a cura di Mario Bruschi, Dipartimento di Fisica Università “La Sapienza”

C’è nel titolo un gioco di parole cui non ho saputo resistere…
In effetti per interpretazione di una teoria fisica s’intende fondamentalmente la descrizione nel linguaggio comune (o comunque in un metalinguaggio di livello superiore a quello della teoria stessa) delle implicazioni gnoseologico-semantiche della teoria in questione: in parole povere, che accidenti ci dice questa teoria sulla realtà? che visione ci dà del mondo?

Ora è noto che per la meccanica quantistica esistono molte e contraddittorie interpretazioni. Abbiamo quella “neopositivista” di Bohr e della sua scuola di Copenhagen (in estrema sintesi: dobbiamo rinunciare a capire, a porre domande su, ad interpretare la realtà ultima; conta solo ciò che possiamo misurare/osservare; la teoria quantistica deve solo , e può, rendere conto dell’interazione “cosa osservata – apparato usato per osservarla”).
Abbiamo poi la cosiddetta “interpretazione idealistica” (di Von Neumann, Wigner e altri) secondo cui il fenomeno centrale della teoria quantistica, cioè la riduzione/collasso della funzione d’onda, cioè il restringimento/riduzione/determinazione della realtà che avviene ogni qual volta osserviamo/misuriamo qualcosa, non può darsi a nessun livello fisico (e quindi, dato che avviene, deve essere opera di qualche agente meta-fisico: coscienza, Dio? In ogni caso, il mondo è così come è solo perché viene incessantemente così determinato da un agente “esterno” al mondo stesso, forse da noi stessi in quanto esseri coscienti).
E infine abbiamo la posizione “realistica” di quanti come Einstein, De Broglie, Bohm ed altri (compresi, per evidenti motivi ideologici, i fisici dei paesi del “socialismo reale”), proprio per evitare la perdita di capacità di conoscenza implicita nella interpretazione della scuola di Copenhagen e nello stesso tempo per non cadere nel logico, ma per molti inaccettabile, “idealismo” della seconda interpretazione, proposero (e continuano a proporre) l’ipotesi che la meccanica quantistica (nonostante i suoi innumerevoli successi pratici: la bomba atomica, il laser, tutta l’elettronica moderna) sia una teoria “incompleta”: a livello più profondo dovrebbe esistere una “sana” teoria realistica che, una volta trovata, faccia giustizia delle nefandezze e dei paradossi della meccanica quantistica stessa (Dio non può giocare a dadi, secondo Einstein, eppure…
Finora, tutte le teorie alternative proposte, messe alla prova dell’esperimento – l’unica cosa che conti nella scienza- sono cadute, mentre la Meccanica Quantistica ancora regge, cioè non è smentita dall’esperimento, neanche nelle sue previsione apparentemente più assurde. Non sarà che, dopotutto, Dio si diverte anche con i dadi?).
Oltre all’accezione epistemologica della parola “interpretazione”, resta ovviamente anche il significato usuale: ebbene questi due significati si sono curiosamente sovrapposti in un recente Simposio tenutosi a New York. Al Simposio hanno partecipato fisici, epistemologi, storici ma anche gente di teatro e precisamente gli attori, produttori e quantaltri impegnati nella messa in scena a Broadway dell’opera teatrale di M. Frayn “Copenhagen”. L’opera cerca di chiarire perché, nel 1941, il noto fisico tedesco Werner Heisenberg (uno dei fondatori della Meccanica Quantistica, padre del celeberrimo Principio di Indeterminazione e durante la seconda guerra mondiale a capo del progetto tedesco per la costruzione di un’arma atomica) andò in a trovare a Copenhagen, allora occupata dai tedeschi, un altro dei padri della meccanica quantistica,cioè Niels Bohr, suo vecchio maestro e amico, ma non certo simpatizzante nazista filo-tedesco.
Molte ipotesi sono prese in considerazione: Heisenberg stava forse tentando di avere notizie sui piani degli Alleati riguardo alla costruzione della bomba atomica? Voleva forse sapere la posizione di Bohr riguardo alla correttezza etica dell’applicazione della Fisica per la costruzione di un arma dagli effetti distruttivi devastanti? Dovremmo considerare Heisenberg (molti lo hanno proposto) come un eroe che, contrario in cuor suo alla costruzione della bomba, ma non potendo esimersi dal fare il “lavoro”, tentò comunque (e con successo!) di rallentarlo, intralciarlo e in definitiva di far fallire il progetto di cui era a capo? Oppure, pur essendo un brillante fisico teorico, era così incompetente dal punto di vista tecnico/ingegneristico da incasinare tutto? (ma allora erano incompetenti anche i suoi collaboratori? Eppure, in molti altri campi, gli ingegneri tedeschi non avevano dato prova di incompetenza, anzi…).
I due più importanti interventi al simposio sono stati quelli di Hans Bethe e di John Wheeler, due dei maggiori fisici viventi: entrambi hanno lavorato al progetto Manhattan e in più hanno conosciuto personalmente sia Bohr sia Heisenberg.
Entrambi hanno sostenuto che Heisenberg aveva scarso interesse per la “bomba”, Wheeler rifacendosi ai suoi ricordi anteguerra (aveva incontrato Heisenberg numerose volte e proprio durante un meeting all’Università del Michigan nel 1939, Heisenberg fu richiamato in Germania per “training” militare), Bethe citando i nastri “segreti” registrati dagli Inglesi nel dopoguerra, quando Heisenberg ed altri eminenti fisici tedeschi erano loro prigionieri.
Da tali nastri risulta evidente che il team tedesco fu colto di sorpresa dallo scoppio della bomba atomica di Hiroshima: non pensavano che gli alleati potessero essere tanto avanti a loro. Heisenberg stesso tentò di spiegare le motivazioni di quella sua strana visita a Bohr, solo che lo fece dando versioni discordanti tra di loro; inoltre, dato che egli fu accolto molto freddamente dalla comunità scientifica nel dopoguerra, vi è il ragionevole sospetto che abbia in qualche modo tentato di salvare il suo “onore”. In una di queste spiegazioni, disse di essere andato da Bohr per dirgli che sarebbe stato molto difficile e anche inopportuno costruire e “maneggiare” la bomba e che comunque la Germania non ci sarebbe riuscita, suggerendo inoltre che anche gli Alleati avrebbero dovuto interrompere i loro sforzi per costruirla. Ma cosa disse Bohr, a proposito di questa vicenda? Niente di ufficiale, ma secondo lo storico G. Holton, la verità sarebbe in una lettera scritta da Bohr stesso per Heisenberg ma mai spedita.
Tale lettera, per volontà degli eredi, rimarrà segreta ancora per 12 anni. Aspettiamo.
Nel frattempo la tesi di Frayn, nel suo lavoro teatrale presto in scena a Broadway, metaforicamente si rifà al principio di indeterminazione di Heisenberg… cioè può darsi, ed è umanamente plausibile, che Heisenberg stesso non sapesse bene quali fossero le sue motivazioni per quell’incontro.


Fonte:
PHYSICS NEWS UPDATE
The American Institute of Physics Bulletin of Physics News
Number 477 March 31, 2000 by Phillip F. Schewe and Ben Stein

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