di Pier Luigi Luisi, Università Roma Tre di Roma

Ci sono certi inviti nella vita di uno scienziato ai quali non si può dire di no. Così è stato per l’invito rivoltomi da Matthieu Ricard, uno dei più stretti collaboratori del Dalai Lama, di tenere un ciclo di lezioni di biologia nel Bhutan per tre settimane nel settembre del 2012. In un monastero buddista chiamato Sishina, presso Thimphu, la capitale. Un monastero di monache.

Del Bhutan sapevo quel che sanno tutti, uno stato a regime monarchico grande circa come la Sicilia, situato sui fianchi dell’Himalaya a sud del Tibet, buddhista nel modo più tradizionale. Uno di quei pochi nomi che evoca ancora nel viaggiatore un senso di mistero e di attrazione. E avevo letto che i Bhutanesi parlavano la lingua Dzongkha, simile al Tibetano, e usavano salutarsi dicendosi Tashi Delek, equivalente al nostro “salve”.

L’invito era rivolto a me come membro dell’Istituto Mind and Life sin dalla fondazione (1987). L’istituto, di cui il Dalai Lama è lo spiritus rectus, fu fondato dal neurobiologo Francisco Varela e da un manager Americano (Adam Engle). Lo scopo era di instaurare un dialogo tra la scienza classica occidentale e il Buddhismo-soprattutto sul tema della mente e della coscienza.

Temi su cui il Buddhismo aveva già indagato per due millenni, e ai quali invece la scienza occidentale si era avvicinata di recente. Tuttavia, anche a causa della viva curiosità del Dalai Lama per la scienza in generale, le conferenze annuali- che si tengono a Dharamsala, la sede in esilio del Dalai Lama nel Nord India – si estesero rapidamente alla fisica quantistica, alla cosmologia, alla biologia, alla psicologia: soprattutto gli aspetti concettuali ed epistemici di queste discipline venivano messi in luce e confrontati con la filosofia e i fondamenti del Buddhismo. Una fantastica galleria di scienziati si è avvicendata in tutti questi anni a Dharamsala, vedi mindandlife.org.

Spesso le conferenze di Dharamsala rappresentavano il loro primo incontro con il Buddhismo, e spesso essi, come me a suo tempo, rimanevano associati al Buddhismo. La porta, come nel mio caso, erano i principi filosofici vecchi di due mila anni, e che, però erano particolarmente pertinenti per la scienza moderna. In primo luogo, il principio della causalità della co-produzione condizionata (co-dependent arising) per cui ogni cosa è determinata e condizionata da mille altre cose, e non esiste niente che abbia una sua autonomia intrinseca: Anatta, la non-sostanzialità, e anche quindi la non-sostanzialità del non-sé dell’io. C’è questo, come dicono i loro testi, perché c’è quello. Non c’è questo, perché non c’è quello. L’insegnamento buddista insiste nell’irrefutabilità di questa relazionalità universale. E insieme all’Anatta, c’è quello che chiamano Anicca, l’impermanenza: poiché niente è sostanziale, niente è duraturo. Tutto quel che nasce, è destinato a perire.

buthan1La mancanza della sostanzialità, di qualcosa che abbia un’autonomia intrinseca, porta al concetto di vacuità (da non confondere con il nulla): cerchi qualcosa con una validità di esistenza intrinseca, e trovi il vuoto (che però corrisponde anche a tutte le cose del mondo che vediamo e percepiamo). Questo anche vuol dire che non esiste una causa prima, un Dio e la creazione ex nihilo. Quello dell’interdipendenza di tante cause relative è un concetto che la scienza moderna accetta come parte della visione sistemica – dove appunto la realtà è una rete di dipendenze e di con-cause – e quel che conta sono le relazioni di causalità relativa più che le cose in sé.

Sarebbe interessante parlarne più a lungo, ma dobbiamo invece ritornare nel Bhutan.


Si vola da Bangkok a Paro, l’unico aeroporto nel Bhutan, una piccola città di quaranta mila abitanti (in tutto si hanno in questo stato circa 700 mila abitanti) – grande circa come Thimphu, la capitale, che dista un’ora di macchina.

All’aeroporto non c’era nessuno ad accogliermi, cosa che, conoscendo i miei monaci tibetani, non mi stupì più di tanto. Con un mezzo di fortuna riuscii a raggiungere il monastero di Sishina, qui nella prima foto. Un monastero appunto per monache di Buddhismo tibetano, novanta monache dall’età variabile da 13 a 60 anni circa.

La sera stessa fui presentato alle monache con l’aiuto di un interprete – io avrei insegnato in inglese, lingua abbastanza nota in Bhutan (addirittura l’insegnamento in molte scuole medie viene fatto in inglese), ma non tanto alle mie allieve. Eravamo in una grande sala spoglia, provvista solo di un proiettore che mi ero portato dietro, loro sedevano per terra, e vederle lì tutte intorno a me, con le loro tuniche color arancio, completamente calve, che mi guardavano con serena diffidenza, fu la prima esperienza forte (vedi questa seconda figura).

Il mio compito non era tanto quello di convertirle alla visione della scienza moderna, quanto di informarle su come la scienza veda i temi a loro più vicini, quali la vita, l’evoluzione, la coscienza. L’idea di queste lezioni si basa su un’idea fondamentale del Dalai Lama, secondo il quale i suoi monaci e monache debbano essere informati del mondo in cui vivono, e quindi anche dei dettami della scienza moderna.

Alla mia prima lezione ebbi l’onore della partecipazione del più famoso Rimpochè della regione, Khentsee Yangsey Rimpochè, reincarnazione del più celebre monaco Tibetano del Bhutan (anche se originario del Tibet), Dilgo Rimpochè . In questo mondo buddista, il fatto che qualcuno sia la reincarnazione di un vecchio maestro, è una cosa del tutto “ordinaria” – io avevo da tempo cessato di fare domande in proposito.
Rimpochè letteralmente significa “gioiello, prezioso”, ed è il termine originalmente sinonimo di Tulku, cioè un Lama reincarnato, colui che secondo la tradizione ha scelto “intenzionalmente” di rinascere per aiutare gli esseri senzienti nel cammino della liberazione dall’ignoranza. Adesso il termine Rimpochè ha perso il suo significato originario e viene usato come termine di grande rispetto per un Lama, o genericamente un maestro (Lama significa maestro del Dharma, cioè della disciplina che porta alla liberazione – equivalente al termine sanscrito guru).
Ritornando al nostro Khentsee Rimpochè: il suo monastero era a Paro, oltre un’ora di auto, e lui veniva ogni giorno delle mie due settimane d’insegnamento, mattina e sera, (totale quattro ore, due al mattino e due nel primo pomeriggio) con la sua scorta di monaci.

Dopo la mia lezione del pomeriggio, c’era il tè con lui, una fase importante, dove il giovane Lama poneva ulteriori domande. Egli era di una maturità e di una cultura straordinaria, una mente acuta e d’insaziabile curiosità, e mi sorprese molto sapere che aveva solo diciannove anni. Ovviamente, essendo stato riconosciuto come reincarnazione probabilmente all’età di 3-4 anni, era stato sottoposto da subito a una disciplina durissima di studio, sedici ore al giorno o giù di lì.


Cominciai le lezioni discutendo l’origine della vita sulla terra, e dovetti premettere una breve introduzione sul BigBang. Le monache calve guardavano con attenzione le mie diapositive colorate, prendevano tanti appunti, ma non riuscivo a capire dai loro volti impassibili se mi seguissero o no. Non appena menzionai il BigBang, ebbi la mia prima sorpresa: xxx una fila lunghissima di domande.

Non riuscivo però a capire una parola: –a parte l’inglese approssimativo-, le monache parlavano guardando per terra e coprendosi la bocca con la tunica- una vecchia tradizione del posto, per cui quando parli a un superiore ti copri la bocca per non alitargli contro. Con l’aiuto dell’interprete, fu chiaro che tutte le domande vertevano su due punti principali: il perché’ del BigBang, e che cosa c’era prima.

Questo tipo di curiosità era dovuto molto probabilmente alla loro filosofia del ‘co-dependent arising’, per cui innanzitutto non esiste la creazione dal niente, ogni evento deve essere condizionato da una o più cause precedenti, e deve condizionare l’evento o gli eventi successivi. La discussione si fece subito animata, le monache cominciarono a parlare senza più tapparsi la bocca con la tunica, ma non erano molto felici con l’idea del BigBang. Piacque però l’idea di un ciclo continuo di BigBang e BigCrunch, senza principio e senza fine.

Ecco, quello della creazione è un punto importante. Nel mondo buddhista la creazione non c’è, un paradigma che determina invece nel nostro mondo occidentale una preoccupazione scientifica ricorrente sull’inizio delle cose: gli studi sull’origine dell’universo, sull’origine della vita, dell’intelligenza, dell’umanità, della coscienza- qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto viene fuori come una cosa nuova da una nuvola indefinita d’indizi xxx preliminari. Il concetto di proprietà emergenti è, infatti, qualcosa che non sono riuscito a trovare nella letteratura buddhista.

I buddhisti hanno molto più il concetto del progresso di rete, c’è questo perché’ c’è quello, ogni cosa è connessa con tutto quanto-quindi non c’è bisogno di un salto quantico di qualità.

Così, quando spiegai loro l’origine della vita sulla terra come progressione da aggregati molecolari della materia inanimata, via via fino al costruirsi di complessi dotati di architetture e funzionalità via via più complesse, raggiungendo la formazione di cellule capaci di autoriprodursi…ecco, questo “principio di continuità “ dal mondo inorganico al mondo del vivente, non produsse molte emozioni nelle mie monache.

Anche sul tema successivo, “cosa è la vita?”, non ci furono molte emozioni.

Io esposi loro la visione di Maturana e Varela sull’’autopoiesi, secondo la quale il sistema cellulare vivente è caratterizzato da auto-mantenimento dall’interno dei propri confini, auto-mantenimento basato su un processo di rigenerazione dall’interno di tutti i componenti che vengono trasformati. La vita, dissi, è un sistema di auto-organizzazione che rifa’ se stessa dall’interno, vedi il mio corpo che ricostruisce la mia barba, la mia emoglobina o il glicogeno xxx, oppure l’albero che rifa’ in primavera dal proprio interno le foglie e i frutti. Aggiunsi che non dovevano credere a chi racconta che il criterio del vivente sia la riproduzione-in quanto due terzi degli esseri umani non sono capaci di riprodursi (perché’ troppo giovani o troppi vecchi o sterili, o perché’ monaci o monache)-e non per questo sono però meno viventi. La riproduzione è la più importante proprietà’ del vivente-quella che da luogo all’evoluzione e alla biodiversità- ma una proprietà non è l’essenza del vivente. Così come il volare è una proprietà dell’aeroplano, ma non ne descrive l’essenza. Ci fu un po’ di discussione, pacifica, sulla differenziazione tra proprietà ed essenza. Aggiunsi, precisando che a mio parere la equivalenza tra DNA e vita, usualmente fatta in letteratura, ha avuto un’influenza negativa sugli studi sulla vita.

Se la vita del batterio sia localizzabile in un punto, o in una reazione particolare?

La vita non è localizzabile, la vita è l’intera rete di relazioni all’interno del sistema vivente. La vita di un batterio è il batterio nel suo insieme d’interazioni metaboliche, così come la vita di un elefante non è localizzabile nel cervello o nel cuore o nel DNA, ma è l’insieme di relazioni tra tutti i componenti del sistema, tutti gli organi e le percezioni che essi condizionano, che formano un sistema integrato che corrisponde alla vita dell’organismo vivente.

Questo fu accettato tranquillamente, probabilmente perché corrisponde al loro concetto di skandhas: questi sono i cinque “aggregati” che per il Buddhismo compongono tutte le forme di esistenza. Sono, rispettivamente, la forma fisica, le emozioni e i nostri sensi, la percezione (che include il pensare, la cognizione, il riconoscimento); poi le disposizioni mentali (come le abitudini, pregiudizi, gli impulsi e la volizione) e infine la coscienza. La combinazione di tutti questi aggregati, di per se complessi, ma privi di un “sé”, (in quanto nessuna di queste skandha può esistere autonomamente) dà luogo alla vita nelle sue varie forme.

Corrispondeva al concetto che avevo loro esposto di vita come sistema integrato, e più in generale al concetto di emergenza, ma il Buddhismo non adopera questo termine.

Il capitoletto che esposi successivamente, ancora sulla base della teoria dell’autopoiesi di Maturana e Varela, fu quello della interazione tra il vivente e il suo ambiente. Per tale interazione gli autori cileni usano il termine di cognizione.

Raccontai quindi che gli autori, con questo termine, intendono che ogni specie vivente interagisce con l’ambiente in un modo specifico, sulla base cioè di un proprio apparato sensoriale provvisto dall’evoluzione biologica. Si tratta quindi sempre di un’interazione cognitiva – che fa sì che avvenga anche una profonda coesione tra il mondo del vivente e l’ambiente esterno, che è quello che permette la vita all’organismo stesso. Anche il batterio quindi è un essere cognitivo, ma attenzione, aggiunsi subito, cognitivo non vuol dire provvisto di mente o di coscienza: vuol solo dire che la organizzazione interna dell’organismo vivente riconosce specificamente il suo proprio ambiente- l’acqua per il pesce, la foglia per il bruco, la tela per il ragno,… ma non ne è consapevole.

A quest’ultima frase, notai subito come le facce che fino ad adesso mi avevano seguito con simpatia e interesse, si oscurarono. E ne sapevo il perché’, era il discorso della mancanza di mente e di coscienza – ma decisi di rimandare il discorso alla lezione successiva, dove avremmo parlato in dettaglio di organismi unicellulari e dei loro problemi di cognizione.


Dopo i primi due giorni lasciai l’alloggio che mi avevano dato al monastero, una stanza molto spartana in cima alla collina cui si accedeva per un sentiero fangoso, per andarmene in un comodo albergo a Thimpu. Me ne scappai soprattutto per il cibo: ciotola di riso bollito per colazione, ciotola più grande di riso per lunch, e un’altra per cena. Le monache ricevevano questo cibo, senza variazioni, (se non in certe feste religiose) ogni giorno, per anni e anni – mi domandavo cosa dovesse succedere al loro metabolismo – anche perché vivevano in condizioni igieniche non troppo brillanti.

Nel mio Druk Hotel si mangiava in modo decente, e di fronte c’era il ben noto Ambient Caffè, con un ottimo caffè espresso italiano, una libreria, dove potevi prendere libri e riportarli qualche giorno dopo, e incontrare persone interessanti. Questo mi permetteva di vivere qualche ora nel mezzo della città: Thimphu, una città senza semafori, ha in pratica una sola strada principale, che si chiama Norzim Lam, e c’è un passeggio vivace di gente prima di cena. Molti degli anziani, e ancora una buona parte dei giovani, indossavano quelle tuniche dalle maniche larghe con i grandi polsini bianchi.

Le ragazze indossavano ancora xx abiti a gonne lunghe, non ho visto una sola minigonna in tutto il Bhutan – e questo, venendo da posti come Bangkok o Shanghai, le mie due tappe precedenti, era davvero una cosa che risaltava agli occhi. E in un certo senso era rinfrescante.

Calcolai che quasi una metà dei giovani – anche le ragazze – vestivano in blue jeans. Mi dicevano gli avventori dell’Ambente Cafe’ che solo cinque anni prima di blue jeans non se ne vedevano, e aggiungevano che tra cinque anni non si sarebbero più visti vestiti tradizionali. L’evoluzione sociale che fa il suo corso…

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Dopo ogni lezione, tornavo in albergo in auto, e ogni mattina venivano a prendermi- un percorso di quasi un’ora all’andata e altrettanto al ritorno. Sempre meglio di tre settimane di riso bollito… La strada che andava da Thimphu al monastero era asfaltata, una delle poche strade in ottimo stato. Il problema di traffico era dato dalle…mucche, che se ne pascolavano tranquillamente per strada, e che ti trovavi d’improvviso dietro una curva. Avevano però imparato a stare abbastanza ai bordi della strada, anche se ogni tanto se ne dimenticavano. E l’altro problema era quello dei cani.

Un problema serio, nel Bhutan buddhista, dove non si possono uccidere gli animali e quindi i cani randagi, anche se in genere bonari, si riproducono a dismisura-tanto da creare un problema nazionale. C’è un’aneddotica ricca sull’argomento, per esempio anni fa furono assoldati dei mercenari indiani per sterminare a fucilate i cani randagi- la popolazione buddhista insorse, e furono creati dei canili dove la gente portava cibo, con il risultato di una moltiplicazione enorme – adesso le città sono invase da piccoli eserciti di queste bestie, che di giorno dormono tranquillamente al solicchio, e di notte invece si risvegliano riempiendo le strade di abbaiamenti incontrollabili. Ho dovuto cambiare albergo, e poi varie stanze, per trovare finalmente un luogo dove si potesse dormire la notte.
A proposito della popolazione buddhista che non può uccidere animali- aggiungo un dettaglio dal sapore di ipocrisia, raccontatomi –insieme a tante altre cose- da Miguel, un economista spagnolo che lavorava nel Bhutan da molti anni come parte di una organizzazione internazionale.

I bhutanesi, come tutti i tibetani, amano molto mangiare la carne. Non potendo uccidere le vacche, cosa fanno? Le spediscono in India, dove vengono uccise e rimandate indietro fatte a pezzi –naturalmente in vagoni non refrigerati…


Ripresi le lezioni parlando degli organismi unicellulari, che erano quelli che avevano popolato la nostra terra per i primi due miliardi di anni. Dovetti ripetere, sapendo che sarebbero nati problemi, che questi microbi per la scienza moderna erano si viventi, e dotati di cognizione, ma non avevano mente, quindi non avevano intenzionalità né coscienza.

Ci fu una poderosa alzata di scudi. No, mi dissero, questo non ha senso: se qualcosa è vivente, questo qualcosa deve avere una mente e una coscienza. I microbi si cercano il cibo, no? Quindi devono avere un’intenzionalità, il che assume una mente e una coscienza…

No, risposi, l’intenzionalità è prima di tutto qualcosa nella mente dell’osservatore. Puoi dire che l’orologio ha l’intenzione di segnare il tempo? L’intenzionalità è nella mente dell’orologiaio, non dell’orologio. Feci anche l’esempio di un robot, che arriva ogni giorno alle cinque per portare il tè. Puoi dire che il robot ha l’intenzione di portare il tè? E che quindi ha una mente e una coscienza? Il robot ubbidisce a un cieco programma meccanico, e così il batterio, che invece di un programma meccanico ha un cieco programma genetico.

No, le mie monache non erano per niente convinte. Sì, d’accordo, il robot non ha intenzionalità… ma il robot non è vivente, l’esempio non vale – rispose una delle monache, che ora si erano fatte davvero combattive. Non si coprivano più la bocca con la tunica. Quel che è vivente, deve avere una mente e una coscienza, continuavano a ripetermi.

Qual è allora per voi il criterio di vita? Ah, che ci sia coscienza? E qual è il criterio per cui c’è coscienza? Ah, che ci sia vita? No, questa è una tautologia…

Cercai invano di continuare su questa linea, spiegando cosa fosse una tautologia, qualcosa che non appartiene alla logica della scienza. E a proposito del robot e dei microbi, tentati di spiegare la differenza che la scienza fa tra teleologia e teleonomia.

Non ci fu modo. E mi arresi, rinunciando a tentare di convincerle. In fondo, il mio scopo non era quello di convincerle sui dettami della nostra scienza, ma solo di informarle. E riflettei sul fatto che il Buddhismo non è nato come esame oggettivo e scientifico del mondo esterno, ma è nato dall’esperienza interna. E sebbene sia un sistema filosofico assai rigoroso e dettagliato, è spesso difficile trovarvi i criteri oggettivi della nostra scienza. Anche per ragioni oggettive: il Buddhismo è nato in un periodo in cui non si conoscevano i microbi, e non si sapeva, per esempio, che le piante fossero organismi viventi.

Su questo ebbi una lunga discussione con Khentse Rimpoche’ all’ora del tè. Il quale, alla mia domanda se considerasse gli alberi viventi, rispose che questo tipo di vita non era contemplato nel Buddhismo classico.

Gli ricordai in amicizia quella celebre frase del Dalai Lama, secondo il quale, se la scienza trova qualcosa che è assolutamente certo, bisogna accettare questo anche è contrario alle scritture. Sì, d’accordo, rispose il Rimpoché allargando le braccia, ma a questo punto non si può cambiare tutto il Buddhismo in questo senso. Aggiunse che il Buddhismo classico, più che la differenziazione tra vivente e non vivente, distingue tra esseri sensienti e non sensienti. E la mia richiesta di chiarire la differenza tra i due termini, rimase ed è rimasta a tutt’oggi ancora inevasa.

La mia lezione quel giorno, la continuai con il mondo delle cellule, mostrando anche (dopo aver chiesto il permesso ai loro superiori) come dalla cellula uovo della madre, con la fecondazione dagli spermatozoi, si formi un embrione e poi un feto di un bambino; e le varie fasi fino al parto.

Questo, lo seguirono con occhi aperti e quando il videofilm mostrò il bambino venire fuori dal grembo della madre, apparve molta commozione nei loro volti. Ma molte sorridevano felici. Anche sul concepimento ci furono molte domande, ma nessuna controversia particolare.

La controversia la creai in seguito mostrando il cloning di Dolly – con la mia richiesta a loro, di dirmi chi fosse la vera madre di Dolly – quella che l’aveva partorita, o quella che aveva dato l’uovo? La discussione si accese ancora di più quando raccontai loro degli esperimenti del dottore italiano che, con tecniche simili, aveva permesso a una madre sessantenne di avere un bambino, utilizzando una giovane madre come l’ospite dei suoi ovuli. Chiesi loro di scrivere quel che ne pensavano sui loro quadernini, – anche qui, chi è la vera madre? Siete a favore della madre che vuole un bambino a sessant’anni, oppure tali esperimenti devono essere banditi?- pensieri che poi alcune di loro rilessero in classe.

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Non ci fu accordo tra loro su nessuna di queste domande-come era da aspettarsi – ma fu bello vederle così infervorate xxx nella discussione. E nella discussione potei imparare qualcuno dei loro difficilissimi nomi, quali Ugyen Dama, Karma Tashi Wangmo, Passang Gyelmo, Namgay Tshering Yangdon, Kuenchock Dolma…che tuttavia non riuscii mai a tenere a mente…


Avendo parlato della questione cosa è la vita, affrontai la domanda successiva: cosa è la morte per la scienza? Cominciai con il dire che tutte le forme di vita e di non vita sulla nostra terra sono costituite dal punto di vista strutturale da atomi; ma che sulla terra non ci sono nuovi atomi, (a parte un po’ di polvere stellare che arriva dal cosmo) quindi tutte le cose esistenti sono formate da atomi, raggruppamenti atomici e molecole che sono già stati utilizzate prima migliaia e migliaia di volte per cose diverse. La morte determina un continuo riciclaggio di molecole- aggiunsi che magari nel mio corpo c’erano parti di molecole che erano appartenute a qualche dinosauro di un centinaio di milioni di anni fa; e che la monaca che siede di fronte a me ha nel suo corpo forse delle molecole appartenute a Marilyn Monroe…

La morte quindi è il prerequisito della vita stessa sulla terra- occorre materiale molecolare per creare forme nuove di vita. Come esercizio, seguimmo il percorso immaginario di una molecola appartenente a una foglia di banano cresciuto in India un milione di anni fa, ecco che un uccello si nutre di tale foglia, vola molto lontano, poi un cacciatore si ciba di tale uccello, parte e muore in battaglia in Cina, etc…- e la molecola originaria finisce in un albero cinese. Ecco che ogni singolo atomo del nostro corpo ha una storia lunghissima e quanto mai avventurosa, e di atomi ognuno di noi ne ha molti miliardi- ognuno con una lunghissima storia avventurosa… Ricordai loro la famosa frase new age, che siamo tutti “polvere di stelle”, in quanto questi sono gli stessi atomi che si sono formati primordialmente…

Tutto questo era in accordo con il loro concetto di base xxx di impermanenza – Anicca – per cui niente è eterno, ogni cosa che nasce deve morire, e questo va di pari passo con l’altro concetto fondamentale di Anatta, il co-dependent arising, per cui questo succede perché quello succede…

Tuttavia questa breve lezione fu la sorgente di una lunga discussione all’ora del tè con Khentse Rimpoché e il suo seguito – vedi figura. Nella figura, secondo a sinistra, vedete anche il Khempo (Khempo vuol dire maestro, insegnante), il direttore del monastero, temutissimo dalle monache; mentre il primo a destra è il vecchio ultraottantenne Chang Zod Nordrup (aveva anche altri nomi, com’è di solito da queste parti) – che agiva ora da tesoriere, famoso per aver costruito molti monasteri in Tibet e in Bhutan. Aveva degli occhi di un celeste intenso, translucido, molto giovanile, che ti passavano da parte a parte (diventammo subito grandi amici, anche perché gli regalai una grande stecca di Toblerone svizzero).
Il Rimpoché cominciò a parlare guardandomi di là dalla sua tazza colorata:

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– Così, lei e la scienza moderna accettano la reincarnazione. Lei ha detto infatti che si può accettare l’idea che qualche milione di anni fa, lei era un dinosauro… poi una pietra… poi un pesce…

– No, no -mi affrettai a rispondere- Non ho affatto detto questo. Non “io” ero un dinosauro o un pesce – solo alcuni dei miei atomi e molecole erano parte di questi animali.

Per la scienza doc, con la morte dell’uomo, si perde ogni traccia dell’individualità. Non resta niente se non le molecole inanimate, che eventualmente vengono frammentate e riutilizzate in corpi diversi. Nel vostro concetto di reincarnazione, invece, c’è il ricordo dell’esistenza umana. Rimane una traccia dell’individualità della persona che muore. No, questo la scienza doc non lo accetta.

Continuammo a parlare di questo, il Rimpoché mi guardava scuotendo la testa, credo che mi commiserasse un po’ – sapevo quel che pensava xx: uno scienziato che sembrava brillante, e che invece non capisce le cose più importanti della realtà universale, come il principio basilare della reincarnazione… Allora gli feci una delle mie domande cattive: tu, Khentse Rimpoché, sei la reincarnazione di Dilgo Rimpoché. Ma nel Buddhismo non esiste il concetto di sé, tanto meno quello dell’io. Se non c’è l’io, chi è che si è reincarnato?

Con mia sorpresa, Khentse Rimpoché rimase spiazzato da questa domanda. Si rivolse al Khempo per avere aiuto, lasciando a lui la risposta, che fu confusa e insoddisfacente.

Il vecchio Chang Zog Nordrup se la cavò con un’allegra, contagiosa risata. Cercai di ricordarmi della risposta che su questa domanda mi aveva dato Mattieu Ricard, risposta che non avevo mai capito troppo bene.

Infine Khentse Rimpoché mi chiese cosa ne pensassi allora di quei molti casi di bambini che ricordano vite passate.

Risposi che credevo che i bambini fossero sinceri, ma che forse ci fossero spiegazioni alternative per questi fenomeni. Alle insistenze di Khentse Rimpoché, che insisteva sul fatto che la scienza si rifiutava di accettare fatti incontrovertibili, aggiunsi che io, come scienziato, avevo un cassettino nel cervello con un archivio di tutte quelle cose che non riesco a spiegare con la scienza che conosco.

Dissi che era già colmo e ci fu un’altra risata di Chang Zod.

E’ noto che sulla questione della reincarnazione non c’è accordo tra scienza e Buddhismo. Ricordo innumerevoli discussioni su questo tema a Dharamsala.

Tuttavia, per finire in armonia il tè con loro, citai una frase del Dalai Lama. Diceva che se la scienza trova che qualcosa è inesistente, xx bisogna accettare che questa cosa è inesistente.

Se la scienza tuttavia non riesce a trovare una cosa, questo non vuol dire che tale cosa non esista. Così è per la reincarnazione, aggiunse subito il Rimpoché annuendo con il capo.


Nel weekend ero relativamente libero e ne approfittavo per andare a spasso per la città. In ogni negozio, in ogni ufficio, in ogni abitazione, c’era sempre un’abbinata di due effigi: quella del Buddha e quella della giovane coppia reale. Anche quando, alla fine del mio viaggio, salii nei templi più impervi e poveri, anche lì, vicino al Buddha, c’era la foto colorata del re e della regina.

Agli inizi pensavo che fosse un rituale vuoto – quelle cose messe lì per stanca consuetudine. Dovetti ricredermi. Lo facevano con convinzione, con fede, con amore. Parlando con i commercianti, gli altri bottegai, i barbieri, i guardiani dei templi, veniva fuori un amore ed una fiducia per il re e la regina, e al tempo stesso per Buddha, che per i miei orecchi un po’ cinici di italiano aveva del sorprendente. Questa triade di effigi formava l’insieme dei loro Lari protettori. E c’erano una genuinità e semplicità, quando parlavano del loro re, e della regina, che colpiva. Così anche per le effigi religiose: ricordo dei monaci che stavano dieci minuti immobili e in assoluto silenzio dinanzi ad una statuetta del Buddha che non avevano vista prima. Una genuinità, che da noi non esiste più. Ricordo una volta nell’Ambient Caffè di Thimpu, quando due giovani seduti vicino al mio tavolo cominciarono a sorridermi e farmi saluti: questo mi rese subito nervoso e un po’ guardingo. Chissà cosa volevano- forse soldi? Dovetti poi vergognarmi dei miei stessi pensieri, quando mi accorsi che non volevano proprio nulla, erano semplicemente gentili e mi sorridevano per pura amicizia. Mi è successo diverse volte, nel Bhutan, di vergognarmi un po’ dei miei pensieri automaticamente cinici e negativi…

Nei weekend i miei amici monaci mi organizzavano incontri con personalità politiche. Qui ebbi modo di vedere quanto fosse stretto il rapporto tra governo e ordine monastico buddhista. Un Lama molto importante, dal nome impossibile e con un inglese impeccabile, mi procurò addirittura un appuntamento con il primo ministro, che lui chiamò direttamente al telefono dal mio albergo. Appuntamento poi annullato perché il Primo Ministro dovette partire d’improvviso per l’Iraq. Quello stesso giorno, sempre grazie ad una telefonata di un Rimpoche’, fui invece accolto dal ministro della suprema corte di giustizia, Lonpo Sonam Tobgey, che era stato uno dei firmatari della costituzione (il re precedente, padre del giovane re attuale, aveva di sua iniziativa trasformato la monarchia assoluta in una monarchia costituzionale, creando un gabinetto di ministri e un parlamento-e attirandosi per questo ancora di più la benevolenza dei cittadini).

Lonpo Sonam Tobgey era stato molti anni monaco in un monastero prima di intraprendere la carriera politica, ed era dottissimo nel Buddhismo. Quando gli dissi en passant che secondo me il Buddha non aveva dispiegato particolare stima o simpatia per le donne, avendole ammesse solo tardi e con riluttanza nella vita monastica, il ministro mi snocciolò subito una serie di citazioni particolari che dimostravano quanto invece il Buddha avesse considerazione delle donne.

Poi parlammo della giustizia. Assassinii in Bhutan? Non si ricordava l’ultimo; droga e prostituzione? In pratica sconosciute. Beh, sì, è vero, l’hashik cominciava a far capolino tra i giovani, ma non si trovava una prostituta per le strade. No, la prostituzione non era illegale, ma lo sfruttamento della prostituzione lo era e severamente. Come si gestisce il concetto buddhista di “compassion”, compassione con i detenuti? Le prigioni del Bhutan –rispose- sono le più umane del mondo- ma, caro mio, aggiunse, i criminali sono criminali e devono stare in galera. D’accordo.

Chiesi se fosse vero che lo spaccio di tabacco fosse un crimine punibile da tre a cinque anni di carcere, come avevo letto in certi cartelli governativi all’imbocco di alcune strade regionali. Rispose che sì, naturalmente, è un crimine punibile così come da voi è punito lo spaccio delle altre droghe. Cercai di arguire che non è proprio la stessa cosa, ma non riuscii a convincerlo. Parlando d’altro, gli chiesi il perché’ ci fossero tali restrizioni nel Bhutan, per cui un turista non poteva viaggiare da Paro a Thimpu, o andare all’interno del Bhutan, senza aver ottenuto un permesso della polizia. Nessun taxi ti avrebbe portato in un’altra città se non mostravi prima tale permesso della polizia. Te lo davano subito, il permesso, ma ci voleva. Disse che era una misura protettiva per la loro eredità culturale, non volevano turisti con sacco a pelo che magari formassero colonie alla new age. Anche per questo, stare in Bhutan come turista normale costava 200 dollari al giorno- però tutto compreso, dall’albergo ai trasporti interni.

Problemi di povertà in Bhutan, gente che vivesse al di sotto del minimo vitale? No, nemmeno i contadini più poveri, e aggiunse che la banca nazionale, per regolamento, doveva dare il 10% del portafoglio ai contadini più poveri. E’ una legge questa? No, è una regola, non una legge, precisò il ministro. Cercai di farmi spiegare la differenza, e non ci riuscii.

L’intervista con Kharma Tshering, direttore del Royal Institute of Management, fu anche interessante, parlammo tutto il tempo di scuola e di università. No, per i giovani non c’è un servizio militare obbligatorio, è solo su base volontaria. Sì, la scuola è obbligatoria nel Bhutan, ed è gratis per tutti a tutti i livelli. Tuttavia dovranno presto istituire una tassa-, sta diventando troppo gravoso per il governo. Sì, è vero, s’insegna in inglese in quasi tutte le scuole secondarie.

Con l’inglese come lingua nelle scuole, non c’è la paura di perdere l’identità culturale? No, perché’? E’ necessario che il Bhutan, che è stato così isolato per tanti secoli, cominci a dialogare con il resto del mondo. Movimenti e ribellioni studentesche? Che cosa sono? Dovetti spiegarglielo. No, no, niente di tutto questo. Mi venne un dubbio: sapete almeno cosa sono le organizzazioni sindacali, quelle in difesa dei lavoratori? No, non lo sapeva. Scioperi? Non esistono. Cambiai discorso, e gli dissi che non avevo visto un college di scienze in tutto il circondario di Thimpu. E’ vero, rispose, parli di questo al Primo Ministro. Adesso la priorità è l’economia- e aggiunse che avevano costruito decine e decine di alberghi per promuovere il turismo. In seguito, viaggiano per il Bhutan, mi accorsi che era vero, c’erano davvero tanti alberghi, decenti ma sempre tutti vuoti-almeno in quel periodo di settembre.


Dopo aver parlato di cellule e della loro capacità di riprodursi, era arrivato il tempo di illustrare i meccanismi di riproduzione a livello molecolare, e introdurre quindi il DNA. Cominciammo quindi con le basi azotate, ecco, vedete, le famose quattro che si chiamano timina, adenina, guanina, citosina, poi c’è l’uracile…Ecco qui le loro formule di struttura…

Mi accorsi subito che non funzionava-e capii che quel che mancava loro era la nozione stessa di molecola. Qualcosa che per noi è così ovvio, pienamente inserito nel nostro linguaggio e modo di pensare collettivo – tanto da usare il termine molecola per dire medicinale, e poi tutta una serie di soggetti molecolari per noi ovvi quali ormoni, vitamine, anticorpi… Loro erano distanti anni luce da questi concetti. Una molecola? Che cos’è veramente una molecola? Non avevo pensato a un uditorio privo di questo concetto. Le formule di struttura che proiettavo dovevano essere per loro come per me gli ideogrammi cinesi-cose da guardare senza capirne il senso.

Andò meglio non appena saltò fuori la doppia elica del DNA. Quella non era più una molecola ma un’icona nello spazio- forse un archetipo, apparteneva anche al loro mondo. Anche la complementarità’ delle due eliche del duplex era una cosa che capivano bene, non come un geroglifico cinese, ma un discorso pittografico abbastanza congeniale.

Mi venne a mente un articolo di carattere semi-filosofico che avevo scritto da giovane, dove me l’ero presa con il vezzo imperante di trasformare la realtà biochimica in cartoons colorati; così che a un certo punto-dicevo- le proprietà del DNA vengono impoverite, dimenticate, perché’ immedesimate con le variopinte geometrie delle figurine stesse. Queste figurine però alle mie monache piacevano, sulla loro base seguirono anche il meccanismo semi-conservativo della replicazione del DNA, e capirono anche cosa fosse un gene. E come un gene poi codificasse per una proteina- sempre sulla base di figurine colorate.

Il codice genetico lo diedi per acquisito, senza raccontare come ci fossimo arrivati, riuscirono a fare anche qualche semplice esercizio. Per esempio, poterono scoprire la base genetica dell’anemia falciforme, una volta che era stato loro detto che l’emoglobina patologica aveva un errore, una valina apolare invece di un acido glutammico in una catena β.

Poi vennero le domande, che erano abbastanza diverse da quelle che avrebbero fatto i miei studenti. Per esempio, da più parti mi fu chiesto: ma perché’ il DNA si replica? Come decide di farlo?

Approfittai della riposta per introdurre loro un po’ di concetti di biologia sistemica- spiegando loro che non era il gene che “decideva” di replicarsi, o di codificare una proteina. Il messaggio, l’ordine, veniva impartito dall’intero organismo vivente- che abbisognava per esempio di emoglobina- e allora, attraverso una complessa cascata di ioni, di ormoni, di attivatori vari, tutti prodotti dall’intero sistema vivente, il messaggio arrivava infine al DNA in forma di molecole attivanti, e il DNA solo dopo tale attivazione si replicava, o riceveva il segnale di codificare per la proteina. Le mie monache dettero l’impressione di seguire bene questo discorso anti-riduzionista. Infatti, la visione sistemica era consona al loro concetto Buddhista di “co-dependent arising”: questo dipende da quello, e quello da quell’altro, una catena continua e multidimensionale di relazioni causa-effetto: appunto, senza una causa prima, localizzata.

All’ora del tè, Khentse Rimpoché chiese di nuovo se il meccanismo del DNA è così perfetto, perché’ s’invecchia, e si muore? Cercai di dirgli qualcosa sulle telomerasi, ma mi accorsi che era troppo difficile, allora ripiegai un po’ banalmente sull’argomento buddhista dell’impermanenza, per cui tutto quel che nasce è destinato a morire, anche il DNA, che infatti invecchia e deperisce, come tutte le altre cose -ma con un meccanismo particolare di biologia molecolare. E la morte del vivente è poi la causa della vita di altri organismi. Questo nasce, perché quello muore…

Quella del perché si muore era una domanda costante del Rimpoché, chiaramente aveva alcune questioni che lo turbavano o incuriosivano. Un’altra sua domanda costante era questa: se fosse possibile trapiantare un cervello umano in un robot, e quali ne sarebbero le conseguenze.


L’intervista che io attendevo era con il Presidente del Centro di Studi Butanesi, (The Center of Bhutan Studies) Dasho Karma Ura, la persona direttamente responsabile del G.N.H, il Gross National Happiness, il programma di felicità nazionale famosamente prodotto e organizzato dal governo del Bhutan. Avevo letto sull’argomento alcuni articoli di economisti, per lo più americani, e i pareri erano diametralmente opposti a seconda del credo politico degli autori. Elogi dalla parte intellettuale e liberale, affossamenti e recensioni negative da parte dei repubblicani conservatori, per cui chiaramente tale programma GNH era di sapore troppo socialisteggiante e troppo new age.

Karma Ura è un tipo secco, conciso, completamente dedicato al suo lavoro e al paese, Sì, mi dice come esordio, lo scopo principale è quello di chiarire quel che può rendere felice il cittadino – e poi cercare di implementarlo. Il lavoro di statistica di Dasho Karma Ura funziona così: ogni tre anni c’è un’inchiesta nazionale che interessa l’1% della popolazione, circa sette mila persone scelte a caso, ma in modo che sia sempre rispettato il 50:50 uomini/donne. Ogni persona è sottoposta a circa cinque ore d’intervista, con 228 domande. Mi disse che ci sono nove aree di domande, (per esempio l’ambiente, la governanza, la preservazione dell’eredità culturale, l’equilibrio psichico, …) e ogni area ha nove fattori di causa principali. Le domande vanno in tutti i dettagli possibili: per esempio ci sono sessanta categorie su come s’impiega il tempo dopo l’orario di lavoro, in quanto, mi dice Karma Ura, l’uso del tempo libero è una delle basi principali della felicità individuale. Molte domande vertono sulle relazioni in famiglia, che è ancora considerata un fattore principale per il benessere dell’individuo. Molto importante è anche la cerchia delle amicizie, in particolare per la donna che lavora a casa. Si chiede per esempio a più riprese quanto ci sia una vita comunale, e si misura il parametro “community vitality indicator” come uno dei più importanti. Quel che viene preso molto sul serio –comprensibilmente in un paese così religioso- è la meditazione, e la preghiera, viste come il metodo più semplice ed efficace per eliminare le emozioni negative-molte domande quindi su quando e quanto, e in che occasione, si medita o si prega.
Se i soldi sono considerati importanti? Sì, ma solo se si guadagna al di sotto di un certo valore (due mila dollari al mese)-al di sopra non viene considerato rilevante. La valutazione statistica? Difficilissima, molto lunga e complessa, abbiamo alcuni specialisti americani di statistica che ci aiutano.

Si, dice Karma Ura, tutto questo è ben noto, si può leggere nel web, vedi Bhutanstudies.org, oppure grossnationalhappiness.com.
Qual è il vero problema? Diceva poi Karma Ura, cominciando a riscaldarsi un po’.

Il problema è che una volta che noi presentiamo i risultati della nostra analisi statistica, -che so, più campi sportivi o asili nido nell’est del paese- sta al governo di agire. E tutto cade nelle mani della burocrazia classica, i ministeri, capisce? che si muovono con lentezza assoluta- quando si muovono-aggiunge Karma Ura con aperta stizza. Il governo, insomma, si fa bello in campo internazionale con questo fiore all’occhiello, il G.N.H., ma poi spesso non ci ascolta e non implementa quel che diciamo noi. Fonti alternative di finanziamento? Non esistono: in Bhutan il 95% di tutte le finanze sta nel governo- soldi che arrivano quasi totalmente dall’India, in cambio di potere idroelettrico- la nostra acqua delle cascate dell’Himalaya.

(Sì, vogliono fare altre dighe, sarà un disastro ecologico-mi diceva Miguel, loo spagnolo commissario internazionale di stanza in Bhutan. Il quale anche mi ricordava che, se il “global warming” continuava ad aumentare di questo passo, lo sciogliersi dei ghiacciai avrebbe minacciato di portarsi via l’intero Bhutan, così arrampicato com’è sui fianchi dell’Himalaya.)


Era tempo di introdurre il Darwinismo e l’evoluzione biologica. Le monache erano molto attente. Cominciai con il primo predicato fondamentale di Darwin, che le specie non sono immutabili, ordinate e fisse una volta per tutte, -come voleva la Bibbia e la tradizione letterale Cristiana- ma cambiano con il tempo.
Questo, non ebbero difficoltà ad accettarlo -i Buddhisti non hanno il concetto di creazione, xx ma quello di impermanenza-niente e’ fisso e costante- e quindi tutto questo era xx di nuovo in armonia con il loro scenario generale, per cui ogni cosa deriva da una precedente ed è la base di una cosa successiva. Un concetto, quello dell’esistenza basata su una trasformazione continua, che è presente in tutte le religioni e filosofie orientali- il caso più noto è quello del Tao Te Ching cinese, risalente a Lao Tse di 2500 anni orsono, (e commentato in dettaglio da C.G. Jung in the fifties). Un concetto presente anche nella vecchia filosofia greca, tutti ricordiamo il panta rei di Eraclito (interessante, circa nello stesso periodo storico di Lao Tse) -e da noi scomparso con l’avvento della cristianità e della dottrina sulla creazione divina.

Dove i problemi con le mie monache cominciarono, fu quando raccontai loro che secondo il Darwinismo classico, ma sulla base anche della scienza moderna, tutti gli esseri viventi derivano da una popolazione iniziale primitiva di batteri- gli organismi unicellulari di cui avevamo parlato qualche giorno prima.
Dovetti quindi introdurre il concetto di selezione naturale, e per questo dovetti spiegare che sì, tutti gli individui di una data specie non sono proprio geneticamente uguali, ma si distribuiscono in una variabilità statistica. Proprio questa variabilità faceva sì, che alcuni individui erano più adatti ad accettare certi cambiamenti casuali dell’ambiente-così che le generazioni successive si arricchivano sempre più di tali organismi meglio adattati. In questo modo, con molto molto tempo, si arriva anche a trasformare una specie in una nuova. Questo, spiegai, era la selezione naturale, con il consolidamento e successo generazionale del best fit, del meglio adattato. Ci volle un po’, e notai che la domanda che per loro saltava sempre su, era quella del perché: perché’ c’è l’adattamento alle nuove condizioni ambientali? Cosa e’ che motiva la formazione di nuove specie? Cosa e’ che motiva l’aumento della complessità biologica? Tutte domande che i miei studenti romani in genere non facevano.

Insistetti sul concetto che per il Darwinismo non c’è una mente a base della motivazione dei cambiamenti- si tratta appunto di una selezione naturale, cioè implementata a causa della interazione tra struttura pre-esistente e nuove situazioni ambientali. In effetti, aggiunsi loro, il concetto di selezione naturale non è d’immediata comprensione, è un termine non chiaro (Darwin stesso ebbe problemi con tale terminologia), in quanto non c’è nessuno che opera la selezione – solo tali cambiamenti vengono accettati, quelli che corrispondono ad una consonanza tra la organizzazione interna dell’organismo e il nuovo ambiente. Sì, di nuovo m’interrompevano, ma qual è la motivazione di tali cambiamenti? Io dovetti ripetere più volte che non c’era nessuna motivazione nel senso d’intenzionalità o coscienza dell’organismo, ma che si trattava appunto di un meccanismo “naturale”, meccanico-biologica. Come avevamo discusso quando avevamo parlato di autopoiesi e di cognizione.
L’organismo è cognitivo, riconosce il proprio ambiente e sa cosa scegliere per cambiare, ma non perché’ ne è cosciente, ma solo a causa di meccanismi d’interazione molecolare.

No, questo non le convinceva troppo e qualcuna, più ardita, scrollava perfino la testa. Capii che per loro la motivazione c’era sempre, ed era data dalla mente e dalla coscienza dell’organismo stesso. E sapevo che su questo punto non c’era troppa possibilità di accordo.

Allora feci un altro passo in avanti-precisando di nuovo che il mio compito non era quello di convincerle ai dettati della scienza, ma solo quello di informarle sul dove la scienza si trovi adesso.
Il passo ardito in vanti era di spiegar loro il concetto di contingenza nell’evoluzione biologica. Spiegai prima la posizione del determinismo assoluto –la vita sulla terra, e la nascita dell’uomo, visti come percorsi obbligati; per passare poi alle posizioni che si rifanno alla teoria della contingenza, di cui Jay Stephen Gould era uno dei paladini, ma anche il ben noto Ernst Mayr.

Secondo loro, tutto quello che c’è, avrebbe anche potuto essere molto diverso-o non esserci affatto. Tutto dipende dai fattori di contingenza locali, parametri indipendenti l’uno dall’altro –come la temperatura, la pressione, la concentrazione, l’acidità, la salinità…-valori che si formano accidentalmente a seconda delle erratiche condizioni ambientali.

Poi feci un primo esempio facile: l’asteroide che cadde sulla terra sessanta milioni di anni fa, distruggendo i dinosauri che avevano dominato la vita sulla terra per cento milioni di anni-permettendo così l’evoluzione dei piccoli mammiferi da cui è nato poi l’uomo. Ecco, se l’asteroide ci fosse passato solamente vicino, molto probabilmente sulla terra oggi ci sarebbero ancora i dinosauri, e l’uomo non sarebbe sorto.

Tutto questo le sorprese visibilmente. Feci allora loro un altro esempio meno banale: l’origine dell’ossigeno ai tempi primordiali in cui sulla terra c’erano solo batteri, origine dovuta a quanto pare a una mutazione casuale. Ecco, questo era stato un evento casuale, nel senso che avrebbe anche potuto non esserci- ma la sua comparsa era dovuta alla particolare configurazione chimica cellulare che esisteva gia’, e senza la quale non sarebbe successa. Era, quindi, una mutazione in parte deterministica.

Discutemmo un po’ sulla differenza tra “caso” e “contingenza”, e di quanto il caso e la contingenza fossero in fondo deterministici. Un difficile argomento di discussione, non solo per me e le mie monache- e ci confondemmo un po’. Le monache capirono pero’ il punto essenziale: se tale mutazione non ci fosse stata, sulla terra non avremmo avuto la formazione di ossigeno e la susseguente sintesi clorofilliana.

Approdati a questo, aggiunsi che, sulla base della teoria della contingenza, la maggior parte degli scienziati evoluzionistici moderni concordano sul concetto, che la vita umana sulla terra avrebbe anche potuto non esserci.

Ecco, qui mi fermai per studiare le facce delle mie monache. Non erano facce felici. Chiesi loro di rifletterci su e di scrivere quel che ne pensavano sui loro taccuini- e di confrontarlo con quello che dicevano sull’argomento i loro insegnanti di buddhismo. Mi rivolsi in particolare a due studentesse che erano state tra le più attente, e che ora mi guardavano accigliate, Sonam Zangmo e Ugyen Dema. Guardai poi verso Khentse Rimpoché, e il direttore Khempo, e perfino negli occhi del mio vecchio amico Chang Zod Nordrup non scoprii molta simpatia.

Ne riparlammo con Rimpoché all’ora del tè. C’era molta preoccupazione, quasi un senso di depressione. Khentse Rimpoché ruppe poi il silenzio, e guardandomi fisso disse qualcosa come:
“Vede, professore, tutto quello che c’è nel mondo, c’è per una ragione, non c’è niente che sia superfluo”.

Non mi detti per vinto. “Capisco, tu dici che quell’albero c’è perché c’era il seme, e il seme c’è perché c’era il contadino, tutto è determinato da una catena di eventi, ogni cosa dipende dall’altra. D’accordo, è successo così. Ma non puoi accettare l’idea che quell’albero avrebbe anche potuto non esserci?”

Il Rimpoché non mi rispose direttamente, e anche gli altri Lama schivarono la domanda. Tuttavia, cominciarono subito a discutere animatamente tra di loro, e il clima di pesantezza si trasformò di nuovo in un’atmosfera vivace e amichevole. Mi venne in mente un’esperienza avuta a un congresso sull’origine della vita, alcuni anni prima, quando con l’aiuto di uno studente feci una specie di inchiesta tra una serie di colleghi. Alla domanda: sei d’accordo con i principi della contingenza nell’evoluzione? Quasi tutti rispondevano di sì, con determinazione. Alla domanda seguente: “Allora concordi sul fatto che l’uomo avrebbe anche potuto non esserci?” la risposta era sempre evasiva…


Un venerdì in cui non c’era lezione (il Rimpoché aveva una cerimonia) Khempo, il direttore del Monastero, e il monaco Shelnang mi portarono a giro in auto nel circondario di Thimpu. Visitammo prima un paio di Dzong- queste sono le costruzioni caratteristiche di tutto il paese, ed è quello che per noi sono i castelli medioevali: grandi complessi fortificati dove viveva il signorotto locale e la sua corte, capaci di ospitare centinaia di persone.

Adesso in Bhutan gli Dzong sono tutti utilizzati, per metà da istituti religiosi buddhisti, l’altra metà da istituzioni governative. Ce ne sono di belli sulla strada che porta da Thimpu a Paro-le due principali città del Bhutan. Quella che unisce Paro a Thimpu è una bella strada larga asfaltata. Non è così per le altre strade, soprattutto quelle che portano verso l’est del paese- sono spesso sterrate e strette- e molto pericolose. Non tanto per il traffico, che è in genere calmo e anche molto rispettoso- ma per le continue lavine dall’alto.

Sono strade incavate nei fianchi delle montagne dell’Himalaya, non ci sono reti protettive, e i viaggi in auto nel paese-a detta degli uomini d’affari bhutanesi che viaggiano in auto-, è sempre connesso a un pericolo mortale. Loro dicevano questo sorridendo, ma c’era sempre un filo di vera preoccupazione nelle loro voci. Spesso il traffico stradale s’interrompeva per tre, quattro ore, a causa di enormi cadute di massi e terra a seguito delle piogge continue. Arrivava poi un bulldozer e si doveva aspettare che facesse il suo lavoro di ripristino della strada. Gli autisti aspettavano con pazienza ammirabile.

Qualche giorno dopo, l’auto della mia guida bhutanese, il monaco Bocca (che vuol dire “grassone”) fu spazzata via da una lunga lavina di terriccio e distrutta nel burrone sottostante- e Bocca che era andato all’auto bloccata per tentare di un salvataggio di fortuna, si salvò per miracolo, saltando fuori a tempo e cavandosela con la ferita a un piede (mi aveva invitato a andare con lui–per fortuna gli avevo detto di no).

E’ il punto qui di anticipare qualcosa del lungo viaggio con guida e autista che i monaci del monastero mi donarono alla fine del mio lavoro-anche se questo è avvenuto alla fine delle mie lezioni. Un percorso lungo una settimana di auto, un percorso non sempre agevole, per visitare per lo più templi belli nel posti più remoti (sempre c’era l’effige del Buddha affiancata dall’effige della giovane coppia regale-anche nei posti più remoti). Ammirabile è la loro Torre di Trongsa, un Museo buddista ricolmo di cose belle, incluso le loro maschere magiche (una delle caratteristiche del Bhutan). Rimasi particolarmente impressionato dalla loro “città proibita” (the forbidden city” – chiamata così perché’ fino a poco tempo fa solo il re o Lama particolari potevano entrarci). Si trova in Punatha, una piccola città di templi bellissimi, vedete sotto un esempio, con la mescolanza del colore del legno con il bianco calce e con gli intarsi sacri multicolore.

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Dall’altra parte del paese, invece, cioè verso Paro, c’è il monumento più famoso del Bhutan, il Tiger Nest, un tempio bellissimo a oltre 3 mila metri di altezza. Ci si arriva per un erto viottolo, i nativi ci impiegano poco più di un’ora a salire su, i turisti giovani e in forma ci mettono un paio di ore, io ce ne misi oltre tre. A metà percorso la mia guida, vedendo che ero estenuato, mi chiese se volessi tornare indietro. Guardai in giù, verso la valle, e gli raccontai della famosa battura di Gaucho Marx, quando a metà del viaggio in aereo si accorse di aver finito il carburante, e allora diede ordine di tornare indietro… Così proseguimmo con una risata, ma arrivato al tempio, non ebbi la forza di godermelo, mi sentivo proprio male.

Non riuscivo a stare in piedi, e il mio cuore ballonzolava in modo erratico. Riuscii a ritornare a valle, ma, non andai in ospedale, dove tutto era gratis, ma non convincente. Qualche giorno dopo la partenza, prima da Paro a Bangkok, e visto che in Bangkok dovevo aspettare sei ore per il mio volo per Zurigo, passai in infermeria all’aeroporto.

Il giovane dottore mi fece un elettrocardiogramma, impallidì visibilmente, mi tolse il biglietto, chiamò l’autoambulanza che mi trasportò d’urgenza al ben noto ospedale Samitivej Srinakarin, veramente un gioiello di efficienza e modernità-dove mi trovai disteso su un letto con quattro dottori che mi scrutavano con facce scure e scuotendo la testa. Infarto-dicevano. Tuttavia il professore arrivato di corsa aveva dei dubbi su questo sulla base del nuovo elettrocardiogramma. Mi tennero due giorni e due notti in osservazione, per fortuna il professore aveva ragione, non c’era stato infarto, decisero che avevo solo strapazzato il mio cuore, mi resero il biglietto con una predica del professore cardiologo-che non avevo più vent’anni e non dovevo più fare di queste cose. Non lo farò più, ma sono lieto di averlo fatto, il perché si capisce dalla foto.

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Le lezioni erano arrivate all’ultimo capitolo, quello dell’evoluzione biologica, con l’idea di giungere fino alla nozione di coscienza, l’apice dell’evoluzione umana. Cominciai con l’origine degli organismi multicellulari, mostrando poi l’albero della vita con i suoi tre regni principali- gli eucarioti, i batteri, gli archea, e insistendo su come tutte le forme viventi derivassero l’una dall’altra e come quindi fossero imparentate tra loro- microbi, alghe, pesci, uccelli, gli animali tutti—secondo la concezione Darwiniana quindi una sola grande famiglia di viventi, uniti tra loro dal sottile, invisibile filo del tempo evoluzionistico e dal meccanismo di complessificazione genetica. E tutti quanti questi organismi, dal microbo all’elefante, dal girasole alla trota di lago, hanno le stesse molecole, e gli stessi meccanismi biochimici. Vidi dalle loro facce che le monache apprezzavano molto questo scenario di unità e di rete universale.

Continuai raccontando dei primi mammiferi, poi la loro grande diversificazione, l’uomo non c’era ancora sei milioni di anni fa, c’era l’antenato comune dell’uomo e degli scimpanzé, due famiglie che si sono separate –con una di queste due famiglie che si era addentrata e invaghita delle savane. E questi esseri avevano cominciato a camminare eretti. Ed ecco, aggiunsi in modo provocatorio, è forse dal camminare eretto che le cose più nobili e caratteristiche dell’umanità sono emerse. Gli ominidi hanno cominciato a vedere il cielo, il movimento del sole e delle stelle, hanno avuto paura delle saette e delle maree, hanno allora intuito che c’erano forze e poteri sopra di loro- forse è nata così la coscienza di se’, e al tempo stesso la spiritualità? E i corrispondenti rituali religiosi?

Mi guardai intorno attendendo domande, proteste, vedute alternative- ma le mie monache erano tutte a testa china, scrivendo alacremente le loro note. I Lama mi guardavano fisso ma non accennarono a interrompermi. Raccontai allora di Lucy, il piu’ famoso tra questi primordiali Australopithecus afarensis, trovata in Etiopia, alta soltanto un metro e trenta (4.5 piedi) e con un cervello non molto sviluppato. Continuai raccontando la comparsa dei discendenti degli Australopithecus nell’Africa orientale due milioni di anni fa, cui fu dato il nome di Homo habilis- una specie che poi si evolvette verso Homo erectus, con un cervello molto più espanso.

Fu a questo punto che vidi alcune mani alzate, anche da parte dei Lama. Li ascoltai, e dicevano tutti la stessa cosa: che, almeno per loro, e per il Buddhismo, non si può parlare di evoluzione dimenticando il concetto di karma. Lo sapevo, questo discorso, e me ne ero tenuto volutamente lontano.
Il Karma, che letteralmente significa “azione”, e che si compie sia fisicamente o mentalmente, rappresenta una legge di causalità delle azioni morali in tutti gli esseri senzienti. Si va quindi di generazione in generazione, secondo i dettami della reincarnazione, ma anche incorporando e accumulando le azioni karmiche. Un certo numero di azioni positive si rivelerà proficuo nelle vite future, e al contrario le azioni o i pensieri negativi avranno conseguenze nocive sulle reincarnazioni seguenti. Si suol dire nel Buddhismo che la nostra felicità o infelicità attuale è il risultato di azioni passate, anche nelle vite precedenti.

Dovetti rispondere la verità, che la scienza che io conoscevo non poteva includere il concetto di reincarnazione, e di conseguenza anche il concetto di karma ne era estraneo. La categoria di azioni o pensieri negativi o positivi per noi fa parte dell’etica e della moralità, che può, infatti, esser vista come avente una componente storica e se si vuole anche evoluzionistica, ma non certo di causa-effetto a livello dei singoli individui.

Presero nota di queste mie parole senza particolare gioia.

Ricominciai con la evoluzione umana mostrando dei dati sulla evoluzione fisica del cervello, il che mi permise di dire che in genere la scienza nostrana accetta il discorso di una relazione diretta tra cervello, intelligenza, e mente. Qui mi fermai di nuovo, ponendo la domanda, che lasciai fluttuare nell’aria: e che ne è allora della coscienza di se’? Anche questo è qualcosa che si evolve, magari in parallelo all’evoluzione del cervello?

Sapevo che questo per i Buddhisti era un terreno difficile, ma non ebbi molto riscontro dalle mie monache, e decisi di farle lavorare con i loro quadernetti su questa domanda, e sulla prossima che feci loro: se secondo loro Lucy, agli albori dell’origine dell’uomo, sapesse di essere Lucy – se avesse insomma coscienza di essere vivente e di avere una sua identità.

Ci prendemmo una mezz’ora di pausa. Loro, al solito, si erano divise in gruppi e confabulavano tra loro a voce bassa prima di scrivere.

Alla ripresa, era tempo di introdurre il discorso della relazione tra cervello e coscienza. Dissi che buona parte della scienza moderna distingue tra almeno due tipi di coscienza, che definiscono, secondo il filosofo inglese David Chalmers, un problema “facile”, e un problema “difficile” (easy and hard problems of consciousness). Quello “facile” ha a che fare con coscienza a livello di cognizione e percezione, di volizione, di scelta morale o politica, è sempre coscienza di qualcosa, e ha chiaramente a che fare in qualche modo con meccanismi neuronali del cervello. Poi c’è il problema “difficile”, quell’aspetto della coscienza che ha a che fare con l’esperienza personale, soggettiva- la sensazione del colore blu, o della paura, o dell’essere se stessi-il sapere di sapere, il sapere di esistere. Raccontai loro che su questo secondo aspetto della coscienza, c’è ancora molta controversia tra i nostri filosofi e neurobiologi, tuttavia in genere si assume che tale tipo di coscienza sia una proprietà emergente del cervello stesso.

A un certo livello di complessità neuronale, insomma, il cervello diventa capace di riflettere su se stesso. Anche tale coscienza soggettiva sarebbe quindi qualcosa che ha una base materiale, il cervello stesso, anche se il meccanismo sia ancora non chiaro-sarebbe una proprietà’ secondaria.

Sapevo bene che anche i buddhisti differenziano tra molti tipi di coscienza, ma che anche loro accettano il discorso che la coscienza di tipo cognitivo, percettivo e intenzionale, è basata sul cervello. Tuttavia caratteristico nel Buddhismo, e enfatizzato in particolare nel Buddhismo Tibetano, è il concetto di “coscienza sottile”- subtle consciousness- che secondo loro non ha una base materiale, e che e’ la base principale della reincarnazione. La coscienza sottile non è quindi “secondaria” al cervello.

Quello della subtle consciousness e’ in effetti uno degli spartiacque con i buddhisti “veri”, -chiaramente gli scienziati dell’occidente non riuscono ad accettare la nozione di una subtle conscience che non abbia una base materiale. Ricordo innumerevoli discussioni su questo nei vari meetings di Mind and Life. E sapevo che non aveva molto senso ingaggiare ora, alla fine delle mie lezioni, una discussione sull’argomento- se cioè avesse senso di assumere qualcosa che non avesse una base materiale. Anche perché’ la cosa non era chiara nemmeno “da noi”, dove in fatti un certo numero di filosofi e neurobiologici non disdegnano l’idea che la coscienza sia una cosa primaria (per esempio Michel Bitbol del CREA di Parigi). E in fondo il mio compito non era quello di convincere le monache per il punto di vista della scienza, ma semplicemente di informarle.

Così conclusi ricordando il discorso della contingenza, secondo il quale lo sviluppo dell’uomo illustrato da me, avrebbe anche potuto essere molto diverso se le condizioni ambientali- le contingenze in genere-fossero state diverse; o addirittura l’umanità avrebbe anche non essere venuta fuori.

Il che era in fondo equivalente a dire che la natura, e l’evoluzione in particolare, procedesse senza un piano preordinato, senza un disegno generale, senza un perché.

Per la chiusura del ciclo, detti la parola a Kehntse Rimpoché, dopo averlo ringraziato per l’onore fattomi, di venire ogni volta alle mie lezioni, a dispetto del lungo viaggio.

Si rivolse alle monache con la sua voce calma e forte- ecco, sembrava che parlasse un vecchio saggio invece che un monaco diciannovenne- con le monache che seguivano a bocca aperta ogni sua parola. Non so ovviamente quel che dicesse, ma avendo ormai conosciuto il suo modo di pensare e di controbattere con me, immagino che reiterasse il suo punto principale, che tutto quello che c’è nel mondo c’è perché’ deve esserci, che tutto ha una ragione perché’ dipende ed è la conseguenza di tutte le altre mille cose.

Mi ringraziò a lungo in inglese, poi fece cenno a una delle monache. Questa cominciò a declamare una poesia, seguita poi da una mezza dozzina di altre monache.

Capii che era indirizzata a me, un’apertura di familiarità e amicizia che –come mi fu detto in seguito- aveva fatto inarcare le sopracciglia al severo direttore Khempo. Sebbene tendessi le orecchie, non riuscii a capire una sola parola del loro inglese. Poi lessi la poesia nel mio albergo, e fu lì che mi commossi.

POEM OF THE NUNS, THE LAST DAY

YOU HAVE TRAVELED FROM FAR, ALL THE WAY FROM ROME

TO TEACH US ABOUT THE BIG BANG, EVOLUTION AND CHROMOSOME

THROGHOUT OUR WINDOWS NEW LIGHT HAS COME

BRINGING NEW QUESTIONS, LIKE WHO IS DOLLY’S MUM?

YOU EVEN TOLD US WE EVOLVED FROM BACTERIA

REDUCING OUR EGO AND BRINGING MUCH HYSTERIA

YOU EVEN AROSE THE CURIOSITY OF OUR RIMPOCHE

FOR YOUR THEORIES, HE WAS LEFT WONDERING OF WHAT TO SAY

AND THEN THERE IS THE QUESTION OF LIFE AND MIND

AND IF CONSCIOUSNESS EXISTS BEYOND MANKIND

AND AS THESE DEBATES WILL CONTINUE INTO THE NIGHT

WE WISH YOU TO RETURN AND CONTINUE THE FIGHT!

traduzione (a cura della redazione):

Hai viaggiato da lontano, fin da Roma

per insegnarci del Big Bang, dell’evoluzione e del cromosoma.

Dalle nostre finestre Nuova Luce è entrata

portando nuove domande, come ‘chi è la vera madre di Dolly?’.

Ci hai anche detto che la nostra evoluzione ebbe inizio dai batteri,

ridimensionando il nostro ego e portando assai sgomento.

Hai sollevato persino la curiosità del nostro Rimpoché:

a causa delle tue teorie, egli è rimasto a interrogarsi su come rispondere.

E pure c’è la questione della vita e della mente

e se la coscienza esista al di là dell’uomo..

E mentre questi dibattiti continueranno nella notte..

noi ci auguriamo che ritornerai per continuare il confronto!

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