a cura di Mario Bruschi, Dipartimento di Fisica Università “La Sapienza”

Il 30 Settembre 1999 nell’impianto di trattamento, arricchimento e riciclaggio di combustibile nucleare a Tokaimura in Giappone è stata incredibilmente innescata una “reazione nucleare a catena” a cielo aperto…

La dinamica di quanto accaduto lascia senza parole: sembra che gli operai (o per loro errore o peggio seguendo direttive superiori, comunque con una sventatezza stupefacente in un centro a così alta tecnologia e altissimo rischio) hanno miscelato in un secchio di acciaio acido nitrico con esafluoruro di Uranio in quantità otto volte eccedente il limite di sicurezza, innescando così un processo di fissione nucleare auto-alimentato che è stato fermato solo dopo 20 ore per l’intervento ‘kamikaze’ di una squadra di tecnici, che sicuramente hanno riportato danni biologici gravissimi (probabilmente mortali) dalle radiazioni.
I danni per l’ambiente e per le persone nel raggio di centinaia di chilometri sono al solito difficilmente valutabili ma saranno evidenti negli anni a venire (tumori, mutazioni teratogene, etc.: vedi Chernobyl). L’incidente (solo l’ultimo di una lunga serie) riporta alla ribalta il problema della sicurezza del nucleare. Il prof. M. Martellini, segretario generale del Landau Network-Centro Volta , in una intervista al Messaggero (4 ottobre ’99), ha dichiarato:
Il nucleare…andrebbe sottratto ai privati e soprattutto alla logica del profitto…Ritengo che il nucleare con questo tipo di reattori presto finirà in soffitta“.
In effetti sia la Francia (che produce più del 70% della sua energia elettrica col nucleare) sia gli USA, con le loro104 centrali ancora funzionanti, hanno smesso di costruire centrali nuove (non così però i paesi emergenti, come la Cina) e in Germania i Verdi chiedono al Governo una accelerata chiusura degli impianti esistenti.
Ma il vero problema è proprio questo: come chiudere una centrale nucleare? Quando si dice che una centrale è stata chiusa si intende in realtà che è in stasi (sigillata, cementificata- come Chernobyl o Latina-) ma all’interno vi sono ancora grandi quantità di rifiuti “caldi”, scorie radioattive e altamente tossiche che nessuno sa come far “sparire”.
Nel nostro piccolo, in Italia, pur avendo per Referendum rinunciato al nucleare, abbiamo purtuttavia ereditato dalla attività in questo settore negli anni ’60 più di 20.000 metri cubi di scorie radioattive, scorie per ora sparse in 21 depositi, e in più due chili e mezzo di pericolosissimo Plutonio custoditi alla Casaccia (lago di Bracciano, a due passi da Roma). Ovviamente altrove la situazione è ancora peggiore: vedi in Francia dove il costosissimo e assurdamente pericoloso reattore autofertilizzante di nuova generazione, il Superphenix, è stato “chiuso” per manifesta inefficienza (!), o in America ove notizie allarmanti sono ormai quasi quotidiane.

Va bene che alla stupidità umana non vi è limite: ma come accidenti si fa a mettere in moto una tecnologia rischiosissima, potenzialmente capace di disastri immani, senza sapere prima come controllarla, fermarla? La favola/mito

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