dallo SchwartzReport del 05 febbraio 2010

Traduzione a cura di Erica Dellago e Clea Nardi

AMY DOCKSER MARCUS – The Wall Street Journal

In un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, quattro su 23 pazienti con diagnosi di stato vegetativo hanno mostrato segni di coscienza in test rilevanti le reazioni del cervello alle immagini.

Ancor più significativo, un paziente è stato in grado di rispondere a domande con risposta sì-no utilizzando la tecnica dei ricercatori indicante il potenziale di comunicazione con persone precedentemente considerate non reattive.

I ricercatori di due centri, in Inghilterra e Belgio, hanno usato test di risonanza magnetica funzionale (MRI) su 54 pazienti con gravi lesioni cerebrali. Di questi pazienti, 31 sono stati diagnosticati in stato di coscienza minima, in quanto mostravano segni intermittenti di consapevolezza come riso o pianto, gli altri 23 in stato vegetativo, considerati privi di reazioni e inconsapevoli dell’ambiente circostante.

Lo studio è parte di un crescente corpo di lavoro che sta cambiando il modo di pensare della gente riguardo allo stato vegetativo. “C’è stata una sorta di nichilismo nei confronti di questi pazienti. Si tratta di un cambiamento culturale”, dice Joseph J. Fins, responsabile della divisione di deontologia medica presso il Weill Cornell Medical College, New York. (Il dottor Fins non era coinvolto nello studio corrente, ma sta lavorando con i ricercatori su un altro progetto che mira a standardizzare il modo di valutare le lesioni cerebrali.)

Ogni paziente dello studio (test) del New England Journal of Medicine è stato posto sotto uno scanner a risonanza magnetica funzionale e gli è stato chiesto di immaginare di giocare a tennis, una mansione che attiva la parte del cervello associata con il movimento. Ai partecipanti è stato chiesto anche di immaginare di camminare in giro per la loro casa, o su strade cittadine conosciute, operazione che attiva aree del cervello coinvolte nella navigazione spaziale. Quattro dei 23 pazienti in stato vegetativo hanno risposto ai comandi e hanno manifestato attività cerebrale nelle stesse aree dei soggetti sani.

Poi i ricercatori hanno utilizzato la tecnica per vedere se la stessa poteva permettere ai pazienti di rispondere a semplici domande sì-no, come “Avete fratelli?” I pazienti sono stati istruiti a rispondere immaginando uno dei due scenari: giocare a tennis, se la risposta era sì, per esempio, o immaginando di passeggiare per la propria casa, se la risposta era no. Uno su 4 dei pazienti in stato vegetativo ha risposto correttamente alle domande, ha detto Adrian M. Owen, un neuroscienziato del Medical Research Council in U.K. e uno degli autori dello studio.

“C’è una minoranza di pazienti in stato vegetativo che non sono ciò che sembrano essere”, ha detto il dottor Owen. “Hanno capacità cognitive ben superiori a quelle che si pensava fossero capaci di avere”.

Lo studio, utilizzando una tecnica che il dottor Owen applicò per la prima volta in una ricerca del 2006 relativa all’attività cerebrale di un paziente in stato vegetativo, dimostra la sfida di determinare la consapevolezza in pazienti cerebrolesi. Alcune stime danno la diagnosi sbagliata al livello del 40%, ha detto il dottor Owen. E’ possibile che alcuni dei pazienti in stato vegetativo durante lo studio abbiano una qualche consapevolezza, ma che la lesione cerebrale li abbia lasciati sordi o incapaci di rispondere, ha detto.

In un commento che accompagna lo studio, Allan H. Ropper, un neurologo del Brigham and Women’s Hospital, di Boston, ha sottolineato che l’attività cerebrale è stata trovata solo in un piccolo numero di pazienti e che ciò non significa necessariamente che il paziente abbia consapevolezza di sé o la capacità di riflettere. Però, ha aggiunto, “la linea tra coscienza e non coscienza verrà resa indistinta”, con l’approfondirsi della comprensione scientifica dello stato vegetativo.

Il dottor Owen ha detto che lui e il suo team hanno intenzione di continuare ad affinare gli scanner di risonanza magnetica funzionale (MRI) come strumento di comunicazione, nella speranza di permettere finalmente ai pazienti in stato vegetativo di partecipare alla propria cura.

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