LA MORTE. Il taglio e la purificazione. Il passaggio a stati superiori.
di Marisa Menna
“La nascita non è mai sicura come la morte.
È questa la ragione per cui nascere non basta.
È per rinascere che siamo nati.”
Pablo Neruda

Vita e morte. Dipinto ad olio
Il tredicesimo Arcano Maggiore è quello “La Morte”.
Il nome di questa carta è il più particolare tra tutte le altre e ha da sempre generato timori e paure.
È illustrata la signora della morte in azione, ma non come la intendiamo noi, in modo paurosamente superficiale.
Questa carta, grazie alla sua falce, ha un’azione di svuotamento, di taglio e di purificazione.
Nella carta non troviamo il riferimento al nome ma compare solamente il suo numero, il XIII. Questo perché è una carta talmente potente da non aver bisogno del nome e da poterci dare una seconda possibilità di ricominciare nuovamente in ogni cosa ed è anche per questo motivo che è chiamata “Il senza nome”.
La figura centrale, in ogni versione dei grandi studiosi e appassionati, vede come protagonista uno scheletro che attraverso una falce compie l’azione di taglio e di pulizia.
Naturalmente questa carta non rappresenta la fine vera e propria altrimenti lo scheletro non agirebbe e sarebbe l’ultima carta del mazzo.
Quest’Arcano ha la potenza della trasformazione, della rivoluzione e della purificazione di ciò che può nuocere nella vita e al nostro percorso.
Dopo il lavoro di svuotamento, d’introspezione e di approfondimento svolto nella carta precedente de L’Appeso, l’attuale carta invita a pulirsi e tagliare tutti i ponti e i legami con il passato, a rivoluzionarci a livello profondo e in ogni ambito e situazione.
È situata poco dopo oltre la metà ed è un passaggio obbligatorio per la vera trasformazione. Grazie alle prove che dona l’iniziato potrà davvero rinascere e finalmente definirsi come essenza in ogni aspetto.
Il concetto centrale è Morire per Rinascere. Il vivo scheletro grazie alla sua azione di aratura elimina ciò che non è più necessario e prepara il terreno a nuova vita.
Scavare nella tradizione popolare per comprendere il rapporto tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti è molto interessante, spesso si ritrovano tracce di una tradizione molto più antica e di un legame particolare con il sacro.
Lo storico e studioso Richard Cavendish ci ricorda che fin dagli inizi della storia i morti sono stati trattati sempre con cura, interesse e paura. Monumenti, fatica, tempo, emozioni e denaro e anche la stessa vita sono stati a loro dedicate. Nella preistoria i cadaveri erano spesso sepolti in posizione fetale, con le ginocchia piegate verso il petto. Per alcuni è stato fatto per risparmiare fatica in modo da scavare la fossa la più piccola possibile, per altri per preparare il defunto alla nuova rinascita.
Molte cerimonie funebri implicano il doppio tentativo, da parte dei viventi, di esprimere il loro affetto per il morto ma nello stesso tempo anche di separarsi da lui, creando una barriera da non fargli oltrepassare. Molti gli esempi. Nel nord dell’Inghilterra durò a lungo l’usanza di portare il morto al cimitero per vie traverse, probabilmente, come suppone Cavendish, con lo scopo di confondere il fantasma e impedirgli di ritrovare la via di casa.
Altro esempio è l’usanza tenuta in Boemia, dove parenti e amici del mancato indossavano maschere nel tornare a casa dal cimitero così che il morto non potesse riconoscerli e seguirli.
Quest’atteggiamento contrastante, di sofferenza e amore insieme a paura e allontanamento, è stato definito da Jack Goody: “Una proiezione dell’amore e dell’odio che caratterizzano le nostre relazioni con coloro che ci sono più vicini e i più vicini e più cari del defunto che hanno il più da perdere per la sua morte e anche il più da guadagnare per la sua eredità, sono coloro che più hanno da temere dal suo fantasma”.
Tantissime le usanze nella storia dell’uomo per facilitare il passaggio nell’altro mondo come allineare il letto con le assi del pavimento, aprire porte e finestre, o anche coprire lo specchio nella stanza da letto affinché lo spirito non s’impigliasse nel riflesso e rischiasse di restare bloccato nel mondo dei vivi.
Alcuni hanno accettato la prospettiva della morte come una liberazione da questo mondo o come la porta di un mondo migliore, ma la reazione più comune è stata da sempre la paura del dolore, di lasciare coloro che ci amano, del trapasso e degli ignoti mondi che potrebbero attenderci, dall’inferno, al purgatorio, a un mondo altro incognito, alla vera essenza del nulla.
A un certo punto della storia sulle mura di chiostri, chiese e cimiteri d’Europa sono raffigurati scheletri impegnati nella famigerata “Danza della Morte” o “Danza Macabra”. Uno dei primi luoghi in cui compare è il Chiostro di Klingenthal a Basilea in Svizzera, come data di riferimento è il 1274 circa. Pare inoltre che la prima raffigurazione della morte fu rappresentata nel Campo Santo di Pisa nel 1360.
Questa danza tra le varie simbologie ha anche quella di ricordare ai vivi la fragilità delle loro vite e quanto possono essere vane le glorie della vita terrena. Diventa anche una forma di espressione artistica scaturita da riflessioni sulla vita e sulla morte e dagli orrori della storia che avevano segnato la società dell’epoca. La Danza macabra pone l’accento sulla vanità delle distinzioni sociali, lo scheletro è da sempre la manifestazione della nostra forma materiale estrema, non ha identità perché lo scheletro va oltre le differenze sociali, sessuali e razziali e le apparenze.
La morte e la vita sono due opposti che si fondono in un ciclo unico e fanno parte di una sequenza naturale, come il passaggio continuo del sole e della luna.
“Non è morto ciò che in eterno può attendere,
e col volgere di strani eoni,
anche la morte può morire.”
Howard Phillips Lovecraft
Descrizione della carta
La carta della Morte, chiamata anche “il senza nome”, indica una trasformazione profonda e una vera rivoluzione. Nell’arco della vita dell’essere umano si sono degli eventi necessari che lo aiutano a rinnovarsi e a raggiungere la totale realizzazione che avverrà poi con l’ultima carta, quella del Mondo.
Come abbiamo visto a questa carta è stato attribuito un nome che porta a un’interpretazione superficiale e la carta non ha nessun nome scritto. Una caratteristica simile la troviamo nella carta del Matto in cui compare il nome ma non ha numero. Anche gli atteggiamenti e la posizione fisica dei due personaggi sono simili, sono due aspetti analoghi di un qualcosa di fondamentale come l’energia che li governa.
Il personaggio centrale è uno scheletro che vive e agisce e non uno scheletro senza vita. Questo scheletro è ricoperto da un sottile rivestimento di carne o pelle per rappresentare quello che è dell’uomo e della sua vita. La Morte, infatti, è un qualcosa di terreno e umano e non solo metafisico.
Utilizza una falce, la lama ricurva è nella parte esterna rossa, per richiamare la vita, e nella parte interna azzurra per richiamare la spiritualità, tutta la sua azione lavora sulla propria natura profonda. La falce è impugnata da manico, di colore giallo, che richiama l’intelligenza. Ogni movimento del nostro protagonista è accuratamente valutato.
Non è un mietitore caotico. La falce taglia in modo netto ma non nuoce alle teste o alle radici delle piante presenti nella carta, protegge e preserva la vita.
Il colore del bacino e della colonna vertebrale è lo stesso colore della lama ricurva della falce, rosso e azzurro.
Il personaggio è attivo ed è allo stesso tempo mortale e immortale, ha un’azione divina e purificatrice, anche se a prima vista può incutere terrore e paura.
In questa particolare fase è possibile vedere e sentire emozioni e sentimenti quali l’ira e l’aggressività, subiti o espressi.
Lo scoppio, l’esplosione, la fuoriuscita di questi sentimenti sono da sempre liberatori per l’anima e non solo. Si riesce finalmente a domare l’ego e non si tollerano più elementi inutili, i valori e i concetti limitanti che ci tenevano prigionieri vengono finalmente aboliti. Ogni legame di dipendenza è reciso, tagliato, riconquistando così la libertà perduta, la stessa libertà di agire che è richiamata nella carta del Matto.
Ciò che viene raso dal Senza Nome è solamente ciò che fuoriesce dalla terra e la terra su cui lavora e agisce è su un suolo oscuro perché i nostri occhi non vedono oltre il visibile ma solo ciò che è materiale e rappresenta il colore del mistero profondo dell’inconscio e ricorda la fase alchemica Nigredo.
Per la Grande Opera, difatti, se non si è visto davvero il nero è indispensabile ricominciare da capo perché si è sbagliato tutto.
L’iniziato deve morire davvero ai vizi e ai beni terreni per potersi trasformare e iniziare il suo percorso, la volontà è la chiave di tutto. Se vogliamo vivere da iniziati dobbiamo saper morire perché la morte è la libertà suprema, morire e rinascere nella vera vita.
Nella Porta Magica situata a Roma in piazza Vittorio Emanuele è presente una scritta latina che dice: “Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, soltanto allora potrai essere detto sapiente”. La Porta Magica ha una storia e significati tutti da scoprire. Nella zona, oggi compresa tra piazza Vittorio e via Merulana, sorgeva tre secoli fa Villa Palombara e intorno al 1680 ne era proprietario il marchese Massimiliano Palombara, personaggio in vista dell’aristocrazia capitolina, frequentatore dei salotti di Cristina di Svezia e cultore ostinato di alchimia.
Secondo la tradizione nell’iniziazione sono comprese due morti, la prima morendo in una stanza e risorgendo successivamente nella luce, la seconda morendo al proprio egoismo e vivendo così nella divinità e partecipando all’Amore Universale. Chi ama dimenticando sé stesso ha conquistato la Pietra filosofale.
Tornando alla nostra carta e osservando il suolo vediamo che sono visibili due teste, quella di un uomo e quella di una donna, il padre e la madre, il principio maschile e femminile.
Dal suolo emergono anche mani e piedi, non sappiano se sono stati mozzati o stanno crescendo, ma possiamo credere che il nuovo essere stia emergendo e si sta probabilmente preparando alla nuova vita.
La testa dello scheletro ricorda la forma della Luna, simbolo della ricettività. In alcune versioni compaiono anche le quattro lettere ebraiche: YOD, HE, VAV, HE, lettere che compongono il nome di Dio.
Questa carta ha collegamenti con più carte viste in precedenza come quella dell’Imperatrice III che è attiva e produttiva; la Morte XIII invece nella sua azione taglia e raccoglie. I due arcani quindi si uniscono in creazione e distruzione in un ciclo completo. Senza la Morte non c’è Vita e senza Vita non c’è Morte. Un’altra carta con cui può essere collegata è quella dell’Imperatore che ritrae lo Zolfo alchemico, il fuoco anteriore, l’iniziato che si è realizzato; la Morte non estingue nulla ma libera energie e forme bloccate sotto il peso di una materia sempre più ingombrante.
Simbologia del numero Tredici
Sappiamo che nel cosiddetto mondo occidentale il numero tredici è marchiato e stigmatizzato come numero di malaugurio. Ma andiamo oltre le dicerie.
Il numero tredici è un numero dispari, è il settimo numero della successione di Fibonacci, è un numero stellato che nella teoria dei numeri è uno di quei numeri che può essere raffigurato rappresentandolo con un esagono stellato. Nella chimica è il numero dell’Alluminio.
Il tredici richiama anche il pianeta Plutone che ha una simbologia, misteriosa, magica e potente.
E’ formato dai numeri 1 e 3, come sappiamo l’Uno è l’origine di tutte le cose, ha in sé il germe del principio, è il numero divino; il Tre, rappresenta le potenze attive dell’Uno e le porta alla realizzazione, è la perfezione. Dalla somma teosofica del tredici abbiamo come risultato il 4 (1+3= 4) che corrisponde alla carta dell’Imperatore (IV) e rappresenta l’iniziato che si è appena realizzato ed entra in possesso dei suoi poteri.
Il tredici è un numero che rompe l’equilibrio della perfezione raggiunta con quello precedente, il dodici e obbliga ai cambiamenti. Una rottura definitiva con il passato quindi che se saputa sfruttare adeguatamente può portarci un cambiamento concreto e positivo.
La conosciuta superstizione delle tredici persone a tavola prende come riferimento l’Ultima cena, in cui Cristo sta per l’ultima volta con i dodici apostoli, infatti, essere seduti in tredici a tavola, per dirla in modo popolare “porta male”.
Ma abbiamo anche altre storie come quella di Diodoro di Sicilia che narra di Filippo il Macedone che fece aggiungere alle statue di dodici divinità greche anche la sua. La sera stessa fu assassinato a teatro.
Inoltre la tredicesima lettera ebraica è la lettera MEM e rappresenta il rivelato e il nascosto, è tradotta anche come “Acque di vita”. Ha due forme e funzioni differenti, aperta e chiusa. Aperta indica la sorgente d’acqua in superficie, chiusa indica acque nascoste nel profondo della terra. Simboleggia la parte dell’anima che s’incarna e quella che rimane sempre connessa con i mondi superiori.
Mem è la potenza creativa dell’anima e crea altre anime tramite la vera unione.
È la lettera della semplicità e richiama il concetto della capacità di essere sé stessi sino in fondo. La tradizione ebraica associa a questa lettera la purificazione e il numero quaranta, non a caso il Diluvio durò quaranta giorni.
La lettera MEM ci ricorda che la morte è solo un fine, la vita è immortale e la morte è la sorella gemella della vita, Creazione e Distruzione sono le due sorelle gemelle che si alternano per portare equilibrio nell’universo.
La Morte è la nostra costante compagna.
Sta sempre alla nostra sinistra, non più lontana della lunghezza di un braccio, ed è l’unico consigliere saggio di un guerriero. Ogni qualvolta sente che tutto va male, e che sta per essere annientato, il guerriero può rivolgersi alla Morte e chiederle se è davvero così.
La Morte gli risponderà che si sbaglia, e che al di fuori del suo tocco nulla ha importanza.
Gli dirà: “Non ti ho ancora toccato”.
CARLOS CASTAÑEDA
Simbologia della carta
Questa carta ritrae e racconta un fortissimo momento iniziatico, sia per le prove da affrontare che per la realizzazione che l’iniziato può raggiungere.
I maggiori studiosi hanno cercato di raffigurare la necessaria trasformazione perenne che l’uomo in cerca di conoscenza deve vivere anche a costo della distruzione totale.
Nella raffigurazione di Oswald Wirth la Morte è un agente ringiovanitore perché libera le forze che verranno a far parte dei nuovi complessi vitali.
La vita continua anche grazie alla morte, dalla loro unione si ha la continuità eterna.
Forte è il richiamo alla simbologia massonica. Il profano che decide di iniziare un percorso iniziatico prima di entrare nel tempio deve riflettere, morire, decomporsi nel gabinetto di riflessione prima di bussare al tempio e poter iniziare la sua nuova vita.
L’intento di Wirth era proprio quello di associare a questa carta concetti e avvenimenti come fatalità, disillusione, rinuncia, decomposizione, putrefazione, fine, rinnovamento, trasformazione, disillusione.
Lo spirito qui è alla presenza del puro mistero, del principio rinnovatore, della causa della trasformazione e dei cambiamenti che provocano il movimento vitale.
L’iniziato deve vincere il custode e guardiano della soglia per conquistare il vero tesoro, deve andare oltre la paura primordiale e continuare il percorso senza arrestarsi.
Nel planisfero può essere associata al Drago del Polo Nord, il potente distruttore, in lui si dissolve tutto ciò che deve ritornare al Caos prima di prendere una nuova forma.
Anche Wirth collega la carta all’imperatore che simboleggia lo Zolfo alchemico, il fuoco anteriore.
La Morte non estingue nulla ma libera energie e forme bloccate, senza il suo intervento la vita finirebbe. La carta successiva che da il via a questo sblocco di energie è la carta della Temperanza che simboleggia il dinamismo circolatorio e fluido.
Se l’iniziato non muore nel suo stato di imperfezione non può iniziare il suo vero percorso, bisogna anche saper morire come abbiamo visto in precedenza, solo così si verrà liberati da tutto ciò che è inferiore.
Nell’Alchimia il profano è imprigionato in un recipiente chiuso ermeticamente, isolato completamente dal mondo esterno, morendo appare il colore nero rappresentato dal Corvo di Saturno. L’adepto deve ritrovarsi al mondo e morire ai suoi egoismi e alla vanità per potersi trasformare.
La vera iniziazione comporta due morti consecutive.
Nella prima l’iniziando deve ripiegarsi su sé stesso nelle tenebre dell’Uovo filosofico per poter conquistare la luce e la libertà, bisogna morire in una prigione oscura.
Nella seconda la nuova vita porta ostacoli e fatiche da superare la cui ricompensa si raggiunge con la seconda morte che porta a sua volta alla morte dell’egoismo e della personalità.
Si rinasce per vivere anche per gli altri e unendosi al Grande Universo.
Anche il protagonista della carta di Wirth ha le ossa bianche, l’essere è vivo. Le mani e i piedi che compaiono nel terreno sono pronte all’azione, l’intelligenza e la volontà non muoiono mai, sono eterne, la testa che compare sulla destra ha una corona sul capo indica proprio questo.
La chiave di questa carta per lo studioso è il principio trasformatore che rinnova tutte le cose, il suo movimento eterno si oppone a ogni fissazione definitiva.
Nella sua interpretazione troviamo progresso, liberazione, dematerializzazione, decomposizione, disillusione, morte iniziatica, fine necessaria, malinconia, tristezza, fatalità, trasformazione radicale, ma anche eredità, negromanzia e spiritismo, saggezza, distacco, rassegnazione.
Questa carta rappresenta colui che accetta la sofferenza dedicandosi all’opera e non teme la morte.
Si distacca da tutto ciò che è corruttibile, in questo modo può ricominciare una vita più nobile.
La morte separa ciò che è sottile da ciò che è denso e libera lo spirito della materia.
Questo passaggio è fondamentale per il cammino perché ci porta a non giudicare più con le sensazioni limitate che ci da il nostro corpo ma insegna a percepire e leggere altri segnali. Per imparare seriamente a pensare è necessario esercitarsi all’isolamento, guardarsi dentro senza lasciarsi distrarre da quel che accade fuori, penetrare nel profondo delle cose per raggiungerne l’essenza, così come le ossa raffigurano la realtà pura e brutale.

Memento mori di Andrea Previtali 1502, retro del dipinto Ritratto d’uomo
A questo passaggio e viaggio nell’oscurità si associa l’acronimo V.I.T.R.I.O.L. che è emblematico nelle finalità dell’alchimista: “Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem”.
L’invito, rivolto alla terra interiore di ciascuno, è il seguente: “Visita l’interno della Terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta”. Il visitare comporta una presenza, non un semplice pensare o intervento mentale, ma la partecipazione dell’interezza della persona. Una presenza fisica con un’intensa motivazione nella ricerca che deve essere orientata all’interno dell’Uomo.
Visitare l’interno della terra presenta una grande pericolosità, perché ci si orienta verso un mondo sconosciuto e immergendoci possiamo perderci nella nostra totalità o avere l’immensa ricompensa.
Non a caso il “visitare” deve essere svolto attraverso il “rettificando” e cioè percorrendo la strada retta della virtù.
Il viaggio nella profonda oscurità ci accompagna alla luce, per questo nel Gabinetto di Riflessione massonico tra i vari simboli vi è presente quello del gallo, animale che allude al risveglio delle forze addormentate e la fine della notte e al trionfo della luce.
Jules Boucher ci ricorda che la putrefazione è realizzata anche dalla Natura operante: “nel guscio della crisalide in sonno da cui uscirà la meravigliosa farfalla”.
Dopo aver rotto i pregiudizi e rinascendo si conquista l’autonomia intellettuale e risveglia la libertà del pensiero.
Nella rappresentazione di Rider Waite osserviamo un cavaliere misterioso e scheletrico che avanza lentamente su un cavallo bianco che indica la purezza del suo intento.
Con sé porta uno stendardo ornato dalla rosa mistica, simbolo di vita.
Tutti quelli che lo incontrano sul cammino cadono a terra, non fa distinzioni di ceto sociale e non risparmia nessuno.
In lontananza ci sono due torri e tra l’una e l’altra splende il sole dell’immortalità, il cammino è quindi segnato.
Se guardiamo attentamente nella carta vediamo anche un vascello che richiama il mezzo per traghettare i morti.
La morte è da interpretarsi simbolicamente anche qui.
Il cavaliere misterioso cammina verso il sole e la luce, verso la rinascita, la creazione, il rinnovamento, la saggezza e l’immortalità.
Nella rielaborazione di Aleister Crowley questa carta è attribuita al simbolo del pesce e a tutto ciò che è vita nelle acque.
Il segno zodiacale cui è associata è quello dello scorpione, governato da Marte, il pianeta dell’energia nella forma più bassa che dona l’impulso vitale e della creazione.
Osserviamo la sua raffigurazione attentamente partendo dal basso verso l’alto.
Nella parte inferiore della carta troviamo lo scorpione che rappresenta la putrefazione nella sua forma più bassa, l’ambiente è diventato insopportabile e decide di sottoporsi al cambiamento. Nella parte intermedia troviamo un serpente, animale sacro, e il suo movimento ondulatorio richiama l’alternarsi della vita e della morte.
Infine nella parte superiore vi è l’aspetto più elevato rappresentato dall’Aquila, lo scorpione è riuscito nella sua impresa di trasformazione elevandosi al di sopra della materia solida.
La carta rappresenta la danza della Morte in azione, è Osiride nelle acque di Ameni, il Dio maschio nella sua piena energia. Muovendo la sua falce crea delle bolle che si formano e prendono forza man mano che danza e si muove.
Il pesce e il serpente sono i due principali animali e soggetti di venerazione nei culti che insegnano le dottrine di reincarnazione e resurrezione. Anche i Vangeli sono pieni di miracoli concernenti pesci, inoltre è un animale sacro a Mercurio per il suo sangue freddo, per la sua velocità e per il suo essere splendente e iridescente.
Questa carta è un compendio dell’energia universale nella sua forma più segreta e nascosta.
Interpretazione della carta
La vita è una ciliegia.
La morte il suo nòcciolo.
L’amore il ciliegio.
Jacques Prévert
La carta della Morte o del Senza Nome esprime un cambiamento forte e decisivo, una trasformazione, la materia è distrutta per essere rigenerata sotto altra forma.
Il suo agire segue il principio di Lavoisier in natura: “Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma”.
Questa lama non rappresenta la morte fisica (salvo combinazioni particolari con altre carte) ma la fine di un ciclo. Il cambiamento radicale è d’obbligo, così come la rivoluzione, la grande trasformazione risolutiva. Sono necessari forza, volontà e coraggio per affrontare questa prova, non c’è tempo per pensieri articolati, paure o altre variabili emotive e psicologiche.
Viene interpretata anche come liberazione, il rinnovo di tutte le cose ed è un passaggio fatale all’evoluzione.
Fondamentale per questo cambiamento è modificare i vecchi concetti con dei nuovi. Il Distruttore di fatto diventa Creatore e il Creatore diventa Distruttore.
Secondo Papus nel mondo divino esprime il perpetuo movimento di creazione, distruzione e rinnovamento e l’ascesa dello spirito nelle sfere divine.
Nel mondo fisico è la morte naturale e la trasformazione della natura umana giunta al termine del suo ultimo periodo organico. L’arcano mentre falcia distrugge e crea, è la rinascita perpetua nel tempo.
La morte è la generazione di un’altra vita, non è una negazione della vita, ma un processo della vita.
In questo passaggio iniziatico della carta XIII la nostra evoluzione non è ancora terminata.
La carta può essere interpretata anche come disillusione, rinuncia, decomposizione, putrefazione, fine, rinnovamento, trasformazione, rinascita, nuove possibilità, cambiamento sul piano fisico, mentale e spirituale.
In combinazioni particolari può indicare malattia, dannazione, prigionia.
La Morte ci suggerisce che è necessario ora più che mai risolvere le crisi, abbattere tutto e ricominciare con un nuovo vigore, quindi distruggere e costruire con una nuova creazione possibile.
Conclusione
La morte odora di resurrezione.
Eugenio Montale
Incontrare questa carta sul nostro cammino ha grande importanza, bisogna leggerla, ascoltarla e lasciarsi trasportare da essa, se ci nascondiamo tornerà da noi ripetendosi ciclicamente, finché non scioglieremo i nostri nodi per vivere davvero.
Affrontarla significa diventare splendore, forza e padroni del nostro essere qui e ora.
Ricordiamo che lo scheletro rappresentato nelle varie versioni dei tarocchi è nell’atto di fare un raccolto e non di distruggere.
Sappiamo che molti credono che il suo significato sia la morte vera e propria, la malattia o altro di temibile, lo scheletro con la falce come sappiamo è l’allegoria della morte più famosa e diffusa.
La Morte può rappresentare un qualcosa di cui si può fare a meno o una rabbia inespressa o ancora una energia che ha bisogno di manifestarsi.
In molte tradizioni ha un grande significato iniziatico, morendo si può accedere agli stati superiori, infatti si muore per rinascere in uno stadio superiore a quello precedente con un passaggio obbligato attraverso la luce.
Nelle Tavole smeraldine di Toth la tavola XIII è chiamata, non a caso, “La Chiave della vita e della morte” e invita a guardare nel proprio cuore, luogo in cui la conoscenza e le emozioni sono nascoste. La tavola chiarisce che l’uomo ha una forma duale e bilanciata e quando si avvicina alla morte è solo perché il bilanciamento si è rotto e la polarità si è perduta. “Quando la morte ti si avvicina velocemente non aver paura perché sai che tu sei il padrone della morte. Rilassa il tuo corpo, non opporti con tensione. Poni nel tuo cuore la fiamma della tua Anima. Appena passerai attraverso lo stato di transizione ti arriveranno le memorie della tua vita. Allora il passato sarà uno con il presente e sarà fissata la memoria di tutto”.
Nella tradizione esiste un’arte di morire che i grandi maestri conoscono, esiste una modalità rituale per rispettare questo momento chiave, tanto che essi sanno ritirarsi dal corpo fisico coscientemente quando è giunto il momento.
Un’associazione simbolica con la morte che merita di essere citata è la connessione tra la Morte e il Sonno, alla base vi è la perdita di coscienza. Nella mitologia greca troviamo i due fratelli Thanatos (la morte) e Ipnos (il sonno), figli della Notte.
L’Arcano XIII è un essere vivente, anche se rappresentato da uno scheletro, agisce e si muove, con il suo atteggiamento e con le sue ossa color carne. La falce taglia di netto senza esitazione da una certa altezza in poi, preservando la vita, le radici da cui tutto parte. La morte nelle tradizioni non uccide tutto, l’anima resta viva.
La sua colonna vertebrale richiama una spiga di grano, è l’esplosione dell’azione e dell’Io. È il sinonimo di vita e fecondità ed è il completamento proprio della vita.
Il nostro cammino interiore è disseminato di distacchi, di morti, poiché noi siamo in continua trasformazione e quando ci opponiamo a questa legge, ci procuriamo sofferenze, malattie e crisi.
La cosa importante è quella di riuscire ad acquistare la consapevolezza della parte eterna e immortale di noi stessi.
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Fernando Pessoa
BIBLIOGRAFIA
Chiavi Maggiori e Clavicole di Salomone, Elifas Levi, Edizioni Atanòr;
Dizionario dei Simboli dei Miti e delle Credenze, Corinne Morel, Giunti Editore;
Dogma dell’Alta Magia, Eliphas Levi, Edizioni Atanòr;
Esegesi sui Tarocchi, Leonardo Scotto Di Fraca;
Enciclopedia dei Simboli, Hans Biedermann, Garzanti;
Frammenti di un insegnamento sconosciuto, P. D. Ouspensky, Astrolabio-Ubaldini Editore;
I numeri sacri della tradizione pitagorica massonica, Arturo Reghini, Casa Editrice Ignis;
I Poteri del Maligno, Richard Cavendish, Edizioni Mediteranee;
I Tarocchi, Oswald Wirth, Edizioni Meditarrenee;
Il castello dei destini incrociati, Italo Calvino, Oscar Mondadori;
Il gioco dei tarocchi, Antoine Court de Gébelin;
Il Simbolismo Ermetico, Oswald Wirth, Edizioni Mediterranee;
Il Tarocco, il simbolo, gli arcani, la divinazione, Joseph Maxwell;
Il Tarocco egizio, Aleister Crowley;
In piena Roma c’è una porta magica, articolo di Andrea De Pascalis e Umberto Di Grazia, Domenica del Corriere, 21 novembre 1978, https://www.coscienza.org/in-piena-roma-ce-una-porta-magica/
Introduzione allo studio del tarot, di Paul Foster Case;
L’Apprendista, di Oswald Wirth, Edizioni Atanor;
La simbologia massonica, Jules Boucher, Atanor;
La Via dei Tarocchi, Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, Feltrinelli Editore;
Simboli della scienza sacra, René Guénon, Adelphi Editore;
Storia della Magia. Dalle origini ai giorni nostri. Richard Cavendish, Armenia Editore;
Tarocchi, A.E.Waite, Lo Scarabeo;
Tavole Smeraldine di Thot;
Tecniche dell’unione e del Risveglio®, di Umberto Di Grazia
The book of Symbol, Reflections on Archetypal Images, Taschen.
Leggi anche:
- Tarocchi, I – Il Mago
- Tarocchi, II – La Papessa
- Tarocchi, III – L’Imperatrice
- Tarocchi, IV – L’Imperatore
- Tarocchi, V – Il Papa
- Tarocchi, VI – L’Innamorato
- Tarocchi, VII – Il Carro
- Tarocchi, VIII – La Giustizia
- Tarocchi, IX – L’Eremita
- Tarocchi, X – La Ruota dell Fortuna
- Tarocchi, XI – La Forza
- Tarocchi, XII – L’Appeso
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