Tratto dal libro “SuperNatura” di Lyall Watson

Le droghe e le pratiche allucinogene rivelano qualcosa che sembra caratteristico dell’uomo. Esse illuminano soltanto le frange di una estensione mentale così vasta che è difficile da comprendere.

Sidney Cohen, direttore dell’Istituto di salute mentale nel Maryland, descrive il cervello come «una fabbrica di simboli il cui scopo principale è la gestione del corpo. La sua attività secondaria sembra essere quella di riflettere sulle cose, sul dove vanno e sul che cosa significano. La sua capacità unica di interrogarsi e di essere consapevole è del tutto inutile ai fini della sopravvivenza fisica» (76).

Le occhiate che abbiamo incominciato a rivolgere alla sfera cerebrale, sollevano infatti alcuni problemi evoluzionistici senza precedenti. Nessun biologo affermerebbe che le attività straordinarie del cervello siano inutili per la sopravvivenza: il cervello è parte di noi e noi siamo parte dell’ecologia come qualunque altra specie.

Quello che abbiamo fatto al nostro ambiente è naturale come il tuono o il lampo. Il nostro cervello ha fatto di noi una grande forza dell’evoluzione, e ci vorrà molta immaginazione e creatività da parte sua per tirarci fuori dalle attuali difficoltà. Ma sono d’accordo con Cohen sul fatto che l’estensione del potenziale umano ispiri sgomento; noi sembriamo avere acquistato capacità al di là dei nostri bisogni attuali e drammatici e sembriamo schiacciati da questo peso. La natura fa raramente qualcosa senza una buona ragione, eppure ha attraversato qualche difficoltà lungo gli ultimi dieci milioni di anni – un tempo molto breve secondo le sue misure – per rifornirci di un’enorme corteccia cerebrale dalla capacità apparentemente illimitata. Abbiamo acquistato questo organo incredibile a spese di parecchi altri, eppure ne usiamo soltanto una piccola parte.

Che fretta c’era? Perché abbiamo corso così in fretta lungo questa linea di sviluppo? Avremmo certamente potuto cavarcela con molto meno. Al momento siamo come una piccola famiglia di inquilini che hanno occupato un vasto palazzo ma non sentono il bisogno di muoversi oltre il comodo e ben fornito appartamento localizzato in un angolo del sottosuolo.

Una consapevolezza quasi subliminare del resto della struttura ci ha sempre tentato. Brevi sguardi gettati nelle altre stanze hanno portato pochi avventurosi individui a fare sforzi più precisi di esplorazione, ma i metodi tradizionali hanno avuto soltanto un parziale successo. Alcuni hanno tentato delle tecniche ritmiche, come i canti cristiani o i movimenti ondeggianti della preghiera indù, o le danze vorticose dei dervisci, onde provocare uno stato di trance che potesse portarli al di là della barriera. Alcuni hanno tentato di alterare la chimica del loro corpo con una profonda respirazione o col digiuno o con la rinuncia al sonno. Alcuni hanno cercato una dissociazione nel dolore fisico attraverso l’auto-flagellazione o la mutilazione o impiccandosi al soffitto. Gli indiani Sioux usavano il caldo e la sete nel loro rituale solare per raggiungere una specie di crudele delirio; gli egizi cercarono l’isolamento sociale nei loro rituali nel tempio. La cosa che tutti questi metodi hanno in comune è che cercano di arrestare il flusso di informazioni con cui l’ambiente circostante cerca di sommergerli; sia eliminando l’afflusso di sensazioni, sia rendendole monotone e prive di significato. Quando questo è fatto, alcune fra le porte della mente cominciano a schiudersi.

La tecnica della deprivazione sensoriale è stata perfezionata in molte recenti ricerche. All’Università McGill i soggetti vennero confinati in una stanzetta acusticamente isolata e portavano occhialoni che ammettevano soltanto una luce diffusa. A Princeton vennero tenuti in un cubicolo piccolo, isolato visivamente e acusticamente, e a temperatura costante. E in Oklahoma e nello Utah essi vennero immersi in una cisterna scura d’acqua mantenuta a temperatura del sangue in modo che essi non ricevessero né luce né suono né sensazioni tattili dal loro ambiente.
L’immediata reazione in tutti questi studi fu il ritirarsi da questa monotonia dentro il sonno, ma una volta che questa possibilità di fuga venne impedita ed essi non poterono più dormire, i volontari incominciarono a incontrare nuove difficoltà. Tutti i soggetti persero il senso del tempo e sottovalutarono il suo scorrere; alcuni dormirono per oltre ventiquattr’ore e affermarono che era stato soltanto un’ora o due. Il disorientamento e la mancanza di informazioni da parte dell’ambiente circostante rese loro difficile pensare seriamente e costruire giudizi normali. I sogni incominciarono ad apparire più frequentemente, talvolta con spaventosa intensità, e prima o poi l’assoluta irrealtà della situazione portò la maggior parte dei soggetti all’esperienza dell’allucinazione.
Non si tratta solo di «fantasmi» sensoriali come i bagliori di luce o i rintocchi di campana, ma avvenimenti completi, complessi e interamente convincenti (329). Quello che sembra accadere è che in circostanze normali la grande quantità di informazioni che noi riceviamo è regolata dalla formazione reticolare, che seleziona e lascia passare solo ciò di cui abbiamo bisogno e di cui “possiamo occuparci in quel momento. In condizioni di deprivazione sensoriale noi riceviamo molto poco, cosicché ogni pezzetto di informazione riceve molto di più della quantità solita di attenzione, e diventa enormemente ingrandita. La nostra visione si restringe, cosicché gonfiamo quello che riceviamo fino a riempire l’intero schermo, come un film fatto passare al microscopio. Quindi parte dell’allucinazione è semplicemente un primo piano migliorato della realtà, ma c’è qualcosa di più. Lasciato senza il suo solito sbarramento di stimoli, il cervello abbellisce la realtà e la elabora, attingendo alla sua riserva di inconsce cianfrusaglie per riempire il tempo e lo spazio a disposizione. Eppure neanche questo va abbastanza lontano, perché ci sono aspetti dell’allucinazione che sembrano risiedere al di fuori sia delle possibilità coscienti del cervello sia dì quelle incoscienti.

Quasi ogni sottocultura ha cercato prima o poi una radice, un’erba o una bacca per far avanzare il processo di dissociazione. I persiani avevano una pozione chiamata soma, la quale, secondo gli annali sanscriti «rendeva un uomo simile a un dio». Elena di Troia aveva il nepente. In India e in Egitto hanno sempre usato hashish e marijuana. In Europa e in Asia c’era il magnifico fungo a macchie rosse Amanita, che uccideva le mosche e rendeva furiosi gli antichi cavali scandinavi.

Il Messico ha la sua gloria mattutina fiore di cactus, e diversi «funghi divini». Tutte queste piante contengono agenti chimici che provocano stati trascendentali, e molti di essi sono stati usati come additivi in cerimonie magiche e religiose, ma la sostanza psichedelica più sconvolgente e significativa di tutte non cresce spontaneamente in natura ma dev’essere estratta dai grani della segala cornuta.
Si tratta dell’acido lisergico dietilamidico, o LSD.
Questo acido è stato provato su molti animali, ma sembra avere avuto un piccolo effetto su di loro a eccezione forse, del ragno, il quale costruisce una ragnatela un po’ più fantasiosa. Esso sembra interessare direttamente i livelli più alti del pensiero, e anche una piccola porzione, circa un trecentimillesimo di oncia, provoca effetti profondi sull’uomo. A seconda di come è preso, gli effetti cominciano entro una mezz’ora, raggiungono il massimo circa un’ora e mezzo dopo, e terminano sei o anche sette ore più tardi. La maggior parte dell’azione cerebrale sembra essere confinata al sistema reticolare e al sistema limbico, che regola le esperienze emotive. Quindi esso lavora direttamente in queste zone di filtraggio e di confronto delle esperienze sensoriali, e in quelle aree che determinano i sentimenti individuali su questo materiale. La parola, la capacità di camminare, e la maggior parte delle attività fisiche restano totalmente non influenzate. La pressione sanguigna e il polso sono normali, i riflessi sono acuti, e non vi sono spiacevoli effetti secondari. Sembra che l’LSD operi soltanto nella zona di più alta consapevolezza del cervello umano, in quella che noi crediamo la nostra personalità.

L’effetto psicologico più considerevole, come nella privazione sensoriale, è un rallentarsi del tempo: le lancette dell’orologio sembrano non muoversi affatto. Questa specie di eterno presente è molto simile a una versione prolungata del modo in cui il tempo può arrestarsi in momenti di grande pericolo personale.

Noi abbiamo nella nostra fisiologia la capacità di produrre questo effetto nei casi di emergenza, e l’LSD sembra portarla un passo più in là, ma senza che abbia più a che fare con la sopravvivenza fisica. La separazione fra l’io e il non-io, l’antico, primevo rifugio dell’inconscio, scompare molto presto, e i confini dell’io si dissolvono. Cohen dice : «La sottile protezione della ragione lascia via libera alla fantasticheria, l’identità è sommersa da sentimenti oceanici di unità, e il fatto di vedere perde i significati convenzionali impostici dagli oggetti visti».

È importante a tal proposito rendersi conto che noi di solito percepiamo soltanto quello che possiamo concepire.
Noi costringiamo le sensazioni a coincidere con la nostra idea di come le cose dovrebbero essere. L’esperimento classico di dotare la gente di occhiali che invertono ogni cosa lo dimostra in modo definitivo. Entro un giorno o due il cervello incomincia a correggere il campo visivo e questa gente ricomincia a vedere tutto ancora nel modo «giusto», ma quando si tolgono gli occhiali il mondo intero risulta capovolto.

Quindi il mondo viene visto non com’è, ma come dovrebbe essere. Parte del problema è che noi riceviamo tante di quelle sensazioni da essere obbligati a scegliere, e a ritrovarci con una visione della realtà attentamente selezionata e molto ristretta.
L’LSD ha la capacità di toglierci i paraocchi e di farci vedere le cose con occhi nuovi, come se fosse la prima volta. In questa condizione possiamo ricominciare ad apprezzare i suoni dei colori, il profumo della musica, e le trame degli umori. Le api e i pipistrelli è i calamari del profondo mare, pur senza possedere l’estensione della nostra sensibilità e dei nostri interessi, fanno questo continuamente.

I bambini vedono di solito le cose con enorme chiarezza. E’ possibile che quello che chiamiamo allucinazione sia una parte normale di ogni esperienza infantile (i loro disegni sembrano confermarlo); ma quando diventiamo adulti le nostre visioni si oscurano e alla fine si estinguono, perchè esse di solito hanno un valore sociale negativo. Ogni società si basa su certe regole di condotta che indicano normalità, e per una combinazione di queste pressioni sociali e il nostro bisogno di adattamento la maggior parte di noi finisce dentro questi limiti. Pochi sfuggono a ciò e vengono classificati come pazzi e privati della loro libertà con la scusa che abbisognano di assistenza, ma in realtà il loro confinamento ha soprattutto lo scopo di proteggere la società piuttosto che questi individui da se stessi. L’unione Sovietica non fa misteri a questo proposito e regolarmente incrimina i dissenzienti sostenendo che essi devono essere pazzi se non vanno d’accordo con lo Stato.

Pochi individui riescono a scuotere le restrizioni della normalità e a farne a meno, perché fanno questo all’interno di una sfera religiosa nella quale queste attività rivoluzionarie sono consentite in quanto sono state definite «di ispirazione divina».
Ben lontana dall’essere confinata, la maggior parte della gente che ha questo tipo di esperienza trascendentale ritorna alla società con una nuova visione delle cose e comincia a cambiare la propria vita e quella degli altri – non sempre per il meglio. Alcuni santi e profeti sono stati certamente pazzi, ma non ha senso definirli tutti insani.

La loro esperienza non è unica. Quasi ognuno di noi, in qualche momento della sua vita, ha un momento di rapimento o di estasi ispirata da un lampo di bellezza, dall’amore, da un’esperienza sessuale o da un intuito. Queste visioni momentanee di perfezione e di godimento estetico sono frammenti di uno stato che i cristiani chiamano «divino amore», i buddisti Zen «satori», gli indù «moksha», e i vedanta «samadhi». Simili esperienze sono così poco comprese da essere tutte ammucchiate nel misticismo e considerate come soprannaturali. Nel senso che essi non possono essere ospitati nella definizione di «sanità» culturale, questi stati sono «insani», ma ci può aiutare a capirli meglio il fatto di rinunciare a questa pesante etichetta e di riferirci a essi come a stati di non-sanità.

Non c’è niente di soprannaturale in essi, e l’importanza di prodotti chimici come l’LSD è di mostrarlo molto chiaramente, semplicemente togliendo gli strati superficiali di «sanità» e facendoci di nuovo diventare naturali. Uno degli effetti più comuni delle sostanze psichedeliche è di acuire la ricettività e di consentire di raccogliere i suggerimenti ambientali con squisita sensibilità. In situazioni sperimentali di laboratorio i soggetti all’LSD spesso sembrano leggere nella testa dell’esaminatore, ma è chiaro dalle analisi che essi stanno semplicemente reagendo, nel modo in cui fanno molti animali, ai più piccoli cambiamenti di tono, di espressione facciale, di posizione.

Noi siamo sempre capaci di raggiungere questo genere di percezione subliminare, che è davvero supernaturale se la paragoniamo ai nostri livelli normali di reazione, ma nella più vasta arena biologica questi talenti sono cosa molto comune e del tutto naturale. Il nostro stato di veglia «sana» è uno stato di inibizione.
Parte di questo è necessario per evitare di essere schiacciati dalla quantità di sensazioni sopraggiungenti, ma le barriere erette, dal sistema reticolare a loro volta ci tolgono molto di ciò che è pieno di magia e di ispirazione. Questo è assurdo quando ormai disponiamo di un cervello che per la prima volta è capace di apprezzare queste meraviglie.

Non sto raccomandando una dissociazione di massa e una fuga generale dentro queste zone di insanità.
Blake, Van Gogh, Verlaine, Coleridge e Baudelaire vissero e lavorarono molto spesso in uno stato di coscienza trascendentale, e soffrirono tremendamente nel loro sforzo di rompere le barriere della ragione e della realtà. Ora, forse più che in qualsiasi altro momento della nostra evoluzione, abbiamo bisogno di vedere chiaramente i problemi che ci affliggono, ma il nostro sforzo diventa inutile se non impariamo ad apprezzare il fatto di essere diventati padroni del nostro destino. Abbiamo bisogno di sapere dove stiamo andando e come ci arriveremo. Abbiamo già incominciato a fare uso dei nostri talenti coscienti ma abbiamo totalmente trascurato quelli che sono raggiungibili dall’altra parte della mente.

La natura ci ha dato tutto l’equipaggiamento necessario a questo scopo, nello spazio che è contenuto tra le nostre orecchie, e le tecniche di ipnosi, di autosuggestione, di sogno e di allucinazione ci danno un’idea dei poteri che possediamo. Tutto quello che dobbiamo fare è usarli saggiamente.

(76) Gohen S.Drugs of Hallucination London: Paladin, 1971

(329) Dernon, I. A. Inside the black room London: Penguin, 1966

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