Miti e magie delle erbe. L’aura di piante e fiori tra mitologia e letteratura
di Maria Immacolata Macioti

Alberi, piante, fiori sono da sempre presenti nell’immaginario e nei rituali delle più diverse culture.
Cibo dell’anima e del corpo, ciascuno è portatore di un’aura particolare. Ci sono fiori prediletti dagli Elfi e altri amati dalle fate. Nella tradizione greco-romana la quercia è sacra a Zeus, mentre il mirto lo è a Venere.
Alcuni danno vita e amore, come le rose e le viole, altri celano insidie mortali, quali l’iris portatore di sonno. Vi sono poi piante legate alle grandi religioni, quali il loto, importante per il buddismo, o il vischio, a lungo ritenuto un dono degli dèi, o la mandragora, la cui forma umana la riconduce al Paradiso terrestre.
Il libro di Maria Immacolata Macioti è un lungo viaggio storico e culturale nelle narrazioni mitiche che hanno accompagnato l’uso e la diffusione delle piante dalla classicità ai giorni nostri nella loro funzione curativa tanto del corpo quanto dello spirito, passando per le loro connessioni religiose.
Nel rapporto che gli umani hanno stabilito con le piante, facendo di esse l’oggetto di riti e racconti e attribuendo loro specifiche qualità, si è dato loro l’abilità di fare da tramite con ciò che le diverse culture hanno immaginato di un aldilà. Le piante traducono l’incanto magico e simbolico che accompagna la nostra permanenza sulla terra.

Qui un assaggio:

Si credeva, un tempo, alle grandi forze cosmiche. Venti e stelle, fiumi e laghi, rocce, piante e animali di ogni specie popolavano l’universo, si imponevano all’attenzione degli uomini.

Nulla di più naturale, per questi, che cercare di accattivarsene le simpatie, comprenderne gli umori, renderseli amici. È importante stringere particolari alleanze con qualcuno di questi esseri, adottarli, farsene adottare. È difficile pensare di poter instaurare legami speciali con grandi forze cosmiche; si può invece più agevolmente riuscirci con un semplice vegetale, con un qualche animale. È nei confronti di queste realtà che, ci dice Émile Durkheim, si rivolge, inizialmente, il culto, sono gli esseri più umili, quelli con cui si stringono legami di parentela.
Piante e alberi sono rispettati e adorati, in vario modo, in tutta l’Europa occidentale, fra gli Slavi e i Lituani, fra gli antichi Greci e gli Italici, fra i Germani e i Celti. Piante e alberi sono il dio. Hanno quindi un’anima; sono dotati di sensibilità. Le credenze animistiche – mai totalmente scomparse, tornano ai nostri giorni, nei paesi europei industrializzati, insieme a nuclei di immigrati – implicano la consapevolezza del dolore degli alberi: un ramo spezzato, la corteccia staccata sono ferite inferte. Ferite che provocano dolore, lamenti, pianti. Gli alberi soffrono, si ribellano, gemono almeno finché le loro radici, tenacemente abbarbicate al suolo, non vengono divelte.

Studiosi e scrittori riportano ricordi e testimonianze di legami con gli alberi, in positivo e in negativo. Sono racconti ad esempio di vecchie, imponenti querce che proteggono una casa con la loro ombra, che vegliano sulla fortuna di una famiglia. Un ramo spezzato vuol dire che qualche sventura sta per abbattersi sugli uomini; lo sradicamento dell’albero, la sua morte, si accompagna di regola alla morte del capofamiglia, al rovescio della fortuna della casata. A volte, l’albero versa sangue dai rami spezzati, dal tronco tagliato: dalle ferite.

Alla riscoperta delle antiche radici

Come mai questa attribuzione di forti influenze data alle piante? Come mai ad alcune di esse, nel tempo, sono state demandate capacità particolari, di tipo magico-sacrale? Frazer, ne Il ramo d’oro ricorda come grandi, arcane foreste si estendessero un tempo a coprire con il loro manto quelli che ai nostri giorni sono i territori dell’Europa. A noi è arrivato il ricordo di boschi impenetrabili, di cui, nonostante ogni tentativo di esplorazione, non si conosceva l’estensione. Boschi arcani, in cui tutto poteva accadere.

Vi era, ricorda Frazer, la Selva Ercinia. Partiva dal Reno e si ramificava e protendeva verso Est per miglia e miglia: i Germani vi avevano viaggiato per giorni e giorni, invano. Non erano riusciti a vederne la fine. Secoli dopo, sarà l’imperatore Giuliano a restare colpito dal profondo silenzio, dalla cupezza di quei boschi. In Inghilterra viveva la grande foresta di Anderide, di cui abbiamo oggi pallidi ricordi nei declivi boscosi del Kent, del Surrey, del Sussex. Nei boschi inglesi, in tempi relativamente più recenti, si sono svolte avventure che hanno visto protagonisti Riccardo Plantageneto, Ivanhoe, Robin Hood, imbattibile con l’arco, e i suoi allegri compagni. In Italia erano estesi e fitti i boschi, al Nord: boschi di olmi, castagni, querce. Foreste coprivano il dosso dell’Appennino, nella parte centrale della penisola: celebre il bosco di Nemi – il cui toponimo indica, ancor oggi, la selva arborea – presso il lago vulcanico, sui Colli Albani. Sacra, questa selva, a Diana, la selvaggia dea dei boschi. Arduo, il divenirne sacerdote: divelto un ramo dell’albero sacro, sfidato il più anziano sacerdote in carica, bisognava vincerlo in combattimento, ucciderlo. Solo così l’albero avrebbe rivestito nuove fronde, un nuovo sacerdote avrebbe preso il posto di quello vecchio, la vita si sarebbe rinnovata.

Quando la terra era giovane

Molto di tutto ciò si è perso. È difficile riandare a quando la terra era giovane, ai tempi in cui gli dèi erano la luna, il sole, le stelle, gli alberi. Tuttavia lauri e cipressi, edera e ginestra, noci e castagni, mirti sacri a Venere e amanti del mare, olmi frondosi ancora rallegrano, a metà del XIX secolo, le Passeggiate romane di Ferdinand Gregorovius.

Imponenti querce – forse, chi sa? le pronipoti di quelle che facevano ombra alla ninfa Egeria – ne proteggono il riposo sotto le ampie ombre. E lui, viaggiatore attento, ci racconta di come si sia imbattuto nel «pozzo di Santulla», nella «fontana misteriosa»: una ampiezza di circa 1500 passi, a 150 piedi circa di profondità. Sembra che la gente, invece di rispettare il giorno festivo, battesse il grano sull’aia, il giorno dell’Assunzione. Di qui la collera della Madonna; di qui lo sprofondare dell’aia. È così che il Gregorovius può ammirare, in basso, una «foresta verde scuro di alberi e piante rampicanti le quali oscillano qua e là come le onde di un lago se la brezza le sfiora… Dei viticci fiorentini pendevano sopra i rami degli alberi i quali… salgono a un’altezza di più di trenta piedi, benché, visti dall’alto, assomigliano soltanto a cespugli. I fiori irraggiungibili, i sentieri selvaggi come labirinti nella boscaglia scura, lo svolazzare dei volatili che vi si aggirano, attirano la fantasia verso la profondità.

Questo sotterraneo boschetto incantato sembra un paradiso di fate, un parco per Oberon e per Titania. Numerose sorgenti, che abbondantemente vi filtrano, seguendo un misterioso percorso, mantengono l’erba sempre verde, e rugiadosa. Con ammirazione lo sguardo scende verso la profondità ove si scorgono forme bizzarre e fantastiche simili a figure di stalagmiti, coperte di cespugli e di ginestre d’oro e di lentischi. Sono decorate dal giuoco variopinto dei colori dell’iride».

Ci sono luoghi che la fede, la credenza, il mito hanno reso più sacri, più incantati di altri. Così ad esempio nella antica Grecia il santuario di Asclepio a Coo, dove era severamente interdetto il taglio dei cipressi. Così il bosco di Dodona, dove lo stormire delle fronde della sacra quercia dava conto del volere di Zeus, dei dettami del fato: con vaticini arcani, che non sempre l’uomo era in grado di penetrare. Spesso, se ne dava una lettura letterale, troppo semplicistica; generalmente, favorevole al richiedente: onde i fraintendimenti, le angosce, il lutto di tanti. Edipo fra questi. È da questo bosco sacro che proviene il legno per la chiglia della nave Argo, la celebre nave parlante che scioglierà le vele alla ricerca del Vello d’Oro: una delle due sole navi – l’altra sarà quella di Odisseo – che riuscirà a sfuggire al destino di morte cui andava incontro chiunque si avventurasse nel mare delle Sirene, chiunque osasse ascoltarne il canto.

Querce sacre a Zeus, padre degli dèi, dio del fulmine e della tempesta; allori cari al dio del Sole, olivi sacri alla vergine Atena, mirti amati da Cipride, dea della bellezza e dell’amore, nata dalla spuma del mare.
Con quelli di Nemi, tanti altri boschi sono ritenuti sacri. Ma siamo già, spiega Frazer, in epoca tarda, si è già compiuto il passaggio dalla credenza negli elementi naturali a quella negli spiriti che in essi hanno sede. La quercia non è più Zeus: è ormai la casa di Zeus, la sua sede. Lo rappresenta, lo ospita. L’albero non è più il corpo dello spirito; ne è invece – ne è soltanto, ormai – la dimora: che lo spirito, volendo, potrebbe abbandonare. Un notevole passo avanti, secondo Frazer, nella storia dell’umanità.

Comunque, il culto degli alberi si estende – ed è un fatto accertato e documentato – in tutta Europa. Gli studiosi dei fenomeni religiosi sembrano concordare nella indicazione che lega i primi santuari alle foreste. O ancora, alle radure nelle foreste.

Alberi da venerare

Fra le tante creature vegetali sono soprattutto gli alberi antichi, forti, dall’ampia chioma, dal tronco possente, che assorbono in sé succhi e umori della terra, che filtrano e cumulano energia solare a poter operare, nei confronti degli uomini, in senso benefico oppure, in certi casi, venefico. L’energia degli alberi – cui gli studiosi del simbolismo riconoscono una forte valenza di tipo ascensionale – è stata sempre importante, in magia: più di quella di cespugli, fiori, erbe. Certamente, anche queste affondano le radici nella terra, muovono verso il cielo, traggono alimento dall’acqua, dall’aria, dal sole. Sono però soggetti meno antichi degli alberi, meno forti. Hanno, in magia, minori capacità di rispondere alle aspettative ambientali e umane. Il fiore del resto sembrerebbe indicare, in generale, una certa affinità fra il calice e la coppa: connessione che indicherebbe un principio più passivo che attivo. Comunque nel corso dei secoli i grandi alberi maestosi, i fiori dai tanti colori e profumi, le erbe hanno goduto di adorazione e venerazione, di prestigio e attenzione. Sono stati oggetto di attese e aspettative pressanti, di vario genere. Gli alberi, si pensava – meno i fiori e le erbe – potevano mandare la pioggia o il bel tempo. Si potevano perciò pregare, si potevano deporre offerte davanti a loro; o magari, adornarli con nastri multicolori. O ancora, recintarli con speciali accorgimenti, onde evitare loro qualsiasi contatto sgradito. Oppure, se i modi gentili, se le preghiere non sembravano andare a buon fine, non parevano sortire l’effetto desiderato, si poteva sempre ricorrere, al contrario, a insulti e minacce: forse, chi sa, più efficaci. Lo sanno bene, in Italia, i napoletani seguaci di San Gennaro, a volte costretti a usare epiteti insultanti per stimolare la coagulazione del sangue del santo. Ed ecco allora l’annuncio che, in caso di mancato adempimento dei voti generali, si strapperà una fronda. Oppure, in casi disperati, si dichiara il fermo proposito di abbattere l’albero. Minaccia spaventosa, cui l’albero stesso non può assistere indifferente. Ed ecco infatti che esso risponde, magari attraverso una voce umana. Si dice persuaso, promette la tanto sospirata pioggia, la fine dell’arsura. E l’armonia fra uomini e albero si ricompone, riprende dal punto di rottura.

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