GABRIELE BECCARIA

fesSe lo saranno detto con le sequenze di simboli nascosti nelle danze a mezz’aria? Oppure con le emanazioni dei recettori odorosi, che – rivelano studiosi americani come James Nieh – sono state elaborate con milioni di anni di sforzi e oggi ricordano in tutto e per tutto i codici cifrati degli agenti segreti?

Di certo l’evoluzione non le aveva preparate all’imprevisto fabbricato dai loro partner da almeno 8 mila anni, gli esseri umani: le api si stanno scambiando informazioni via via più preoccupate e da un po’ di tempo si consigliano reciprocamente di stare alla larga dai campi geneticamente modificati che ricoprono superfici in rapida espansione, dalle praterie della «corn belt» statunitense alle pampas argentine, fino alle pianure infinite di India, Cina e Australia. Gli studiosi se ne sono accorti quando hanno deciso di osservare che cosa succede attorno a una pianta che non esiste in natura, ma è una fortunata manipolazione che genera fiumi di dollari.

Si chiama canola (acronimo che sta per «Canada» e «olio»), deriva dalla rapa e produce un olio per innumerevoli usi, anche alimentari, dato che è considerato povero di grassi cattivi. E’ proprio nelle zone dove cresce con impeccabile logica industriale – denuncia una ricerca della Simon Fraser University nel British Columbia del Canada – che si sta registrando un crollo dell’impollinazione. Secondo le analisi, appena rese note dall’Ecological Society of America, la densità delle api diminuisce progressivamente a seconda che il campo che sorvolano sia, nell’ordine, organico, trattato pesantemente con erbicidi e Ogm.

Il fenomeno può essere interpretato come una fuga o una difesa. O come una forma strisciante di sterminio. E’ infatti una nuova prova che si aggiunge agli studi con cui si accusano le piante «trans» di minacciare le api e spingerle all’estinzione dal pianeta che le ospita da 300 milioni di anni, quando si separarono dalle zanzare e dal moscerino della frutta. Proprio in Nord America – e soprattutto negli Usa – questi insetti-chiave per la riproduzione della maggior parte della flora terrestre stanno scomparendo a tassi abnormi. La colpa – confermano le analisi dell’Università di Jena in Germania – è (anche) della canola e di alcuni ceppi di batteri resistenti agli antibiotici.

Tutto nasce da un gene «marcatore» utilizzato nella controversa pianta canadese: questo riesce a trasferirsi nei batteri, che da tempo immemorabile colonizzano il sistema digerente delle api, e i microrganismi si alterano. Da ospiti si trasformano in killer, facendo strage dell’insetto più affascinante e oggi più studiato (da poche settimane, infatti, il consorzio internazionale «Honeybee Genome Sequence Consortium» ha sequenziato il suo genoma).

Le povere api muoiono perché si ammalano e anche il miele risulta contaminato. Ha tracce Ogm e – denunciano l’associazione britannica «Bee Farmers Association» e «Friends of Earth» – c’è il rischio che i «resti» arrivino fino agli animali e naturalmente all’uomo. Se l’uomo massacra le api, questa potrebbe essere la subdola vendetta di creature che con noi hanno almeno due straordinarie forme di parentela: la stessa origine africana e un orologio biologico quasi uguale al nostro.

IL DNA

Sequenziati diecimila geni
Esistono quattro specie di api: l’Apis Cerana, l’Apis Florea, l’Apis dorsata e l’Apis Mellifera. Quest’ultima, la più comune, proviene dall’Asia (mentre la sua antenata è africana) ed è stata introdotta in America da inglesi e spagnoli. Dopo anni di tentativi è stato finalmente sequenziato il genoma di questo straordinario insetto: grazie al lavoro di 170 laboratori in tutto il mondo sono stati indentificati 10.157 geni e grazie a questa gigantesca impresa si spera di trovare nuove strategie per salvare l’ape dal rischio dell’estinzione.

Tratto da: La stampa.it

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