ruolo di contenitore che racchiude beni misteriosi e ha un profondo significato simbolico perché difende con forza il suo contenuto prezioso.
L’adorazione verso un albero come il noce risale alla cultura druidica e celtica, era la casa delle fate e delle streghe in cui si rifugiavano in situazioni di pericolo.
I poteri di quest’albero sono sempre stati di fondamentale importanza per le Janare. Alle donne che desideravano un bambino ad esempio veniva consigliato di recarsi durante la notte di San Giovanni vicino all’albero del noce e bagnarsi le parti intime con la rugiada presente sull’erba.
Nella zona irpina il culto non si ferma esclusivamente all’albero di noce. A Torella dei Lombardi vi è un enorme castagno chiamato “il Castagno di Spolecastroleca”. Il nome sarebbe legato alla storia di una contadina che andando a vendere il latte al paese venne uccisa da briganti di passaggio e per mantenere segreto il delitto decisero di seppellirla ai piedi del castagno.
Da quel giorno iniziarono a diffondersi racconti su questa storia, nelle notti di Natale si dice che si possa udire la contadina lamentarsi e cantare insieme a delle streghe che si riuniscono sotto l’albero.

Sotto a l’acqua
Sott’ a lo vient
Sott’ a lo castagno
Re li turrienti…

L’Irpinia ha un vasto repertorio di tradizioni e racconti e per la sua importanza una rete di ricercatori operò in questo territorio a partire dall’Ottocento cercando racconti mitici, religiosi, scioglilingua e fiabe. Scoprirono una letteratura orale, distante da quella colta, che conteneva un deposito enorme di conoscenze locali e storie di vita.

Le Erbe di S. Giovanni

La notte tra il 23 e il 24 giugno è definita la notte di San Giovanni o anche la notte di mezza estate e rappresenta il giorno magico per eccellenza.
Questo giorno racchiude antiche tradizioni esoteriche, religiose e popolari visto anche il forte legame con il ravvicinato solstizio estivo del 21 giugno, giorno più lungo dell’anno. Il termine “solstizio” deriva dal latino “solstitium”, parola composta da “sol”, cioè “sole”, e “sistere” ovvero “arrestarsi”, ed infatti sembra che il Sole si fermi in questa posizione prima di riprendere il suo cammino discendente, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto sino al 24 giugno, giorno in cui cade la ricorrenza di San Giovanni.
È l’inizio dell’estate e di un periodo di incredibile fertilità. E’ simbolicamente la vittoria della luce sulle tenebre invernali. E’ il momento di agire dopo il momento di stasi e di preparazione avuto durante i mesi freddi.
Questi giorni sono giorni in cui il Sole raggiunge il punto più alto ed è risaputo in tutte le tradizioni che questa notte tra il 23 e il 24 è la notte in cui le erbe raggiungono il massimo dei loro effetti fitoterapici. E’ la notte dei prodigi, delle streghe, è la notte in cui l’aria ci regala la sensazione che tutto può accadere e che tutto può avverarsi. Ecco perché le erbe raccolte durante questa notte assumono il ruolo di potenti erbe magiche.

Nell’opera La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, Ornella dice ad Aligi:

E domani è Santo Giovanni,
fratel caro: è San Giovanni
Su la Plaia me ne vo’ gire
per vedere il capo mozzo
dentro il Sole all’apparire,
per vedere nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire.

Questo passo si riferisce a un’antica tradizione abruzzese: le ragazze si svegliavano all’alba per guardare il sorgere del sole e la prima che avesse visto nel disco luminoso e ‘sanguigno’ il volto di San Giovanni, entro l’anno si sarebbe felicemente sposata.
Durante questa notte veniva prodotta anche un’acqua particolare, l’acqua di San Giovanni o rugiada degli Dei. Si raccoglievano erbe e fiori e si lasciavano macerare al tramonto fuori casa e per tutta la notte in modo che la rugiada magica vi si potesse depositare sopra. La mattina successiva ci si lavava viso e corpo in un rito tramandato da anni con il risultato di preservare il corpo dalle malattie, curare e rafforzare la pelle, favorire la fecondità e scacciare il malocchio.
Tutte le erbe bagnate dalla rugiada durante la notte di San Giovanni aumentavano il loro potere medicamentoso, spesso venivano raccolte e legate in un mazzetto con una cordicella o un nastro con 7 nodi (il numero come sempre non è a caso) e posizionate all’ingresso delle abitazioni per difendersi dal malocchio e dagli incantesimi.
Durante la magica notte è solito raccogliere anche le noci per la tradizionale produzione di nocino fatto in casa. Il liquore è chiamato ovviamente anche liquore delle streghe.

Eric Neumann nel suo libro La Grande Madre scrive:

“Presso quasi tutti i popoli primitivi è il gruppo femminile che prepara le bevande inebrianti; la donna anziana depositaria di erbe terapeutiche e veleni vive ancora oggi nella concezione della realtà della strega erborista e della donna che prepara pozioni velenose”.

Le erbe di Giugno

Di seguito un elenco delle erbe di giugno accompagnato da un breve estratto con alcune delle rispettive proprietà. Lo scopo di questo elenco è quello di stimolare, chi vorrà, ad avvicinarsi e approfondire l’antica arte erboristica.

Aglio Utilizzato già nell’Antico Egitto è uno dei più potenti battericidi naturali, oltre che espettorante, antisettico e ipotensivo. Facilita la circolazione e la depurazione del sangue. E’ utile contro i veleni, i parassiti intestinali.
Secondo la tradizione popolare tiene lontani i vampiri, fattucchiere e anche la follia. In sanscrito la parola “aglio” significa “uccisore di mostri”.
Artemisia Si narra che fu Artemide a scoprire questa pianta. Plinio nelle sue opere esortava a portarla con sé nei viaggi contro la fatica. Il principio attivo dell’artemisinina è studiato attualmente come potenziale anticancro.
Basilico Il suo nome in greco significa “degno della casa del re”, un chiaro riferimento al suo gradevole aroma. Ha proprietà antinfiammatorie e utile in caso di digestione difficile, alitosi, ansia e emicranie.
Borragine La presenza di mucillagini la rende una pianta dalle proprietà emollienti e antiflogistiche, oltre che toniche e diuretiche. Agevola l’abbassamento della febbre e aggiunta all’acqua del bagno decongestiona e pulisce la pelle.
Dragoncello Ha proprietà antisettiche, anestetiche e digestive. Incrementa l’attività epatica e renale. Masticare una foglia fresca aiuta a superare eventuali crisi di singhiozzo.
Iperico Chiamato anche scaccia diavoli, veniva considerata un’erba santa. Cicatrizza piaghe ed è un ottimo rimedio alle ustioni. Nel Medioevo era utilizzato per curare le ferite da spada. L’olio è utile per massaggi e frizioni contro sciatica, artrite e reumatismi. Alcuni ricercatori dell’Università di Pisa hanno constatato che il principio attivo della pianta protegge le cellule del pancreas che producono insulina dal diabete giovanile e dalle infiammazioni.
Lavanda Il fiore veniva utilizzato per profumare l’acqua, infatti i Romani collocavano i mazzetti nell’acqua delle terme. L’infuso aggiunto all’acqua del bagno è antidepressivo e dona aiuto in caso di eccessiva emotività. I fiori contengono proprietà terapeutiche, antispasmodiche, diuretiche e calmanti.
Maggiorana Ricca di vitamina C, è espettorante e sedativa. L’infuso e la tintura sono un ottimo rimedio per nervosismo, emicranie, mal di denti, mestruazioni dolorose e catarro.
Malva Ricca di mucillagini, contiene potassio, ossalato di calcio, vitamine e pectina. Ha funzioni lassative, emollienti e oftalmiche. Utile in caso di irritazioni della bocca, dello stomaco, dell’intestino e in caso di mestruazioni dolorose. I lavaggi e gli impacchi vengono utilizzati per occhi infiammati e congiuntivite.
Mandragora Insieme alla belladonna e alla datura stramonium nel medioevo era considerata l’erba dalle “streghe” perché dotata di potere allucinogeno. Con questa pianta infatti si realizzavano pozioni di ogni tipo. Ha potere narcotico e sedativo.
 Melissa Ricca di olio essenziale, tannini e mucillagini. L’infuso viene utilizzato in caso di vertigini, per stimolare l’appetito e come rimedio alla stanchezza eccessiva.
E’ uno stimolante cutaneo, per questo viene consigliato di aggiungerla all’acqua del bagno. L’essenza pura viene ritenuta stupefacente e poco tossica. Ha proprietà antinervine.
 Menta E’ espettorante, carminativa e digestiva. Essiccata e sparsa sul cibo ne agevola la digestione. L’infuso è adatto per nervosismo, dolori ventrali, mestruazioni irregolari. Il thé alla menta è tonico e rinfrescante.
 Noce  Il “magico” noce è ricco di vitamine A, PP, e gruppo B, oli e tannini. L’infuso, lo sciroppo o il vino sono utilizzati per stanchezza, rachitismo e depurazione dell’organismo. Il succo di mallo è utilizzato contro le verruche. Gli impacchi e i lavaggi sono utili per la crosta lattea, le irritazioni della pelle e le infiammazione degli occhi.
 Origano E’ tonico, stomachico, antisettico ed espettorante. L’infuso o il vino viene utilizzato per stimolare le funzioni dello stomaco, risolvere mal di testa e raffreddore.
 Rosmarino Ha proprietà antisettiche, balsamiche e battericide. Si bruciava il mazzetto per disinfettare l’aria e allontanare le malattie e le epidemie. La tintura in risciacqui viene utilizzata per il mal di denti, e le frizioni contro i dolori dal mal di testa. L’infuso unito all’acqua del bagno ha un effetto stimolante (per alcuni afrodisiaco se mescolato a menta e salvia).
 Ruta Il fiore porta con sé il simbolo della croce, veniva utilizzata infatti per gli esorcismi. Nella tradizione irpina si posizionava un sacchetto con l’erba sul petto per evitare che le Megere si avvicinassero. Allontana vipere, insetti e topi perché ha un odore pungente. Per gli alchimisti aveva il potere di controllare la mente. L’olio utilizzato in frizioni riduce dolori articolari, nevralgie e crampi. Va somministrata sotto controllo data la sua tossicità.
 Salvia Veniva utilizzata dagli Egizi nelle pratiche di imbalsamazione insieme ad altre erbe. Ha proprietà antibatteriche, antivirali, antisettiche e astringenti.
Le Janare la utilizzavano contro gli incubi notturni. Utile in caso di laringiti e raffreddore.
 Timo Balsamico, antisettico, antifungino, stimolante, tonico del sistema nervoso e digestivo. Ha proprietà antibiotiche. L’infuso può essere utilizzato in lavaggi per piaghe e piccole ferite e in gargarismi per infiammazioni alla gola.
 Verbena  Il decotto e l’infuso vengono utilizzati per nevralgie, insufficienza epatica e per stimolare la secrezione del latte. Utile in caso di anemia e in caso di accumulo di acidi urici. E’ considerata l’”erba di tutti i mali”e utilizzata anche per fare auspici d’amore.

Il Nocino

Con le noci raccolte il giorno di San Giovanni possiamo produrre un ottimo nocino fatto in casa.
Le noci naturalmente vanno raccolte i giorni precedenti a San Giovanni e il nocino prodotto i giorni immediatamente successivi.
Qui di seguito la ricetta di una Janara a me molto cara e che mi ha gentilmente permesso la pubblicazione.

Per ogni litro di alcool unire:
– 24 noci tagliate a pezzi
– 2 pezzi di cannella
– 4 chiodi di garofano
– 20 cicchi di caffè
– 2 scorzette di buccia d’arancio
– 1 noce moscata

Il tutto va lasciato in infusione almeno 40 giorni e bisogna agitare di tanto in tanto il tutto.
Quando i giorni di attesa saranno terminati possiamo passare alla preparazione dello sciroppo facendo sciogliere mezzo chilo di zucchero in mezzo litro di acqua e poi farlo raffreddare.
Il nocino poi va filtrato e versato nello sciroppo intiepidito mescolando bene. Il nocino va travasato nelle bottiglie e conservate al buio fino a Natale.


Terra Atlantidea del Mediterraneo

Area archeologica di Tharros, San Giovanni di Sinis, Cabras (Or)

Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpe di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi. Qui esiste tutto ciò che viene raccontato, e quello che viene taciuto esiste perché un giorno qualcuno lo racconterà.”
Michela Murgia

Talismani e amuleti. Foto scattata presso Museo Nazionale Archeologico ed etnografico G. A. Sanna di Sassari

Ho avuto la fortuna, qualche anno fa, di fare il mio primo viaggio in Sardegna per visitare luoghi lontani dal circuito turistico. In realtà fui quasi convinta a partire, la mia attenzione in quel momento era dedicata alla storia e al simbolismo dei paesi nordici. Catapultata in questa avventura, affrontai il viaggio lasciando le porte aperte della mia mente senza aspettarmi nulla cercando di documentarmi al meglio sulla loro storia.
Non si è mai pronti psicologicamente a partire per quei luoghi che non si erano presi in considerazione, c’è una sorta di resistenza e di attrito dovuti a strani motivi dettati dalla logica. Puntualmente arriva il momento in cui quel luogo che avevi scartato, volutamente o inconsciamente, ti chiama e per un qualche strano motivo e per ironia del destino l’incontro avverrà nel momento meno atteso.
Dopo qualche giorno sul posto la nostra logica ammette che il luogo non è poi così male, che forse si può trovare qualcosa di interessante. Una logica fin troppo frenante.
Se sappiamo ascoltare e vedere bene dall’alto le geometrie degli eventi questi posti in cui ci ritroviamo “per caso” ci regalano la sensazione di essere collegati con un filo invisibile a una persona, a un quadro, una chiesa antica, a un reperto archeologico del posto, una danza, una sensazione che proveremo o vedremo. Riscoperto il legame la sensazione che la logica sia abbastanza limitata per l’espansione delle nostre emozioni è ovvia.
Se si affrontano certi viaggi con gioia, rispetto e un pizzico di ingenuità la terra ospitante ricompensa il viaggiatore mostrandosi in tutta la sua potenza regalando esperienze particolari.
Nei giorni in Sardegna ho avuto la sensazione di essere presa per mano da questa terra e portata in giro a visitare luoghi particolari in un itinerario a volte sconosciuto. Posti impervi, scoscesi, nascosti e altri che sembravano irraggiungibili perché situati nella Barbagia più profonda ma tutti mi hanno regalato un legame con la mia terra. Ogni luogo è stato capace di farmi sentire a casa, ho imparato dalla gente la sensazione di sentirsi un popolo con la responsabilità di difendere l’antica storia, spesso tenuta nascosta dalle sabbie del tempo e da chi non può comprendere. I posti visitati sono stati molti, alcuni dalle geometrie perfette che l’attuale umana ingegneria non sarebbe capace di riprodurre e far durare nel tempo, altri dal sentore del rito e della Tradizione profondi.
In tutti questi luoghi mi sono avvicinata bussando e senza far rumore, come mi è stato insegnato, e l’accoglienza è stata evidente persino alla persona più scettica. Inizialmente pensare a me come un’irpina in terra sarda potrebbe essere quasi buffo e invece studiando questa terra mi ha regalato delle sorprese. Ho ritrovato delle analogie profonde con la mia terra, infatti tra le molte testimonianze di architettura preistorica della antica Ichnusa vi sono le Domus De Janas (in foto Domus De Janas nei dintorni di Sassari), che in italiano è stato tradotto in “Casa delle Fate”.  Quando ho sentito il suono di questo nome per la prima volta è stato naturale collegarlo alle conterranee Janare, già solo per la radice del nome in comune. 
Le Janas sono creature della tradizione popolare sarda, sono fate, per metà umane e per metà divine. Divine perché sacro e grande è il loro sapere. Erano inoltre esperte nell’uso di erbe e unguenti per guarire e raggiungere stati alterati di coscienza. La radice del nome Janas richiama anche qui Giano, il dio bifronte, guardiano dei viventi e dell’aldilà, ma è possibile anche la corrispondenza con la parola Gianna che in sardo vuol dire “porta”, perché le Janas sono aperture che connettono a più mondi. L’aspetto minuto di queste grandi donne le permetteva di vivere negli alloggi costruiti nelle rocce, le Domus, appunto. Possedevano un rigore geometrico nella tessitura di stoffe e tappeti, e un utilizzo esperto di nodi e nastri.

Gino Bottiglioni nel suo testo Leggende e tradizioni di Sardegna scrive:

“Le Gianas vivevano non molto lontano da Aritzo in certe buche in mezzo a certe rocce. Esse erano alte non più di 25 cm di statura. Misera era la vita che queste passavano, poiché erano timide molto e vestivano di pelli crude e fuggivano da uomini alti, mangiavano frutta selvatica e carne cruda certe volte, quando le inseguivano, si facevano la tana in mezzo al bosco e in luoghi selvatici, per non essere viste.”

In alcuni paesi si crede che avevano anche il dono della profezia e determinavano il destino degli uomini.
E ancora, sempre citando Bottiglioni, nella leggenda di Nuragus si dice che le gianas uscivano solo di notte per timore che il sole le annerisse; alcuni pastori intervistati affermavano che le fate nane uscivano dalle loro buche soltanto dopo la mezzanotte, cucivano e ricamavano.
L’origine di queste costruzioni pare risalga secondo gli storici a più di 5000 anni fa e in tutto il territorio sardo esistono circa duemila Domus de Janas.
Attualmente sono designate negli itinerari turistici come caverne funerarie e alcune sono posizionate una accanto all’altra a formare una necropoli. Seguendo particolari riti, il defunto veniva trasferito dalla sua casa alle Domus e pitturato con l’ocra rossa, colore simile al sangue, per donare una continuità eterna del suo essere.
Tutte queste aree sepolcrali un tempo erano luoghi magici e sacri abitati dalle Janas ma dopo l’avvento del Cristianesimo si ritirarono in luoghi isolati e sperduti.
Verranno poi descritte nei racconti popolari come donne orrende e mostruose che popolavano le rocce. Anche qui altro punto in comune con le donne Janare irpine.
La memoria delle Janas tra i sardi è sempre viva e li collega con la loro più antica tradizione, infatti queste donne vengono definite come Donne guaritrici, creative, abili tessitrici e regine dei segreti del mare.
Presenti nella cultura popolare anche i miti legati alle streghe, le cogas e le strias, che testimoniano il passato sciamanico di questa terra. Per proteggere l’entrata della propria casa da questi esseri era necessario posizionare una scopa di saggina o un rastrello rovesciato. La strega attratta dai fili di paglia o dai denti metallici, e incapace di contare oltre il numero sette, avrebbe trascorso la notte perdendo il conto e ricominciando fino al sorgere dell’alba che l’avrebbe uccisa se non fosse fuggita. Ma oltre alla celebre figura “sa femina accabadora” è presente anche “sa pratica” la donna medico e sacerdote allo stesso tempo che conosce i misteri e segreti della natura, guaritrice, sciamana e soprattutto chiamata per guarire la persona in preda a una particolare forma di tarantismo sardo.

Janas moderne

«Il mio sogno è che all’ingresso di ogni museo e scuola possa esserci la scritta ‘non importa se non capisci, segui il ritmo’»
Maria Lai

Chiara Vigo, Maestra di Bisso

A Sant’Antioco, a sud-est della regione, ho avuto il piacere di conoscere l’unica maestra di bisso al mondo, Chiara Vigo. Una donna dallo sguardo magnetico capace di scrutarti dentro in ogni angolo più nascosto dell’anima.
Grazie alla sua arte, tramandata oralmente da generazioni dalla sua famiglia, sopravvive l’arte di tessere il bisso, una fibra ricavata dalla Pinna Nobilis, un animale attualmente protetto.
Il bisso è chiamato anche la seta del mare ed è il frutto di una complessa lavorazione rituale che associa ai gesti le preghiere, i canti e le formule segrete tramandate da madre in figlia attraverso il giuramento dell’acqua che ne vieta la vendita assoluta.
Il bisso infatti non è di chi lo lavora, resta del mare e lo si utilizza come mezzo per unire le persone. Non si vende e non si compra, quando viene terminata un’opera viene donata a uno dei musei della terra perché sia patrimonio di tutti.  Questa seta è antichissima e indossata fin dai tempi dei faraoni.
La Maestra all’inizio di ogni suo lavoro ringrazia il mare, tesse a memoria tutte le trame dei disegni con le sue unghie ed è custode di saperi antichi che grazie alla tradizione orale hanno percorso secoli.
Sulla porta del suo museo un cartello molto chiaro “LA FRETTA NON ABITA QUA”. Attualmente il museo è stato trasferito in un altro luogo a causa dello sfratto da parte del Comune. Accade soprattutto in Italia che la vera arte venga sottovalutata e che secondo alcuni tutti possano avervi accesso, anche da persone non preparate o interessate solamente allo sfruttamento commerciale, cancellando così il messaggio che l’Arte porta in sé.
Un Maestro ha la funzione di conservare quello che era, quello che è e quello che sarà e anche per questo motivo i veri Maestri vanno difesi e supportati.
Chiara Vigo è uno dei personaggi del territorio sardo che potrebbe essere definito come una Janas moderna. Tramanda e fa conoscere con onore, rispetto, fermezza e riguardo particolare ai bambini, a cui stiamo lasciando un mondo sull’orlo del baratro.
Per chi vuole approfondire ecco un breve estratto della sua arte “L’Anima dell’Acqua

Altro personaggio affascinante che ho potuto studiare è Maria Lai, artista e donna di grande intelligenza.
Per comprendere a pieno la magia e la forza di questa donna trascrivo alcune parti dell’articolo di Arianna Di Genova pubblicato sul Manifesto I fili scuciti del Mondo”:

“Da bambina, Maria Lai aveva imparato a camminare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zingari acrobati che si erano fermati nel paese dove viveva per lunghi periodi con gli zii. Solitaria, non frequentava le elementari, passava i pomeriggi a disegnare col carbone.
Fino al giorno in cui arrivarono i gitani. Le piaceva molto volteggiare guardando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i giocolieri decisero di partire, lei si unì a loro, accucciandosi dentro il carrozzone che andava via. Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne seguirono molte altre perché, diceva, bisogna sempre mantenere la giusta distanza dagli altri per rimanere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»).”

E ancora, a proposito di nodi e legami:

“Maria Lai, chiamata per disegnare un monumento ai caduti, rifiutò la commissione pubblica e propose invece la sua azione: un nastro (26 chilometri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i loro abitanti uno a uno fino ad arrivare alla montagna. Per realizzare l’impresa, bisognava parlare con le persone e convincerle a superare antichissimi rancori, inimicizie radicate negli anni. Lei ci riuscì, inventando un linguaggio del nastro: sarebbe passato dritto dove le famiglie non si parlavano, annodato dove vi fosse condivisione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse amore. Nessuno, affacciandosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimenticò più quella giornata speciale che finì con balli e canti a notte fonda, venne filmata da Tonino Casula e rimase impressa nella pellicola di Piero Berengo Gardin.”
Merita di essere visto il video performance di Maria Lai “Legare–Collegare” del 1981.

Riguardo alle Janas, Maria Lai affermava: “Le Janas sono porte, le fate ci portano un po’ di universo perché non ci sfugga”.
Mi auguro che l’antica Ichnusa sia difesa come merita. Questo popolo ha in sé una forte identità e la si percepisce ascoltando la storia di ogni abitante che si incontra lungo il cammino. Nei loro occhi c’è l’energia della storia, del rito e della tradizione che non può essere scritta ma deve essere sentita e vissuta, insieme a loro.


Pensieri sulla tradizione e conclusioni

“La nostra essenza profonda è ben differente da quello che crediamo che sia.”
Gipsy Eagle

Le Janare e le Janas non sono streghe cattive ma portatrici sane delle nostre tradizioni, sono coloro che attraverso la loro arte reinterpretano il tutto, a volte anche in modo istintivo e intuitivo, e lo offrono al popolo, spesso in maniera libera e gratuita o richiedendo al massimo una donazione volontaria del bisognoso. Sono coloro che non pretendono ma sono concentrate esclusivamente sulla loro arte, la guarigione, la danza, la lavorazione del tessuto e tutto che può essere utile all’uomo per migliorarsi. I loro gesti sono il mezzo per tramandare antiche conoscenze.
Reinterpretano simboli, codici, movimenti e lo fanno in maniera onesta mantenendo saldo il loro cordone ombelicale con il passato e il volto proiettato al futuro, proprio come Giano.
Nonostante i fatti demotivanti della vita moderna, dalla burocrazia ai personaggi gelosi che vorrebbero rubare metodi e tecniche per appropriarsene solo per vanità o denaro, loro vanno avanti senza farsi corrompere, seguono una linea ben precisa che pochi riescono a riconoscere, perché sana.

Perché questo articolo? Perché sono la pronipote di una Janara che ha guarito e aiutato tante persone, soprattutto bambini ed è giusto che contribuisca a portare chiarezza alla storia di tutte queste donne che sentivano lo scopo di aiutare, senza sentire la necessità di ricevere nulla in cambio.
Operatrici del benessere attraverso la natura e le potenzialità dell’essere umano per migliorare le condizioni di vita di chi si rivolgeva loro.
Sentivano e sentono un legame forte con l’invisibile e la Madre terra e la necessità di proteggere i segreti della loro arcaica tradizione.
I gesti ancestrali, ripetitivi ed ipnotici, richiamano la potenza nascosta di ciò che è energia reale che unisce gli esseri umani oltre l’apparente visibile.
Queste donne tramandano e scrivono la storia delle nostre terre e sono fugaci come il vento.
La Campania ha dei territori profondi e nascosti e a volte che credo questi luoghi siano stati creati proprio per mantenere vivi e difendere i saperi e i rituali della tradizione orale antica dalla confusione e dai ritmi frenetici di perdizione delle grandi città. Il messaggio dell’arte deve restare puro, inalterato e tutelato, infatti è arroccato sulle montagne.
E’ necessario che certi segreti vengano difesi.
Si chiudono naturalmente le porte per proteggere i segreti dalla confusione in nome di un giuramento.
Quasi due anni fa decisi di scrivere un articolo dedicato alla mia terra e alle sue abitanti. E’ passato molto tempo prima che potessi sedermi e compilare questo lavoro. Sono stati due anni intensi di letture e approfondimenti sui maggiori autori che hanno trattato l’argomento e agli studi dei fenomeni a esso correlati. Non ho potuto inserire tutto. Continuerò ad approfondire l’argomento, per cui se tra chi mi leggerà ci sono autori e scrittori saggi in materia vi invito a segnalarmi eventuali studi e riferimenti importanti a riguardo in modo da arricchire questo documento.
Dedico questo scritto alla mia bisnonna e alla mia nonna materna, ringraziandole per avermi accudita e cresciuta con storie, canti, leggende e ricette per un approccio sano alla vita e a me stessa.
Ringrazio la mia terra, dura e silente. La mia più grande maestra.

di Marisa Menna


Bibliografia:

Calendario lunare delle semine e dei lavori, Giunti Editore;
Dallo sciamano al raver, Georges Lapassade, Edizioni Urra;
Erbe che curano, Giunti Editore;
Fiabe e racconti d’Irpinia, La Ginestra, Avellino 1995;
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Campania, Claudio Corvino, Edizioni Newton & Compton;
I guaritori di campagna, Paola Giovetti, Edizioni Mediterranee;
Il Ramo d’oro, James G.Frazer, Bollati Boringhieri;
Il Vangelo delle streghe, Charles Godfrey Leland;
Ischia Esoterica, Ugo Vuoso, Edizioni il Tirso;
La Grande Madre, di Eric Neumann, Edizioni Astrolabio;
Leggende e tradizioni in Sardegna, Gino Bottiglioni, Edizioni Ilisso;
L’Eclisse della Ragione all’alba della Scienza Moderna. La strega, il medico e l’inquisitore, Paolo Aldo Rossi e Ida Li Vigni, Edizioni Virtuosamente;
L’Universo della Parapsicologia, Benjamin B. Wolman, Armenia Editore;
Nella terra delle Janare, Antonio Emanuele Piedimonte, Edizioni Intra Moenia;
Poesie esoteriche, Fernando Pessoa, Guanda, Parma 2000;
Psichedelia. Un ponte verso l’infinità, Gipsy Eagle, Venexia Editrice;
Simboli, Garzanti Editore;
Simboli della Scienza sacra, René Guenon, Gli Adelphi;
Storia della Magia, Eliphas Levi, Edizioni Atanòr;
Storie Irpine, Claudio Corvino, Franco Muzzio Editore;
Sud e Magia, Ernesto De Martino, Feltrinelli Editore;
Viaggio in Sardegna, Michela Murgia, Einaudi.

Sitografia:

www.sardegna.com
www.donnasarda.it
www.ottopagine.it
ilmanifesto.it/i-fili-scuciti-del-mondo/

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