CLARA MOSKOWITZ, Staff Writer – LiveScience

SchwartzReport del 22.01.2008

Traduzione a cura di Daniela Rita Mazzella

cervello_digitaleNon è un segreto che la cultura influenzi le preferenze relative al cibo e alla musica. Ma ora gli scienziati sostengono che essa abbia un impatto anche sul cervello.

Recenti ricerche mostrano che persone appartenenti a diverse culture utilizzano il cervello in modo diverso per risolvere compiti di base legati alla percezione.

I neuroscienziati Trey Hedden e John Gabrieli del McGovern Institute per la ricerca relativa al cervello MIT chiesero ad Americani e Asiatici Orientali di risolvere dei rompicapo in uno scanner per immagini da risonanza magnetica (fMRI) ed scoprirono che entrambi i gruppi riuscivano a completare con successo i compiti, ma i cervelli americani dovevano lavorare di più nei giudizi relativi mentre i cervelli degli Asiatici dell’Est trovavano i giudizi assoluti più stimolanti.

La psicologia precedente poneva l’accento sul fatto che la cultura americana si concentra sull’indipendenza dell’individuo e dei valori, mentre la cultura dell’Est Asiatico prende maggiormente in considerazione la collettività e si concentra sulle persone e sugli oggetti osservati nel contesto. Questo studio mette per la prima volta in evidenza che queste differenze culturali si estendono anche alle attività cerebrali.

Come Gabrieli ha dichiarato a LiveScience, “si può affermare che le culture dell’Est Asiatico danno importanza all’interdipendenza e gli annunci americani dicono tutti cose come, – siate voi stessi, voi siete il numero uno, perseguite i vostri obiettivi. – Ma quanto vi è di profondo in tutto questo? Tutto ciò influisce realmente sul modo in cui si percepisce il mondo? Ciò che colpisce in modo particolare è che ciò che sembra una prospettiva sociale nell’ambito della cultura conduce in ogni caso al giudizio percettivo”.

I risultati dello studio sono stati pubblicati nell’edizione di gennaio della rivista Psychological Science.

Duro lavoro

Gli scienziati hanno chiesto a 10 Americani e 10 Asiatici Orientali giunti recentemente negli Stati Uniti di osservare delle linee all’interno di alcuni quadrati.

In alcuni esperimenti, i soggetti ai quali veniva chiesto di giudicare i singoli oggetti indipendentemente dal contesto, decidevano se le linee erano della stessa lunghezza, senza tener conto dei quadrati circostanti. In altri, i partecipanti giudicavano se le diverse serie di linee e quadrati avevano la stessa proporzione, indipendentemente dalle loro dimensioni assolute, un compito che richiede un confronto relativo tra gli oggetti.

L’fMRI (lo scanner che visualizza le immagini) rivelava che il cervello degli Americani lavorava di più nell’elaborazione dei giudizi relativi, perché entravano in funzione le regioni del cervello che riflettono i compiti di richiesta. Al contrario, gli Asiatici Orientali attivavano il sistema cerebrale per lavori difficili durante l’elaborazione di giudizi assoluti. Entrambi i gruppi mostravano una stimolazione minore in quelle aree del cervello durante l’esecuzione di compiti che secondo i ricercatori si trovano nelle aree culturali più accessibili.

Secondo Gabrieli, “più è difficile ciò a cui bisogna pensare, maggiore è la quantità di cervello che viene attivata”.

Flessibilità individuale

I ricercatori sono stati notevolmente sorpresi dall’osservare un tale effetto e hanno cercato di scoprire le ragioni dei cambiamenti individuali all’interno di una cultura.

Per questo essi hanno osservato dei soggetti per scoprire quanto fortemente essi si identificassero con la loro cultura, facendo delle domande sulle attitudini sociali, ad esempio se una persona sia responsabile del fallimento di un membro della famiglia.

In entrambi i gruppi, partecipanti i cui punti di vista si identificavano con i valori della loro cultura, mostravano effetti cerebrali maggiori.

Uno degli interessi di Gabrieli consiste nell’osservare se i modelli cerebrali cambiano quando la persona immigra.

“È evidente che sei mesi in un contesto culturale già contribuiscono a cambiare una persona”, egli ha affermato, riferendosi alla ricerca psicologica, piuttosto che a quella neurologica. “Questo suggerisce che c’è molta flessibilità”.

Il grande spartiacque

Gli scienziati si sono interrogati a lungo alla radice biologica delle differenze culturali.

Come afferma Gabrieli, “una delle domande era, quando le persone osservano la linea e la scatola, sembrano diverse a cominciare dalla retina, o all’inizio vedono la stessa cosa e in seguito la mente si concentra sull’una o l’altra dimensione?” Questi dati mostrano che si è ad uno stadio successivo. Nelle parti del cervello coinvolte nella visione iniziale, non percepiamo alcuna differenza. Piuttosto vediamo una differenza nelle zone del cervello di maggiore elaborazione. “Le persone appartenenti a diverse culture non vedono il mondo diversamente, ma pensano diversamente a quello che vedono”.

Gabireli nutre preoccupazioni per le conseguenze involontarie della sua ricerca.

“Il lato negativo di questi studi culturali è che si finisce con lo stereotipare una cultura”, ha affermato lui stesso. “Si stanno creando grandi differenze fra le persone? Mi piace pensare che più si comprendono le diverse culture, meglio si potranno capire le loro prospettive”.