SchwartzReport del 22.01.2008

Traduzione a cura di Daniela Rita Mazzella

David Brown, Staff Writer – Washington Post

Un gruppo di ricerca ha recentemente annunciato di aver identificato circa 270 proteine umane che rappresentano la condizione essenziale affinché il virus dell’AIDS infetti una persona e questo ha fornito ai ricercatori dozzine di nuove strategie per bloccare l’infezione da HIV.

Per la maggior parte di esse, più di 200, non si sapeva svolgessero un ruolo decisivo nel complesso scenario nel quale il virus attacca una cellula, entra in essa e vi resta in modo permanente.

La scoperta è frutto di una tecnica definita “genome-wide scan,” che ha pochi anni di vita. Gli attuali medicinali per l’AIDS agiscono interrompendo uno dei quattro stadi principali del ciclo vitale dell’HIV. Il nuovo studio suggerisce che ci sono molti altri stadi a cui puntare.

Secondo Robert C. Gallo, co-scopritore del virus dell’AIDS, non coinvolto nello studio, questa scoperta è destinata ad essere una delle principali negli studi sull’HIV per i prossimi dieci anni.

Anthony S. Fauci, ricercatore dell’AIDS e direttore dell’Istituto nazionale per le Allergie e le Malattie infettive, ha affermato che lo studio “mette in discussione molti più processi che fino a questo punto non sono stati presi in considerazione.”

La ricerca, condotta da Stephen J. Elledge della Harvard Medical School e l’Howard Hughes Medical Institute, è stata pubblicata online dal journal Science.

“Ci auguriamo che questo determinerà un’accelerazione nella ricerca per le cure dell’AIDS,” ha affermato Elledge. “È come se la gente stesse iniziano a dimenticare l’AIDS. Esso rappresenta ancora un incredibile problema umano.”

Il genome-wide scan non rappresenta la parola conclusiva su ciò di cui l’HIV ha bisogno per infettare e distruggere le cellule umane, ma è sicuramente uno strumento molto più esaustivo di quelli finora esistenti.

Come tutti i virus, quello dell’HIV è incapace di crescere e apportare danni da solo. Per fare ciò esso deve entrare in una cellula vivente e impadronirsi del suo complesso chimico e molecolare. Il virus porta specifici enzimi, strutture e pezzi di membrane che la cellula utilizza per i propri scopi, come ad esempio riprodursi, uscire dalla cellula per infettarne delle altre e, nel caso dell’HIV, trasmettere i propri geni.

Cercando di scoprire tutte le proteine che l’HIV impiega per portare a termine questi compiti, Elledge e i suoi collaboratori hanno esaminato tutti i 21.000 geni umani che codificano le proteine, bloccandoli allo stesso tempo e cercando quale effetto potessero avere sulla capacità del virus di attaccare una cellula. Essi hanno scoperto 273 proteine di cui il virus sembra aver bisogno.

Di esse, 36 erano già state identificate. Tra queste ci sono le ben note e già a lungo studiate proteine come la CD4 e CCR5, recettori di cui l’HIV si serve per attaccare la superficie delle cellule.

Tuttavia i ricercatori hanno scoperto anche 237 proteine che non sono necessarie all’HIV per attaccare, crescere e distruggere le cellule.

Alcune proteine sono attive in alcuni stadi di vita dell’HIV già presi di mira dai farmaci per l’AIDS.

Ad esempio, i ricercatori hanno scoperto un gruppo di proteine coinvolte nell’accesso dell’HIV alla cellula. Gli “inibitori d’ingresso” rappresentano una classe relativamente nuova di farmaci; la prima è stata approvata nel 2003.

Gli scienziati hanno anche identificato proteine in azione nelle fasi più prolungate e misteriose di soggiorno dell’HIV nelle cellule umane. Finora tali proteine sono state escluse dal panorama farmaceutico.

Uno di questi gruppi contribuisce a far entrare il virus nel nucleo della cellula, dove risiede il DNA. Una volta che l’HIV vi accede, esso mescola i propri geni con quelli umani, garantendo in tal modo la permanenza del virus.

Il nuovo studio cerca anche di mettere in luce i motivi per cui l’HIV fa ammalare l’intero sistema immunitario.

Un terzo dei geni identificati dal gruppo di Elledge funziona attivamente nel sistema immunitario, molto più che in altro organi e tessuti.

L’HIV risiede nel sistema immunitario perché tale sistema offre ciò di cui esso ha bisogno.

Lo studio rappresenta un ulteriore esempio del momento decisivo del Progetto Genoma umano, tentativo internazionale di identificare e registrare l’intero messaggio genetico umano. Tale lavoro è stato completato nel 2003 e da allora è stato perfezionato.

Tale progetto ha identificato circa 21.000 geni e ha consentito alle aziende di produrre “piccoli RNA interferenti,” che possono bloccare in maniera selettiva l’azione di un gene. Gli scienziati li utilizzano, tra le altre cose, per capire quali geni sono coinvolti nei processi della malattia.

Gallo, direttore dell’Istituto di Virologia umana di Baltimora, ha definito la ricerca di Harvard “semplicemente un’elegante combinazione di moderna biologia molecolare, nuova tecnologia e bioinformatica, utilizzate in un modo che porterà davvero a qualcosa di importante.”

Fauci si è dichiarato colpito dalla strategia dei processi cellulari inibitori con i relativi effetti.

“Non c’è nulla di più nuovo all’orizzonte,” ha aggiunto.

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