La luce del sangue. La misteriosa facoltà della materia vivente di emettere radiazioni
di Giocondo Protti

LA CIPOLLA DELLA DISCORDIA

La contrarietà dimostrata dalla generalità degli scienziati a riconoscere esatta l’affermazione di Alessandro Gurwitsch, che una radiazione ultravioletta viene sprigionata in certi tessuti viventi, rimarrà sempre più impressionante della scoperta stessa.
Non vi è nessuna ragione apparente che giustifichi l’atteggiamento che è stato preso verso Alessandro Gurwitsch. Il quale non ci disse d’essere andato nella luna, ma di aver potuto stabilire che durante l’attuazione di taluni processi chimici, che stanno alla base della vita cellulare, vi è emissione di radiazioni e ci disse inoltre che queste radiazioni sono di tipo ultravioletto.
Per convincersi come non vi sia niente di straordinario di tutto ciò, basterà riflettere che i processi biologici che stanno alla base dello accrescimento e della moltiplicazione cellulare sono in definitiva processi di ossidazione e di fermentazione, vale a dire fenomeni reattivi durante i quali vi è sempre liberazione di energia radiante.
E questa non è un’affermazione gratuita, ma da tempo documentata dalla chimica e dalla chimico fisica, le quali ci insegnano che ogni qual volta si verifica una scissione molecolare qualsiasi, si verifica contemporaneamente produzione di luce: del tipo infrarosso, se durante la reazione vi è sviluppo di calore; del tipo visibile se la reazione dà luogo a luce visibile; del tipo ultravioletto se la luce è fredda e non apprezzabile se non con artifici di tecnica, tra i quali la fotografia.
Non c’è dunque nemmeno bisogno che vi sia in giuoco il fattore vita per aversi produzione di energia radiante o di luce che dir si voglia: è sufficiente il verificarsi della più semplice tra le reazione, quali ad esempio la soluzione di un sale, la mescolanza di alcool e acqua, le reazioni tra gas, la ossidazione di sostanze varie. Di tali reazioni se ne compiono di continuo negli organismi viventi.
Perché dunque tanto scalpore quando Gurwitsch disse quanto doveva sostanzialmente essere già noto o almeno prevedibile?
Il perché è dato forse dal modo con la quale Gurwitsch enunciò la cosa, ma soprattutto dalla fretta con la quale egli venne giudicato. Gurwitsch non cercò la dimostrazione del potere radiante, luminoso, della materia organica o di quella vivente, ma cercò di indagare quali fossero le cause della moltiplicazione cellulare. In occasione di queste indagini egli si accorse che un principio luminoso ultravioletto era alla base della moltiplicazione cellulare.

E’ appena il caso di ricordare che la proprietà caratteristica di ogni cellula vivente (sia isolata, sia raggruppata in complessi che costituiscono organi e tessuti vegetali e animali) è quella di proliferare, è quella cioè di poter generare, figliare, altre cellule.
La crescita di un organismo qualsiasi è dovuta alla proliferazione delle singole cellule di cui è costituito. Senza proliferazione cellulare non è possibile concepire la crescita di un organo o di un organismo vivente, sia che esso appartenga al regno vegetale sia che appartenga al regno animale.
La moltiplicazione cellulare è fenomeno strettamente connesso alla vita ed è anzi il fenomeno più caratteristico e misterioso della vita. Non deve far meraviglia quindi che se a svelare la vera natura della moltiplicazione cellulare si sono dedicati e si dedichino gli ingegni più eletti della biologia.
Gurwitsch usò nei suoi esperimenti le radici di cipolla, perché esse, per la loro semplice struttura, si prestano molto bene per questi studi cellulari.
Le cellule in generale figliano altre cellule eguali a sé medesime.
Non fermiamoci a considerare come avviene questo fatto, ma perché avviene. Fra le varie supposizioni quella che più ci interessa riguarda la possibilità che in un complesso cellulare le cellule si influenzino, si aiutino per così dire a crescere e a moltiplicarsi reciprocamente. Si pensa cioè che, per esempio, un punto qualsiasi di un embrione o di un organismo vegetale o animale che stia crescendo riceva la eccitazione a crescere da zone di tessuto contigue.
Niente di più logico infatti che nella edificazione della fabbrica vegetale o animale i vari elementi che la compongono possano ricevere sostegno e sollecitazione a crescere da parte del materiale precedentemente costruito.
Ciò appare tanto più probabile quando si rifletta che nell’interno delle cellule si verificano di continuo reazioni chimiche e fisiche di ogni specie, prime di tutte le combustioni e altre di scomposizione molecolare, le principali delle quali sono le ossido-riduzioni, la glicolisi, la proteolisi ecc. E’ evidente ce tali reazioni non possono mancare di agire su quanto è loro contiguo come ad esempio, invertendo i termini, non rimane indifferente un tessuto vivente qualsiasi alla influenza dell’ambiente nel quale esso vive.
Tuttavia, se noi supponiamo che tali influenze possano essere esercitate a distanza, senza cioè che vi siano rapporti di continuità fra la parte influenzante e quella influenzabile, allora noi non possiamo rispondere senza prima aver fatto una prova.
Vi ricordate? Anche Faraday sospettò l’esistenza dell’induzione, l’esistenza cioè della possibilità che energia elettromagnetica passasse da un punto ad un altro dello spazio senza che fra i due punti vi fosse contatto diretto, ma ci volle Hertz a provarlo, e Hertz infatti riuscì a dimostrare che effettivamente il flusso elettrico può solcare l’aria senza il sostegno dei fili.
Gurwitsch può essere paragonato all’Hertz della biologia in quanto è merito suo se la scienza pervenne alla dimostrazione che le forze eccitatrici della moltiplicazione cellulare possono farsi sentire a distanza, per via aerea, oltre che per azione diretta di contiguità e di continuità.
Gurwitsch, avendo sospettato che la moltiplicazione cellulare potesse avvenire anche ad opera di stimoli di natura ondulatoria, luminosa, cominciò ad indagare se le cellule delle radici della cipolla fossero influenzabili, a distanza, dalle cellule della radice di un’altra cipolla. L’esperimento fondamentale e famoso di Gurwitsch è il seguente: due radici giovani di cipolla, mantenute unite al bulbo vengono collocate, mediante speciali accorgimenti, una verticale e l’altra orizzontale (vedi figura 3 e 4).
La punta della radice orizzontale deve essere collocata alla distanza di 5 mm. dalla zona di accrescimento della radice verticale, zona che è costituita da cellule in proliferazione e che si chiama meristema. Se dopo qualche tempo si guarda al microscopio la zona di accrescimento, nel punto che è stato di fronte all’apice della radice orizzontale, si noterà che, in quel punto, le cellule nella fase della proliferazione sono più numerose che nella metà opposta (figura 5). Ciò vuol dire che, in quel punto, ha agito uno stimolo, non solo, ma che detto stimolo ha agito a distanza, perché la zona di accrescimento della radice verticale non era stata in contatto con nessuna sostanza visibile.
Gurwitsch spiega i risultati di questo suggestivo esperimento ammettendo che la moltiplicazione cellulare si verifichi in virtù di fattori interni ed esterni. Gli organismi avrebbero delle fonti di auto radiazioni che stimolerebbero le proprie cellule mediante un processo di autoinduzione. Normalmente, il fenomeno dell’autoinduzione si verificherebbe secondo determinate leggi di equilibrio e la moltiplicazione cellulare si determinerebbe in armonia a talune condizioni biologiche, specifiche per ogni tipo di organismo.
In altri termini l’autoinduzione che governa e regole il normale ritmo accrescitivo, per esempio della radice della cipolla, è dosato in maniera da non consentire che le cellule della radice si moltiplichino a capriccio e aumentino (in un determinato periodo di tempo) oltre quel dato numero stabilito da leggi naturali fisse e immutabili.
Nell’esperienza delle due radici accade che i fattori di auto radiazione endocellulari, delle cellule della radice indotta (verticale) si sommano a nuovi fattori di auto radiazione, provenienti da una fonte esterna, provenienti cioè dalla punta della radice orizzontale.
Per questo fatto le cellule della zona di accrescimento della radice verticale hanno ricevuto un quantitativo di eccitazione radiante maggiore di quello normale fisiologico di autoinduzione. La somma dei poteri radianti interni propri alla radice verticale e dei poteri radianti esterni proiettati dalla punta della radice orizzontale, crea quella anticipazione della divisione cellulare che si manifesta al microscopio mediante un aumento delle cellule proliferanti.
Per valutare la intensità dell’effetto induttivo esterno, si contano le cellule proliferanti in corrispondenza della zona che è stata esposta alla punta della radice e si contano inoltre le cellule in corrispondenza del tratto della stessa radice situato nella metà diametralmente opposta. Il fenomeno della proliferazione avviene, uniformemente, in tutti i punti della zona di accrescimento di una radice di cipolla, per cui, in condizioni normali, si troverà un numero di cellule proliferanti, eguale nelle due metà di un radice tagliata in senso longitudinale. Ma se, dopo avvenuta l’esposizione alla punta della radice orizzontale, troveremo che, in corrispondenza di quella metà le cellule in via di moltiplicazione sono più numerose che nella metà opposta, allora avremo la prova che dalla punta della radice orizzontale venne sprigionata una determinata energia che ha provocato quel dato eccesso di cellule in proliferazione in confronto della metà opposta. Or bene: la differenza tra il numero delle cellule in proliferazione riscontrate nelle due metà della radice segna il valore dell’effetto radiante, o effetto induttivo, proiettato dalla punta della radice orizzontale.
E’ arrivato il momento di dire quale fu la “imprudenza” di Gurwitsch, avvertendo che essa, non toglie assolutamente niente alla sostanza e alla importanza della scoperta, mentre indica quanto aspro sia il cammino per chi ha la sventura di dire al mondo una parola nuova qualunque.
Ben lungi dal credere di aver scoperto un fluido misterioso Gurwitsch orientò subito la mente verso la convinzione che la radiazione emessa dalla radice fosse intimamente connessa ai fenomeni chimici di ossidazione che si svolgono in seno al tessuto cellulare della radice stessa; e infatti, sospendendo, con particolari cautele, i fenomeni ossidativi e fermentativi della radice, Gurwitsch e la sua scuola s’avvidero che la radiazione cessava. Ma bastava vivificare le combustioni per assistere alla comparsa della radiazione. Queste ed altre prove diedero la certezza del legame esistente tra le combustioni e le radiazioni biologiche che, oltre a quelle calde infrarosse già note, venivano messe in evidenza da Gurwitsch con l’esperimento della cipolla.
Nell’annunciare questi risultati Gurwitsch avrebbe dovuto esprimersi nel seguente modo: mediante tecnica particolare ho potuto accertare che i processi biochimici non vanno disgiunti dalla emissione di raggi e che tali raggi, convenientemente usati, hanno da soli, la proprietà di stimolare la moltiplicazione cellulare, come può accadere impiegando raggi caldi, i quali aumentano il tepore, per esempio di una serra, favoriscono l’accrescimento delle piante perché ne stimolano le combustioni. Ho poi trovato, per queste e queste ragioni, che tali raggi appartengono alla luce ultravioletta.
Se Gurwitsch avesse fatto una enunciazione preliminare sul tipo di questa, ortodossa e moderata, per quanto rivelatrice di un fatto non prima da altri constatato, egli sarebbe stato poi autorizzato a dire in seguito tutto quello che voleva, perché tali premesse nessuno avrebbe potuto respingere.
Che cosa fece invece Gurwitsch? Poiché quei raggi uscenti dalla punta della radice avevano determinato una eccitazione della moltiplicazione cellulare, egli li chiamò senz’altro “raggi mitogenetici”, termine che piombò sulle chete tavole dei laboratori di biologia di tutto il globo come una tempesta.
Raggi mitogenetici!
Cosa significava ciò!
Le cellule si riproducono secondo due procedimenti principali e cioè per divisione diretta e per mitosi.
Con la divisione diretta la cellula madre comincia a ingrossarsi, poi si inizia una strozzatura e, a poco a poco, la cellula di divide in due cellule. Oppure sulla cellula madre una piccola gemma la quale, raggiunto il volume della cellula madre, se ne distacca e assume individualità propria in qualità di cellula figlia: in questi casi di moltiplicazione diretta non avviene di niente di molto speciale nel nucleo della cellula madre.
Nel caso invece della moltiplicazione cellulare per mitosi, le cose procedono diversamente a causa di alcune perturbazioni che si verificano nel nucleo della cellula madre che lo sconvolgono e lo ricompongono prima della suddivisione. Queste perturbazioni mettono in movimento le sostanze che costituiscono il nucleo, frammentandole e spostandole in modo che, al momento della scissione, la cellula figlia non viene ad avere un nucleo risultate da uno sdoppiamento tranquillo della cellula che la ha generata, ma un nucleo che è il risultato di una elaborazione profonda del nucleo genitore. Quando la moltiplicazione cellulare è preceduta da questa specie di tribolazione del nucleo allora si dice che la cellula si è moltiplicata per mitosi. Questo tipo di moltiplicazione è cosi interessante, così intimo, così segreto e direi sacro per i biologi, che bisogna essere molto cauti tutte le volte che lo si prende in considerazione. La mitosi è insomma la vita nella sua manifestazione più semplice e più complessa: essere riusciti a studiarne microscopicamente i vari momenti è già una grande conquista delle scienze biologiche quasi paragonabile alla possibilità che oggi ha la fisica di vedere il comportamento degli elettroni nella camera microscopica di Wilson.
Mitosi vorrei dire è sinonimo di incantesimo, di trasfigurazione biologica.
E’ quindi più che comprensibile che allorquando Gurwitsch rivelò di aver scoperto nientemeno che i raggi mitogenetici, cioè i raggi che generano la mitosi, i biologi, i quali tra l’altro hanno generalmente poca confidenza con le radiazioni, si sono sollevati e non vi abbiano creduto.
La confusione divenne maggiore quando si scoprì che questi raggi possono essere spontaneamente emessi da una grande quantità di sostanze che nulla avevano in comune con la mitogenesi; e cioè dai lieviti, dalle emulsioni batteriche, dai muscoli di rana in contrazione tetanica, dal cuore di rana in contrazione ritmica, dal tuorlo dell’uovo di pollo, dalla saliva, dall’urina, dal sangue, dalla fermentazione dell’albumina, dalla scomposizione dello zucchero e da molte altre sostanze.
Successivamente si poté constatare che i raggi mitogenetici sono in grado non soltanto di sollecitare la mitogenesi ma anche di eccitare la gemmazione dei lieviti, la moltiplicazione dei batteri (moltiplicazione che avviene per scissione diretta) e che in generale una sostanza organica ad azione radiante può indifferentemente sprigionare o assorbire energia radiante.
Il termine di raggi mitogenetici apparve così compromesso, perché effettivamente questi raggi non sono un privilegio della mitosi e nemmeno della moltiplicazione cellulare in generale, giacché, si obiettò subito, essi possono essere messi in evidenza nelle più svariate circostanze tra le quali, come abbiamo ricordato in principio di questo capitolo, nelle reazioni chimiche ossidative di natura inorganica.
Effettivamente il parlare di raggi mitogenetici fu imprudente, nonostante che Gurwitsch abbia scelto questo termine unicamente per indicare una delle caratteristiche più impressionanti di questi raggi e non per indicare un fenomeno esclusivo della riproduzione cellulare per mitosi.
Oltre a ciò Gurwitsch parlò di raggi mitogenetici anche perché fu in occasione dello studio della mitogenesi che egli scoprì la possibilità di eccitarla a distanza.
Il fatto poi che raggi uguali a quelli emessi dalle cipolle o dai lieviti o dal sangue possano essere emessi anche da combinazioni chimiche ossidative inorganiche è, semmai, un argomento di più a vantaggio del legame esistente tra i fenomeni ossidativi organici e le manifestazioni luminose della materia organica e vivente.
Diversamente verremo a negare le combustioni che si compiono nel nostro organismo per il fatto che esse sono in ultima analisi identiche a quelle che possiamo constatare in un laboratorio di chimica o sul focolare domestico o negare l’importanza dell’adrenalina, prodotto delle ghiandole surrenali, per il fatto che essa può essere ottenuta anche per via sintetica.
Comunque vadano le cose la domande che si impone è la seguente: esistono questi raggi ultravioletti nella materia organica e viva? Si, noi rispondiamo a ragion veduta.
Mentre d’ora in poi abbandoneremo il termine di raggi mitogenetici per non perpetuare l’inutile polemica e per evitare che una battuta di spirito li trasformi in generatori di … miti anziché di mitosi. Parleremo di raggi di raggi di Gurwitsch, e ne esamineremo con la maggiore semplicità gli aspetti più significativi.

Testo tratto dal libro “La luce del sangue. La misteriosa facoltà della materia vivente di emettere radiazioni” di Giocondo Protti

⇒Leggi il Capitolo 1

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