dallo SchwartzReport del 7 giugno 2011

Traduzione a cura della redazione di coscienza.org – Erica Dellago

Ancora un’altra rettifica alle fantasie che abbiamo riguardo al nostro passato più lontano.
Stephan A. Schwartz

STEVE CONNOR – The Independent (UK)

skullDonneI denti fossili dei primi antenati umani vissuti due milioni di anni fa nell’Africa del Sud hanno fornito una straordinaria comprensione della loro organizzazione sociale, che sembra aver portato le femmine ad allontanarsi dalle loro case e famiglie d’origine al raggiungimento dell’età adulta.

Di fatto non si sa nulla sullo stile di vita di queste persone simili alle scimmie, ma l’analisi dei loro denti indica che i maschi vivevano e morivano nel luogo di nascita mentre le femmine si allontanavano dal luogo di nascita per raggiungere famiglie a molte miglia di distanza, dove poi restavano fino alla morte.

I risultati indicano che le popolazioni ancestrali avevano una struttura sociale che vedeva i maschi vivere in un luogo, eventualmente difendendo il loro territorio contro gli intrusi, mentre le femmine si spostavano da un luogo ad un altro al raggiungimento dell’adolescenza, volontariamente o costrette.

I ricercatori hanno detto che i risultati mostrano una differenza tra i generi per quanto concerne gli spostamenti.
Indicano un modello simile a quello dei giovani scimpanzé femmina che tendono ad allontanarsi dalla famiglia di origine evitando la consanguineità con i parenti di sesso maschile.

Sandi Copeland dell’Università del Colorado a Boulder, Stati Uniti, ha detto che gli isotopi chimici di stronzio dei denti fossili erano stati usati per lo studio generale dei flussi migratori, ma che da subito è emersa la differenza maschio-femmina.

“Siamo rimasti piuttosto sorpresi in merito alla nostra scoperta principale, relativa alle differenze statisticamente significative [tra i generi] … Oltre il 50 percento delle femmine non cresceva nella zona dove alla fine moriva”, ha detto la dottoressa Copeland.

“Qui abbiamo una prima visione diretta degli spostamenti a livello geografico dei primi ominidi, e sembra proprio che soprattutto le femmine si allontanassero dai loro gruppi originari”, ha detto.

I 19 denti che formano lo studio derivano da due antiche specie, l’Australopithecus africanus, presunto antenato diretto dell’uomo, e il Paranthropus Robustus, ramo secondario dell’albero ancestrale che alla fine ha dato origine al genere Homo. Entrambe le specie vivevano nella stessa zona del Sud Africa in grotte a circa un miglio di distanza, anche se P. Robustus ha vissuto circa 1,7 milioni di anni fa rispetto ai 2-2,7 milioni di anni fa dell’A. Africanus.

Per misurare gli isotopi di stronzio, sono stati analizzati minuscoli frammenti di smalto dei denti mediante ablazione laser.
In genere, il rapporto degli isotopi fissati sullo smalto, corrisponde ai rapporti rilevati nelle piante, nel suolo e nelle rocce vicini al luogo dove l’individuo viveva a quel tempo.

“I rapporti degli isotopi di stronzio sono il riflesso diretto dei cibi mangiati da questi ominidi, a loro volta riflesso della geologia locale”, ha detto la dottoressa Copeland.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, si è concentrato su due tipi di denti – canini e molari – noti per essere diversi di dimensione tra i generi. Si è ritenuto che i denti più grandi fossero dei maschi, i denti più piccoli delle femmine. Pare che il 90 percento circa dei maschi siano vissuti e morti nel luogo di nascita, rispetto a solo la metà circa delle femmine.

Gli scienziati hanno detto che il limitato territorio dei maschi ha fatto sollevare interrogativi sulle origini del bipedismo – camminare sulle due gambe – dato che si pensava fosse sorto proprio per permettere agli individui maschi, in particolare, di coprire lunghe distanze in cerca di cibo.

“La telemetria del percorso sembra essere un po’ più ristretta di quanto pensato in un primo momento, e divisa tra linee di maschi e femmine”, ha detto la Copeland.

“Abbiamo ipotizzato che molti degli ominidi fossero di zone non locali, in quanto generalmente si pensa che lo sviluppo del bipedismo sia dovuto in buona parte per consentire agli individui di coprire distanze più lunghe”.

Lo studio è stato realizzato con gli scienziati della Oxford University, del Max Planck Institute di Lipsia e con l’Università del Sud Africa di Cape Town.

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