MICHAEL GERSON – Washington Post

Traduzione a cura di Valentina Bonserio

fedePHILADELPHIA — Elin Daenien ascolta silenziosamente una cassetta di meditazione, con gli occhi chiusi, quando un isotopo radioattivo è iniettato intravena, fermando un’immagine del sangue che scorre nel suo cervello. Danien, associato di ricerca all’Università del Museo archeologico e antropologico della Pennsylvania, è abbastanza abile da organizzare un’imminente mostra sui Maya ma si scopre sempre più smemorata. Ora partecipa a uno studio volto a determinare se la meditazione può migliorare il funzionamento del cervello e a valutare come le pratiche spirituali tradizionali modifichino le strutture del cervello stesso.

Si tratta del lavoro specifico di Andrew Newberg dell’Università della Scuola di Medicina della Pennsylvania — probabilmente l’esperto principale della nazione riguardo alle basi biologiche dell’esperienza religiosa. Gli argomenti più esotici del suo studio sui cervelli sono stati: le suore in preghiere, i monaci buddisti durante la meditazione, i pentecostali che parlano in lingue e i mistici brasiliani in trance che scrivono messaggi dall’aldilà.

Questi argomenti hanno poco in comune dal punto di vista teologico. Tuttavia, l’attività cerebrale durante le intense esperienze religiose è spesso (non sempre) simile. I lobi frontali sono attivati, denotando riflessione e concentrazione. Il talamo blocca l’input sensoriale normale. E i lobi parietali, responsabili della collocazione temporale e spaziale, sono meno attivi. In questo stato, la gente descrive un senso di distacco temporale, una sospensione dell’io, una sensazione di trance e unicità con l’universo.

Quello che Newberg dimostra con la cosiddetta tomografia a emissione di fotone singolo non è la base religiosa, bensì fisica della percezione di trascendenza. La meditazione sembra intensificare questa esperienza oltre i confini del tempo.

Si può, tuttavia, raggiungere questo stato anche in modo più graduale, attraverso rituali di normale devozione – annusando l’incenso, oppure alzandosi, sedendosi e cantando all’unisono. Questa sensazione di unicità può essere inoltre favorita per mezzo dei rituali secolari dei militari, per esempio tamburellando, camminando con passo cadenzato, oppure con un programma rigido e cadenzato. “Tutti questi stimoli hanno un impatto sul cervello”, afferma Newberg. “Essi provocano la creazione di immagini che pervadono tutto il corpo”.

Le droghe come il lexapro o il peyote hanno effetti che coincidono con l’esperienza spirituale, ma pervadono ed eccitano l’intero cervello, mentre la meditazione stimola solo quelle parti che favoriscono la sensazione di trascendenza. Questo effetto può anche essere generato da un’intensa sofferenza personale, o perfino da ictus.

(L’ultimo eccellente libro di Jill Bolte Taylor “Il mio shock della percezione” racconta come il suo doloroso ictus ha anche prodotto uno straordinario senso di euforia e determinazione.)
Per gli esseri umani questa ricerca pioneristica porta sia notizie positive che negative. Sembra che alcune persone siano probabilmente meno aperte a queste esperienze per ragioni genetiche. Il cervello, tuttavia, è più simile a un muscolo che a un computer. La predisposizione mistica può essere sviluppata e cambia durante la nostra vita, come le età cerebrali. In questo senso letterario, preghiera e meditazione operano nello stesso modo in cui l’allenamento aerobico funziona sul muscolo del cuore.

Per il mondo, questa base biologica della spiritualità fornisce una spiegazione per l’universalità e la resistenza della religione. Gli esseri umani di solito vivono delle esperienze che non sono generalmente associate alla normale consapevolezza, ma sembrano più reali della comune percezione. “C’è qualcosa nella mente che rende possibile e gratifica questo tipo di esperienza”, dice Newberg “e il nostro cervello desidera comprenderne il senso”.

Questo porta qualcuno, inevitabilmente, al riduzionismo — l’affermazione dell’esistenza della fisica alla base dell’esperienza trascendente dimostra che non c’è molto di trascendente. È un gioco evoluzionistico che riguarda l’umanità forse utile, ma non preciso, perché ogni cosa spiegabile è di conseguenza illusoria.

Peraltro, questa visione non è più scientifica di altre. Essa coinvolge un materialismo filosofico che è interamente basato sulla fede. Sappiamo, per esempio, che una serie complessa di cambiamenti fisici e ormonali aiutano a creare un legame tra madre e figlio appena nato. Che cosa significa questo, che l’amore dei genitori è un mito? Solo secondo la dichiarazione filosofica secondo la quale i composti chimici distruggono il mondo reale. Non è possibile, allo stesso modo, che un universo alimentato dal mito della trascendenza organizzi se stesso in modo tale che gli esseri umani siano in grado di darle un senso?

Ci siamo trovati già in precedenza di fronte a questo dibattito. Sigmund Freud riteneva che un profondo desiderio psicologico dell’esistenza di Dio provasse che Dio era un’illusione, la pura proiezione dei nostri più intimi desideri in un universo futile. Eppure la forza di un bisogno o di un’emozione non crea un’invenzione. E forse i lobi frontali, il talamo e i lobi parietali si adeguano alla realtà, non le sono avversi.

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